Il passeggeroGap year, perché è importante andare all’estero dopo la maturità

Gap year, perché è importante andare all’estero dopo la maturità

L’incapacità di creare dei ponti tra il mondo dell’istruzione e quello del lavoro è uno dei punti dolenti della scuola italiana. Così i giovani e le famiglie si arrangiano, ricorrendo a una formula prettamente inglese: il gap year. Con un anno dedicato alle esperienze in giro per il mondo, gli studenti italiani si sentono più sicuri di fronte alla scelta dell’università, percepita come l’imbocco di una strada che si dovrà mantenere per il resto della vita. «Negli altri Paesi il liceo finisce prima e il ritardo in Italia è tra i motivi principali, insieme a quello economico, per cui le famiglie scartano l’anno all’estero», concordano Giulia Baranzoni e Giulia Tranquillini, neo-maturande che, per motivi diversi, si sono scontrate con la medesima possibilità di percorso. Ma i giovani non si lasciano scoraggiare. Tra il rischio di prendere la decisione sbagliata e quello di costruirsi  una situazione tale da poter testare le proprie propensioni, l’ultima sembra quella più gettonata.

«Ho appena finito la maturità e non ho ancora le idee chiare sul futuro. Non ne ho fatto una tragedia, vado a Utrecht per un anno» 

Fare chiarezza su quale strada intraprendere dopo il liceo. Fare un’esperienza di vita, “ricaricare le batterie” prima di inserirsi nel mondo del lavoro. L’utilità del gap year risponde a diverse esigenze. «Ho appena finito la maturità, ma non ho ancora le idee chiare sul futuro. Non ne ho fatto una tragedia: parto per un anno e vado a Utrecht, in Olanda, con la formula dell’au-pair». Giulia Baranzoni, ex studentessa del liceo scientifico Cremona di Milano, presenta così il suo gap year. «Mia cugina aveva fatto questa scelta con la modalità dell’exchange student. Sapevo di cosa si trattava e sono andata a informarmi. Non è stato difficile: mi sono iscritta ad un sito, Au-Pair World, ho creato il mio profilo e cercato una famiglia ospitante nel Paese che preferivo. Alla fine ho trovato un posto in Olanda nella formula classica dello studente alla pari: vitto e alloggio in cambio di babysitting e houseworking (nella stessa famiglia)».

Alcuni scelgono il volontariato, altri un percorso lavorativo e altri ancora un’esperienza di scambio. Ma cosa cerca una persona che intraprende la strada di au-pair? «Non sapevo cosa fare durante il ciclo universitario e quindi volevo sfruttare al meglio il tempo, imparando anche un’altra lingua», dice Giulia. «Ma lo faccio soprattutto per una mia crescita personale, per inserirmi nel mondo del lavoro e superare una serie di ostacoli. Non sono mai andata all’estero da sola, un’organizzazione schematica come quella dell’exchange student è più gestibile e sicura».

L’eccessiva schematizzazione della vita dello studente è una grossa falla dell’educazione italiana. «Non conosco altre persone che hanno in programma di prendersi un gap year, ma so che per molti è una seconda scelta nel caso in cui il percorso universitario non dovesse andare bene», racconta ancora Giulia. «La scuola superiore italiana è un percorso lungo e intenso, ma nel mio caso non mi ha dato abbastanza spunti per scegliere la mia strada. So che sarà un percorso difficile, fuori dalla mia routine, ma penso che sia un’ottima esperienza per crescere e avere le idee più chiare al mio ritorno. Voglio buttarmi e rischiare, proprio perché non l’ho mai fatto. Poi se la mia strada sarà di stare all’estero e non in Italia, ben venga!».

C’è chi parte per un’esperienza personale e non per il mito dell’estero, oggi tanto diffuso tra i giovani. E poi c’è chi, al contrario, si prende il gap year tra liceo e università perché ha le idee chiarissime. È il caso di Teresa Cabras, maturanda al liceo artistico Brera di Milano. Lei ha come destinazione Londra. «Già ad agosto conto di essere nel mio appartamento in affitto o, se dovesse costare troppo, in una stanza. Per l’organizzazione mi sono arrangiata dall’Italia, con l’aiuto di amici di famiglia. Mi prendo un anno di pausa perché gli studi che mi interessano, antropologia, richiedono un approfondimento. In più svilupperò la lingua, farò del volontariato per accumulare punti per l’università e, se avrò tempo, qualche lavoro per pagarmi le spese». Se Teresa sembra essere così determinata è anche perché, lei, un’esperienza simile alle spalle già ce l’ha. Durante il liceo ha trascorso un anno in Cina. Ma perché si sceglie di studiare fuori dall’Italia?

