L’uomo che classificava i sogni

I sogni: messaggi dal subconscio o atavico meccanismo di difesa? La storia del professore americano che ne raccolse cinquantamila per cercare una risposta

Come ben sanno gli esperti di marketing sul web, poche cose attirano la nostra attenzione di navigatori online come le liste (sembra, tra l’altro, che quelle che l’attirano di più abbiano dieci elementi). Abbiamo Una lista dei motivi per cui il nostro cervello ama le liste, i 57 modi diversi di firmare una mail in inglese, la prossima ventura invasione delle classifiche di fine anno, l’intero sito di Buzzfeed – così variegato da permettere una serie di liste per ogni secondo del giorno – e il sardonico Dieci paragrafi sulle liste di cui hai bisogno proprio adesso nella tua vita di una firma del New Yorker.

Tra le molte ossessioni della nostra epoca, si può concludere senza timore di smentita, c’è quella per gli elenchi e le classificazioni. Dopotutto, l’ultimo articolo della lista del paragrafo precedente riporta l’opinione di Don DeLillo, secondo cui «le liste sono una forma dell’isteria culturale».

È facile concludere che il nostro amore per le liste discenda almeno in parte dall’impressionante mole di notizie, dati e amenità a cui ci sottopone quotidianamente la società dell’informazione. Meno scontato è capire come questa necessità di fare ordine nel caos abbia modificato il modo in cui concepiamo il mondo che ci circonda.

La possibilità di avere accesso a una quantità di dati senza precedenti nella storia è una delle facce del trionfo della scienza e della tecnologia nella nostra società. Anche i campi dell’esperienza umana che, per secoli, erano sfuggiti all’investigazione razionale cominciano a venire portati sotto la lente dell’analisi scientifica – e della classificazione. Uno degli esempi più affascinanti è il sonno.

La parte della nostra vita in cui la coscienza è spenta, o per lo meno sopita, è stata fatta oggetto a partire dagli anni Cinquanta di una lunga serie di studi, che hanno approcciato scientificamente quello che succede nel nostro cervello mentre dormiamo, i molti problemi che lo possono inquietare e, soprattutto, le moltissime cose che ancora non abbiamo scoperto su questa misteriosa fase della nostra esperienza umana.

Parecchi di questi dubbi, e qualcuna delle nuove certezze, sono state riassunte poco tempo fa dal giornalista statunitense David K. Randall nel suo bel libro Dreamland: Adventures in the Strange Science of Sleep (W.W. Norton, 2012).

Tra le molte storie che racconta Randall ce n’è soprattutto una che ci interessa qui, e che riguarda un approccio originale al grande mistero dei sogni. Fin dagli albori dell’umanità, gli episodi onirici sono sempre stati considerati come carichi di significato: messaggi dalle divinità, previsioni inattese del futuro, presagi delle fortune o delle disgrazie a venire.

L’assunto fondamentale è stato, per secoli, che i sogni fossero al tempo stesso profetici e simbolici: che cioè nei sogni comparissero oggetti, animali o persone che potevano essere collegate a un significato preciso e universale, valido per tutti. L’idea è alla base di una quantità infinita di libri che hanno fornito le “chiavi” per decifrare quei simboli, dall’Onirocritica di Artemidoro di Daldi (II secolo a.C.) fino ai “dizionari dei sogni” che si possono trovare ancora oggi in qualsiasi libreria.

L’assunto fondamentale è stato, per secoli, che i sogni fossero profetici, simbolici e universali

Poi, nel 1899 a Vienna, Sigmund Freud pubblicò L’interpretazione dei sogni, che modificò profondamente il modo in cui consideriamo – tuttora – i nostri episodi onirici. I sogni, sosteneva Freud, sono una sorta di messaggio del nostro inconscio, che lavora per risolvere i conflitti e i desideri non soddisfatti nella vita ad occhi aperti.

Questa nuova interpretazione dei sogni all’interno della teoria psicanalitica ha reso un riflesso condizionato la ricerca di un “significato” per tutte le immagini che ricordiamo al risveglio e, al tempo stesso, ha eliminato il suo aspetto profetico, l’antica idea che i sogni fossero finestre aperte sul futuro.

Randall racconta di un approccio diverso. «L’idea che, nel cuore della notte, il cervello mandi a sé stesso messaggi in codice che rivelino profondi segreti – scrive – mi sembra un espediente narrativo uscito fuori da una brutta soap opera. Mi sono fatto l’impressione che i sogni siano più o meno casuali». Alcune ricerche scientifiche, e un curioso sforzo di classificazione proseguito per decenni, sembrano confermare la sua prosaica convinzione.

