«Così trasformiamo l’orzo italiano nelle migliori birre del mondo»

«Così trasformiamo l’orzo italiano nelle migliori birre del mondo»

Dalla Basilicata alla Lombardia, Agroalimentare Sud sfida le grandi multinazionali puntando sull’eccellenza italiana. La storia di questa azienda è legata alla nostra terra. Una tradizione che si articola in due principali attività: un’importante malteria nel Meridione d’Italia e una società sementiera in val Padana. La produzione prevalente si svolge nello stabilimento di San Nicola di Melfi, in Lucania. È qui che ogni anno viene trasformato l’orzo in malto da birra. Lo stesso che viene poi venduto ai principali marchi del mercato, da Heineken alla Peroni. 

Da questo punto di vista Agroalimentare Sud è una rarità nazionale, una delle pochissime malterie indipendenti del nostro Paese. Una società che riesce a tenere il confronto con i competitor francesi e tedeschi e belgi, veri dominatori del settore. Ma è soprattutto un’importante fonte di lavoro per le aziende italiane. L’orzo utilizzato a San Nicola di Melfi viene prodotto in esclusiva da oltre 2mila realtà agricole della zona – ma alcune aziende arrivano fino all’Abruzzo – con cui la società ha stipulato contratti di coltivazione sostenibili. È un sistema che permette di valorizzare le risorse naturali del territorio, anzitutto. Perché tra la Puglia e la Basilicata la coltivazione dei cereali è un’attività millenaria, agevolata dalla composizione delle acque e dei terreni particolarmente favorevoli. Ma soprattutto perché permette vantaggiose condizioni economiche ai consorzi agricoli interessati, che hanno così la certezza di vendere la totalità dell’orzo coltivato. 

Una società che riesce a tenere il confronto con i competitor francesi e tedeschi e belgi, veri dominatori del settore

Una filiera particolarmente corta, ma una grande quantità di prodotto finito. L’impianto lucano di Agroalimentare Sud riesce a stoccare 40mila tonnellate di orzo e produrre 36mila tonnellate di malto da birra. Non è poco. Il processo segue un rigido percorso: dopo aver distribuito le specifiche varietà di sementi alle aziende agricole, all’inizio dell’estate il frutto della terra torna nello stabilimento. «L’orzo proveniente dai campi – spiega l’azienda – viene convogliato direttamente nei 70 silos ermetici, per essere subito refrigerato e conservato sotto azoto. Una modalità che, escludendo l’impiego di insetticidi o pesticidi, garantisce l’integrità del prodotto e l’assenza di residui potenzialmente nocivi». Dopo un’attenta selezione dei semi e una paziente macerazione si arriva finalmente al mosto di birra, che verrà poi essiccato. È questa procedura, la più importante, che darà carattere al malto e, conseguentemente, alla birra. 

Ma non c’è solo la bevanda cara a Sant’Arnoldo. L’accurata maltazione dell’orzo ha permesso ad Agroalimentare Sud di valorizzare altre materie organiche protagoniste del processo. Nascono da qui prodotti alimentari e dietetici come «concentrati in proteine e fibra a base di radichette di malto d’orzo e farine di orzo ad alto contenuto di amido e antiossidanti». Prodotti commercializzati con il marchio Nutraceutical. Non è un caso se Agroalimentare Sud è recentemente entrata a far parte del Sai (Sustainable Agriculture Initiative) Platform. «La più importante organizzazione non-profit per le industrie agro-alimentari – si legge sul sito dell’azienda –  che promuove e supporta lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile a livello mondiale».

Tra la Puglia e la Basilicata la coltivazione dei cereali è un’attività millenaria, agevolata dalla composizione delle acque e dei terreni particolarmente favorevoli

Salendo in pianura padana si incontra la seconda anima di Agroalimentare Sud. La sua vocazione sementiera. È l’altra grande attività, frutto di una fusione aziendale con il gruppo agro-biotecnologico ISTA. Nella sede di Lodi, Agroalimentare Sud coniuga l’attività di ricerca e sviluppo con la produzione e la commercializzazione di sementi. L’attività si concentra principalmente sul mais e i cereali a paglia (soprattutto grano e orzo). Ma nel tempo si è estesa anche a girasole, soia e colza. È un’attività all’avanguardia, ancora una volta indipendente e lontana dal circuito delle grandi multinazionali. L’unica in Italia. Attraverso le moderne tecnologie della biologia molecolare si persegue il miglioramento genetico delle piante per garantire ai clienti – in larga parte agricoltori – le varietà e gli ibridi più adatti alle proprie esigenze. Nulla a che vedere con gli organismi geneticamente modificati. Tra ricerca e rete vendita, nella realtà lombarda trovano lavoro una quindicina di persone. Poche di più in Basilicata. Tutti parte di una squadra tecnologica, indipendente, e molto italiana.

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