Il declino di Erdogan, tra minacce ai giornalisti e traffico d’armi

Il declino di Erdogan, tra minacce ai giornalisti e traffico d’armi

Sono giorni tesi in Turchia. Le elezioni di domenica 7 giugno si avvicinano e per la prima volta l’Akp, il partito islamista moderato al potere dal 2002, potrebbe non ottenere la maggioranza necessaria per il suo piano di modifiche costituzionali. Non solo. Secondo alcuni sondaggi potrebbe addirittura non essere in grado di formare autonomamente un governo. Recep Tayyip Erdogan, suo leader indiscusso e primo ministro dal 2003 al 2014, potrebbe vedere così sfumare le sue chance di approvare una nuova costituzione in cui il Presidente della Repubblica, ruolo che ricopre dal 2014 e che finora ha avuto poteri meramente cerimoniali, diventi il vero centro di potere del sistema turco.

Dalla drammatica estate del 2013, il potere di Erdogan è in lento ma costante declino

Un potere, quello di Erdogan, in lento ma costante declino. Lo è almeno dalla drammatica estate del 2013 e dalle proteste di Gezi Park, e soprattutto, dallo scoppio pochi mesi dopo del conflitto interno con Hizmet, l’organizzazione fondata e guidata dal carismatico e discusso leader religioso Fethullah Gülen. Un tempo una importante fonte di consenso estremamente radicata nella società e negli apparati statali, Hizmet si è ben presto trasformata in un nemico temibile, infiltrato nella polizia, nell’esercito e nella magistratura, e capace di scatenare scandali e intralciare la macchina di potere costruita da Erdogan in oltre dieci anni di potere.

Ed è proprio dalla guerra intra-statale con i “gulemisti” che si diparte l’ultimo episodio della saga politica di Erdogan, diventato progressivamente più dispotico e paranoico man mano che gli scricchiolii alle fondamenta del suo potere si facevano più acuti.

Domenica 31 maggio Erdogan è stato intervistato sulla Trt, la tv pubblica turca, da due giornalisti molto “concilianti”. A un tratto i due fanno una domanda su alcune foto compromettenti pubblicate da Cumhuryet, giornale liberale e diretto dal giornalista Can Dundar. Erdogan, rispondendo, non usa mezzi termini. «Lui [Dundar] la pagherà a caro prezzo».

Che la vita per i giornalisti in Turchia sia dura da parecchio tempo non è un segreto. Arresti, intimidazioni e scontri frontali tra politica e giornali “non allineati” sono all’ordine del giorno e nel 2015 sono costati alla Turchia la 149° posizione su 180 nel Press Freedom Index, il ranking mondiale della libertà di stampa (classifica che vede anche l’Italia in una ben poca lusinghiera 73° posizione). Ma che il leader quasi assoluto della nazione arrivi a minacciare sulla tv pubblica un singolo giornalista è una cosa che ha scosso gli animi di molti anche in Turchia. Le conseguenze non si sono fatte attendere e il 2 giugno gli avvocati di Erdogan hanno citato in giudizio Dundar, chiedendo per lui addirittura l’ergastolo. L’accusa: aver attentato alla sicurezza nazionale ed essere segretamente parte dell’organizzazione illegale che fa capo a Fethullah Gülen.

Ma cosa contengono le foto che hanno fatto andare il leader turco su tutte le furie? E cosa c’entra Gülen?

La vicenda parte nel gennaio 2014, quando un convoglio dei servizi segreti turchi viene fermato alla frontiera con la Siria

Per comprenderlo bisogna tornare indietro di qualche mese, al 19 gennaio 2014, quando un convoglio di camion del Mit, il servizio segreto turco, viene fermato vicino al valico di frontiera con la Siria dalla stessa polizia turca. Siamo nel pieno del conflitto tra governo e gulenisti, e secondo molti il fermo non è casuale ma voluto dagli ambienti interni alla polizia vicini a Gülen. Stando alle prime indiscrezioni, dentro il camion vengono trovati carichi di armi e equipaggiamenti militari, diretti apparentemente in Siria. Lo scandalo viene però messo a tacere sul nascere. Il governo, attraverso i giornali a esso vicini, liquida l’episodio come l’assurdo sequestro di un carico di aiuti umanitari diretti ai civili siriani da parte di poliziotti gulenisti allo scopo di diffamare il governo.

Nessuna delle due parti può provare che la versione dell’altra sia falsa e la questione si spegne. Fino alla fine di maggio, quando Cumhuryet pubblica le foto dell’episodio che ritraggono i camion stipati di armamenti. Gli oppositori del governo accusano immediatamente l’Akp di armare gli estremisti in Siria, e soprattutto lo Stato Islamico. Il governo nega, si nasconde dietro il segreto di stato, facendo aumentare ulteriormente i sospetti.

Non esistono finora prove tangibili di un rapporto effettivo tra servizi turchi e Stato Islamico

Come da proverbio, la verità, probabilmente, è nel mezzo. Non esistono finora prove tangibili di un rapporto effettivo tra servizi turchi e Stato Islamico. Al contrario, è noto come la Turchia, diventata uno dei più grandi supporter dell’opposizione siriana, sia vicina ad alcuni gruppi ribelli islamisti, in particolare Ahrar al-Sham, formazione discussa soprattutto riguardo alla sua presunta “moderazione”. A rafforzare l’ipotesi che le armi fossero dirette a loro vi è anche il fatto che il valico di frontiera presso cui il convoglio è stato perquisito è quello che porta alla città siriana di Idlib, dove Ahrar al-Sham ha operato negli ultimi mesi a fianco di Jabhat al-Nusra, il gruppo di riferimento di al-Qaida in Siria.

Anche se, quindi, un coinvolgimento dello Stato Islamico nella vicenda appare improbabile, è comunque comprensibile che il governo turco voglia evitare di esporre palesemente il proprio sostegno per gruppi quantomeno discutibili, soprattutto di fronte agli alleati della NATO.

Alleati che da tempo hanno cominciato a guardare con sempre maggiore diffidenza ad Ankara e a Erdogan, il quale, dal canto suo, da un paio d’anni non risparmia accuse di cospirazioni e complotti all’Occidente, il cui supporto, va ricordato, fu fondamentale per Erdogan negli anni Duemila nella sua lotta per arginare il potere dei militari secolaristi turchi.

Oggi che tale supporto non è più necessario, l’Occidente e i gulenisti sono diventati il bersaglio preferito della retorica complottista dell’Akp, che li ha usati per giustificare ogni scandalo, ogni protesta e perfino la frenata economica degli ultimi due anni. Un potere in declino, quello di Erdogan e dell’Akp, che nella sua crescente insicurezza non si fa più problema perfino di minacciare giornalisti di ergastolo sulla tv pubblica. Un potere per il quale, purtroppo, non si vede però alcuna seria alternativa all’orizzonte, e che rischia di portare la Turchia in una deriva sempre più lontana dall’Europa in cui un tempo sognava di accedere, e sempre più vicina a quel Medio Oriente autoritario che un tempo sognava di dominare.

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