Salvini, il leader pop: quando felpe e parolacce contano più dell’ideologia

Salvini, il leader pop: quando felpe e parolacce contano più dell’ideologia

La politica ha ormai un suo canone pop consolidato, un suo format preciso. I dettagli personali che affiorano nella narrazione dei leader, che non sono solo portatori di interessi politici e guide, ma assumono anche sembianze iconiche, fanno tendenza per come si vestono e per i posti che frequentano. Persino per i libri che leggono ed è poco importante se poi quei libri in realtà non li leggono ma servono soltanto, con una foto su Instagram, a fare status. Matteo Salvini è entrato in questo format con le foto a petto nudo pubblicate sul settimanale Oggi e con le felpe, quasi un marchio di fabbrica come lo è stata la camiciola di Umberto Bossi. Su quell’indumento di intimo diventato parte di una simbologia politica, Marco Belpoliti ci ha scritto un libro, “La canottiera di Bossi” (Guanda). «Tra i vari capi d’abbigliamento portati da leader leghista nel corso della sua carriera – scrive Belpoliti – i cronisti segnalano, abbiamo visto anche questo, l’impermeabile. Ma fra tutti è probabilmente la canottiera quella che meglio lo identifica nell’immaginario collettivo e che ne ha costituito il segno distintivo, l’immagine più eclatante. Probabilmente, più che un segno, la canotta, come viene comunemente chiamata, è un gesto vero e proprio: un atto performativo. Un messaggio inviato prima di tutto al popolo leghista, che è sempre e comunque il primo riferimento di Umberto Bossi».

Salvini è più giovane, usa un codice diverso, ma anche la sua felpa ha un valore performativo. In linguistica hanno valore performativo quelle enunciazioni che non descrivono un’azione né servono per constatare un fatto, bensì coincidono con l’azione stessa. Il presidente di un’assemblea che dice “la seduta è aperta” non intende descrivere l’apertura dei lavori, ma aprirli con quella frase. Lo stesso vale per le felpe di Salvini, che hanno il luogo della località che il leader visita stampate sopra. Le felpe sono trans-ideologiche, se le mettono tutti; di destra e di sinistra, non sono un capo elitario, costano poco e trasmettono vicinanza all’elettorato. Servono a dire: “Io sono uno di voi”. Lo stile di Salvini è dunque quello dell’everyman, dell’uomo qualunque; così qualunque che quando va, a luglio, a parlare di riforme con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, indossa un cravattone e ha mezza camicia fuori dai pantaloni, come se fosse uno impreparato ad affrontare i momenti istituzionali. Ma l’everyman, l’uomo della strada, è così: sulla sua impreparazione si fonda il quotidiano, perché sa che altri sono i professoroni, quelli che hanno studiato e fanno i pignoli. E come dice Salvini, “preferisco il salumiere allo studioso”.

La felpa, poi, con l’estate lascia il passo alle magliette, e poi ancora al petto nudo in spiaggia, riempiendo così le gallery dei giornali online di fotografie del leader pallido; pallido come lo siamo tutti quando arriviamo in spiaggia il primo giorno (e non come qualche presidente del Consiglio che si fa la lampada!). «È la fase due dello spin – ha scritto Dario Di Vico sul Corriere della Sera – dopo il cambio compulsivo di felpe ad uso delle telecamere, ora bisogna rassicurare il ceto medio. Dalla ruspa al pedalò». Dal pedalò poi si passa, per trasversalità vacanziera, alle montagne. Il profilo Facebook di Salvini delle ultime settimane è pieno di foto del segretario leghista che arrostisce carne in Trentino e pesca pesci nel fiume (sarà mica una trota? Messaggio subliminale per i vecchi vertici della Lega?), seguite da una sparata contro i migranti e la Chiesa: «Buon pomeriggio Amici, almeno qui niente clandestini! E voi dove siete? Dai, mandate una foto».

Nel caso delle t-shirt, niente di nuovo. Già le aveva fatte Roberto Calderoli contro l’Islam. L’ex ministro della Semplificazione il 15 febbraio 2006 mostrò in Tv una maglietta che indossava sotto la camicia; c’era stampata una vignetta che irrideva Maometto. Nei giorni successivi ci furono reazioni violente nei Paesi islamici, compreso l’assalto al consolato italiano a Bengasi e alla Chiesa nella stessa città e Calderoli fu costretto a dimettersi. Sulle magliette Salvini invece ci mette le ruspe, che vanno a ruba tra i ragazzi della Lega. «Mi garbano abbestia», diceva un ragazzino alla Versiliana di neanche diciott’anni, mentre ascoltava Salvini conversare con Luca Telese. Forse non gliene fregava nulla della Lega in quanto tale, né che le ruspe servissero contro i rom; ma gli garbavano “abbestia”. In fondo, in quest’epoca liquida, i programmi elettorali e politici dettagliati non sono troppo importanti; contano di più le rappresentazioni estetiche, le camicie bianche di Renzi, le felpe da vendere ai ragazzini e qualche slogan ben azzeccato. Come ha detto Donald Trump rispondendo a una cronista che gli chiedeva quali sono le sue policies, cioè i suoi programmi, su immigrazione e tasse: «Penso che la stampa sia più appassionata degli elettori, ai programmi, a essere onesto. Io penso che gli elettori amino me, mi capiscano e sappiano che posso far bene il mio compito».