«La scuola italiana è dispersiva, io ho capito cosa voglio fare nella mia vita nell’anno che ho trascorso all’estero mentre ero al liceo»

«In generale per arricchire il curriculum (nel mio caso è più facile essere ammessi in un’università del paese dove hai trascorso l’anno sabbatico). Nel mercato del lavoro credo che lo studio all’estero sia molto riconosciuto. Un amico di famiglia che ha lavorato per molto tempo all’Onu dalla sua esperienza ha imparato che per avere una marcia in più bisogna sapere bene tre lingue e accumulare esperienze di stage e lavori. Anche l’anno all’estero ti porta avanti non solo sul piano personale, ma è una garanzia che hai vissuto molte esperienze. Per questo motivo, anche l’au-pair serve molto». La scuola italiana non prepara a tutto questo? «È dispersiva», risponde. «Io ho capito cosa voglio fare nella mia vita nell’anno all’estero durante il liceo».

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

Qualcuno, invece, pur convinto dell’utilità dell’anno sabbatico, è stato frenato dai dubbi posticipando il gap year tra la laurea triennale e quella magistrale. Giulia Tranquillini ha appena compiuto il passaggio dal liceo scientifico alla facoltà di economia all’università Cattolica di Milano. «Avrei voluto fare volontariato all’estero per avere un’esperienza in più. Alla fine, però, viste anche le mie incertezze per la scelta dell’università, ho avuto paura che una volta tornata sarei stata punto a capo. Avrei fatto un percorso bellissimo ma senza uno scopo preciso». Ma Giulia aggiunge: «Se si usa il gap year in modo improduttivo, non serve a niente. Se viene sfruttato e riempito di esperienze, invece, torna molto utile. All’estero si aggiunge il fattore dell’apprendimento di una lingua straniera, un’opportunità molto bella. Ma in Italia, dove il liceo si finisce un anno dopo rispetto a Paesi come Francia e Inghilterra, si è più restii a “perdere” un altro anno. Io sicuramente prenderò un gap year tra la laurea triennale e quella magistrale».

Elisa Pierani, responsabile degli uffici di Milano, contattata tramite il sito Esl soggiorni linguistici, fa un’analisi tecnica: «Il gap year invece di essere un corso teorico e scolastico di lingua, è un corso pratico: permette di sviluppare la lingua anche sul campo attraverso il lavoro, il volontariato e lo stage. L’aggiunta dei tre percorsi sopracitati, la possibilità di ridurre il periodo all’estero nei mesi estivi e Internet e la conseguente facilitazione dell’organizzazione del viaggio hanno determinato un incremento del fenomeno. In genere chi sceglie un percorso di questo tipo lo fa per arrivare a padroneggiare più di una lingua e, di conseguenza, avere degli strumenti in più».

«Gli svantaggi del gap year? Nessuno. Bisogna evitare la vacanza e lavorare, affrontando le difficoltà in prima persona. Ma oggi chi esce dal liceo è ancora molto bambino…»

Ma quali sono gli svantaggi con cui si deve confrontare chi sceglie questo percorso? «Come esperienza, nessuna. Più lungo è il tempo trascorso all’estero, meglio è. Bisogna certamente lavorare ed evitare la vacanza, affrontare le difficoltà in prima persona. Il problema è che oggi chi esce dal liceo è ancora molto “bambino”. Lo studente inoltre deve avere almeno un certo livello d’inglese per poter fare un’esperienza di questo tipo. Il problema in Italia è che non ci sono corsi d’orientamento universitario».  C’è anche la questione del periodo. «Il gap year tra liceo e università è un ottimo momento perché è quello in cui le idee del ragazzo cambiano molto», puntualizza Elisa Pierani. E per chi pensa che il gap year debba essere per forza un investimento gravoso, Elisa risponde che «basta organizzarsi e sapere come guadagnare qualche soldo mentre si è all’estero».

Ma se c’è la possibilità dell’Erasmus durante l’università, perché scegliere il gap year? «Mentre l’Erasmus è un percorso parallelo agli studi, il gap year è un’esperienza personale che aiuta a inserirsi nel mondo del lavoro e a capire quale strada si vuole intraprendere», risponde Pierani. Insomma, il gap year ha molto più che un solo scopo, l’obiettivo principale dev’essere quello di accumulare più esperienze possibili e contestualizzarle in un percorso adatto alla singola persona.

* Studentessa del Liceo Classico Parini di Milano, in stage a Linkiesta

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