Salario minimo, una parola magica?

Salario minimo, una parola magica?

Tanti e diversi i temi affrontati oggi a Pittsburgh: le parole sono le stesse che si sentono nominare anche nel dibattito nostrano, ma l’approccio è molto diverso. Non esiste un mainstream, pur essendo gli studiosi del mercato del lavoro statunitensi solitamente liberal e sostenitori delle ragioni del sindacato più che di quelle dell’impresa. La discussione è aperta, senza esclusione di colpi.

Il grande protagonista della giornata, di cui si è parlato in due panel differenti, è il salario minimo. Tema sempreverde del dibattito politico americano, e sicuramente protagonista della prossima campagna elettorale e delle vicine primarie. Tema discusso animatamente anche dalla comunità accademica, che cerca attraverso studi e indagini di raggiungere sicurezze sempre più millimetriche sugli effetti positivi o negativi di questo strumento.

Salario minimo, una parola magica?

Intanto i numeri, sebbene occupi spesso le pagine dei giornali il 98% dei lavoratori americani è pagato con un corrispettivo maggiore del salario minimo. Numero che si abbassa se consideriamo anche, come alcuni accademici fanno, il numero di coloro il cui stipendio si aggira intorno alle soglie del minimum wage, come ad esempio i lavoratori dei fast food. In questo caso la cifra è intorno all’80%, restando comunque molto elevata.

Quali sono quindi i fattori che sconsigliano l’adozione di tale strumento? Spesso infatti, anche in Italia, si considerano solo i vantaggi dal punto di vista delle entrate economiche e delle possibili ricadute sui consumi ma meno altri fattori. Ad esempio il fatto che il turnover dei lavoratori che percepiscono il salario minimo è maggiore, in quanto aspirano a ricevere un stipendio più alto. Questo non è un dato importante in sé ma ha serie conseguenze sulla formazione delle competenze. Se infatti quello per accrescere le competenze dei lavoratori è un investimento che spesso le aziende fanno malvolentieri, il fatto di avere un turnover molto alto non può far altro che disincentivare tali pratiche. Chi vorrebbe investire su qualcuno che dopo un paio d’anni andrà a spendere le proprie competenze in una azienda concorrente?

A questo si aggiunge il fatto, che invero è assente solo dal dibattito politico italiano, che per la legge della domanda e dell’offerta se aumenta il salario l’impresa avrà meno disponibilità economiche e quindi ridurrà il numero dei lavoratori proprio nella fascia bassa sulla quale incide il salario minimo, aumentando il peso di tale lavoro. Sono state presentate (da B. Kaufman) evidenze empiriche che mostrano come questa tesi non sia una legge eterna, ma in un paese come l’Italia in cui il basso tasso di occupazione è tra i problemi principali è importante tenere in considerazione questo rischio congenito all’applicazione del minimum wage.

Professionals di tutto il mondo unitevi!

Altro tema caldo del giorno è quella che sembra essere una nuova frontiera delle relazioni industriali: i lavoratori autonomi professionisti, i professionals. Ossia quella popolazione di progettisti, grafici, designers, informatici e consulenti che lavorano vendendo il loro know-how a imprese e privati.

Una popolazione che è sempre stata considerata “impossible to organize” ma che è data in costante aumento ed quindi da prendere in considerazione nello studio delle relazioni industriali se è vero che da qui al 2022 crescerà del 14% portando oltre 4,4 milioni di nuovi posti di lavoro. Anche in questo campo sono poche le risposte ma abbondano le esperienze, alcune ormai conosciute anche nel nostro Paese come la Freelancer Union di Sara Horowitz.

Cosa chiedono i professionals? Esigenze che un tempo non sarebbero state rivendicate da un normale lavoratore di un industria ma che oggi possono essere lette come una sfida a tutto il sindacato in un momento di grande trasformazione del lavoro: rapporti più cooperativi con i datori di lavoro, un focus maggiore della rappresentanza sui loro valori più propri, rappresentanti che abbiano anch’essi la stessa formazione e soprattutto essere trattati per quello che sono e quindi non normali lavoratori dipendenti.

Una popolazione quindi a cui sindacato ed impresa non possono non guardare con domande e curiosità, il primo per evitare un continuo tracollo di iscritti causato dalla sua incapacità di rappresentare il lavoro che cambia, la seconda per costruire buone relazioni con una componente con cui, visto il continuo aumento dei fenomeni di outsourcing entrerà sempre più in contatto.

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