Insieme alle felpe, poi, ci sono le facce. I volti, i movimenti. La faccia di Bossi, prima dell’ictus, era espressiva, e con il suo corpo faceva molti gesti, persino troppo eloquenti. Il dito medio e il gesto dell’ombrello, come quello che rivolse a Margherita Boniver durante un comizio. Scrive Belpoliti: «Curno, un paese alle porte di Bergamo, il 26 settembre 1993. Dentro un capannone industriale il Capo sta arringando il popolo leghista. Sono circa diecimila persone assiepate. L’argomento è l’Italia federale. Sta parlando da un po’ di tempo. Di colpo si rivolge all’indirizzo di una donna, un’avversaria, il ministro socialista Margherita Boniver, la quale pochi giorni prima aveva manifestato dei timori sulla natura sovversiva del movimento lumbard. Bossi fa il gesto dell’ombrello, una sua tipica espressione. Di più: avambraccio teso, nudo fuori dalla manica della giacca, pugno chiuso e roteante, come lo descrive Filippo Ceccarelli, e sbotta: “Cara Boniver, cara bonassa, sta’ tranquilla, non prendiamo le armi, noi della Lega, perché siamo già armati. Siamo armati bene, noi, armati di questo mani qui”. La platea ride e applaude. Il ‘celodurismo’ fa il suo ingresso nell’arena dei discorsi politici». 

Salvini non è da meno, anche se i gesti – non ci riferiamo alla comunicazione para-verbale ma ai gesti iconici – non sono l’elemento centrale del suo linguaggio del corpo. L’attuale segretario leghista se la cava soprattuto con il turpiloquio anti-casta simile a quello del M5S. Sarà che è con il movimento di Beppe Grillo che la sfida sembra aperta per diventare il collettore dei conati di vomito degli italiani. Il 28 febbraio 2015, quando Salvini scende in piazza del Popolo con Casapound, sul palco attacca l’ex ministro Elsa Fornero: «Cancelleremo la legge Fornero, vaffanculo alla Fornero e a chi ce l’ha voluta al governo (cioè Mario Monti, ndr)». E quando la Corte di Strasburgo, nel luglio 2015, annuncia sanzioni contro l’Italia perché non riconosce l’unione fra le coppie omosessuali, fa sfoggio di ulteriore machismo, su Facebook. «La Corte di Strasburgo condanna l’Italia perché non riconosce le coppie gay. Non una parola sull’immigrazione, sulle tasse, sulle pensioni, sulla disoccupazione. Penso che le emergenze, per eterosessuali e omosessuali, siano queste. La Corte di Strasburgo ha rotto le palle! Non sarà un burocrate europeo a decidere il Futuro nostro, e dei nostri figli». 

A un certo punto Salvini è diventato un personaggio televisivo, ha iniziato a scivolare fra la conduttrice Elisa Isoardi, con cui ha una frequentazione, e Peppa Pig, che guarda, dice, perché «rilassa il cervello». Ci sono altri esempi illustri in passato di questa trasformazione da politico a personaggio (anche provvisoriamente, eh; non è che tutti poi diventano showman permanenti): Piero Fassino che partecipa al programma “C’è posta per te”, dove incontra e abbraccia la sua vecchia tata; Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli che fanno l’intervista doppia a Le Iene, nella quale parlano delle loro scorribande giovanili; Antonio Di Pietro e Renato Schifani che si lanciano – letteralmente – le torte in faccia; Silvio Berlusconi che in un tour de force mediatico partecipa a “Il processo di Biscardi”, “Uno mattina”, “Il senso della vita”, “Tutte le mattine”, “L’incudine”, “Liberi tutti – Storie di italiani”; Massimo D’Alema che cucina il celebre risotto a Porta Porta. 

«La trasformazione da politico a soubrette – scrivono Giampietro Mazzoleni e Anna Sfardini nel loro ‘Politica pop’, edito dal Mulino – può divenire in taluni casi anche definitiva, come nel caso eclatante di Irene Pivetti, che dopo essere stata la più giovane presidente della Camera dei deputati (1994), abbandona la carriera politica per diventare giornalista d’opinione per alcune testate giornalistiche e poi conduttrice televisiva di programmi di intrattenimento». Con la videopolitica, scrivono i due studiosi, i programmi televisivi «divengono, dopo i partiti e le istituzioni parlamentari, una sorta di ‘terza palestra’ per i leader politici, luoghi decisivi per la promozione della leadership. L’incontro con i ritmi, i fasti e le regole dello spettacolo televisivo ha progressivamente trasformato la comunicazione politica, eleggendo la performance carismatica, ‘simpatica’, ‘autentica’ a strategia privilegiata di conquista dell’elettorato, in sintonia con il linguaggio e l’estetica dominanti della TV. Imitando i meccanismi vincenti della soap opera e del talk show ‘intimista’, l’uomo politico mostra in TV le sue qualità personali, ‘autentiche’, cercando di legittimarsi secondo i canoni della notorietà». 

A Salvini l’“autenticità” serve per veicolare il messaggio di un “Paese normale”, come ha detto recentemente al raduno di Pontida. Naturalmente bisogna chiedersi che cosa sia la normalità: lo è reprimere i diritti civili e cacciare a pedate i migranti che fuggono dai loro Paesi in guerra? «Noi vogliamo un paese normale, per persone normali». Ma anche la normalità può essere molto pericolosa.

twitter @davidallegranti