Gran parte dei sogni avviene durante la cosiddetta fase REM, un periodo del nostro sonno (scoperto e descritto solo negli anni Cinquanta) durante il quale, per motivi che non sono ancora stati chiariti, l’attività cerebrale appare uguale rispetto alla veglia. Al tempo stesso, però, i muscoli volontari sono immobilizzati.

Le zone del cervello più attive durante questa parte del ciclo del sonno sono quelle della memoria a lungo termine ed emotiva. «Questo potrebbe essere un motivo – scrive Randall – alla base del fatto che i sogni hanno poca coesione narrativa, ma sono carichi di momenti del passato».

Qui entra in scena il nostro inconsueto catalogatore, un professore di psicologia alla Case Western Reserve University di Cleveland. Si chiamava Calvin Hall e, intorno alla fine degli anni Quaranta, era molto poco convinto dalle teorie di Freud sull’interpretazione onirica.

«L’idea che, nel cuore della notte, il cervello mandi a sé stesso messaggi in codice che rivelino profondi segreti mi sembra un espediente narrativo uscito fuori da una brutta soap opera»

In un articolo del 1953, quando era docente già da diversi anni a Cleveland, Hall disse di aver scandagliato le pubblicazioni scientifiche nell’ambito della psicanalisi e di aver trovato 709 simboli: poco meno di un terzo, però, stavano al posto di soli due referenti, il pene (102 simboli) e la vagina (95). Un’altra nutrita serie di simboli nascondevano riferimenti all’atto sessuale o alla masturbazione.

Qui nasceva il primo dubbio. Hall aveva già cominciato a raccogliere parecchie centinaia di sogni tra i suoi studenti e si rendeva conto che molti sogni erano già esplicitamente sessuali. Ma secondo la teoria freudiana, i sogni a contenuto erotico esplicito si alternavano ad altri sogni con lo stesso contenuto, per quanto mediato dai simboli. «Mi chiedevo qual era il senso – scriveva Hall – di preparare un elaborato inganno in un sogno, se veniva scartato in un sogno successivo».

Questa e altre obiezioni alla teoria interpretativa di Freud portarono Hall ad approcciare la materia in un modo molto differente. Per decenni, il professore raccolse racconti di sogni da chiunque li volesse condividere con lui: prima i suoi studenti, poi i conoscenti, poi persone che gli inviarono i loro episodi onirici da tutto il mondo, vecchi e giovani, americani e non. Alla fine della sua carriera ne aveva raccolti circa cinquantamila.

Hall inventò un sistema di classificazione che, dal nome suo e di un collega, è chiamato sistema Hall-Van de Castle. I sogni sono trattati come se fossero racconti letterari: si registrano i personaggi primari e secondari – nei sogni, il protagonista è sempre il sognatore – gli oggetti, le azioni, le emozioni, alla ricerca di regolarità e schemi ricorrenti.

L’approccio suonerà familiare agli studiosi di antropologia. Uno dei libri più influenti negli studi culturali, nei primi decenni del XX secolo, fu la ricerca di Vladimir Propp sulle fiabe russe. Propp schematizzò i meccanismi narrativi di decine di esse e riconobbe che seguivano, nella stragrande maggioranza dei casi, trame fisse e prevedibili.

Morfologia della fiaba, pubblicato in russo nel 1928, venne pubblicato in inglese nel 1958 e da allora ebbe una fortuna straordinaria. Proprio in quegli anni Hall era impegnato a raccogliere migliaia di sogni e ad analizzarli in modi del tutto simili.

Anche le conclusioni a cui arrivò Hall non erano troppo differenti da quelle di Propp. Come le fiabe, anche i sogni mostrano parecchie regolarità: nella vita di una stessa persona, tra persone diverse e, sorprendentemente, anche nelle diverse parti del mondo.

Prendiamo ad esempio i personaggi: Hall scoprì che, se nel sogno compare uno sconosciuto, questi sarà quasi sempre aggressivo. Gli adulti tendono a sognare persone che conoscono – i maschi popolano i loro sogni per lo più di altri maschi, le donne sono più equilibrate tra i generi – mentre i bambini sognano spesso animali.

I sogni mostrano parecchie regolarità: nella vita di una stessa persona, tra persone diverse e, sorprendentemente, anche nelle diverse parti del mondo

Hall arrivò a una conclusione molto differente da quella di Freud. Invece di contenere messaggi in codice dal nostro subconscio, i sogni sono un esercizio mentale piuttosto trasparente.

Per qualche motivo, poi, i sogni sembrano essere un’esperienza sgradevole: la maggior parte di essi convoglia sensazioni negative. Nel sogno-tipo ci troviamo minacciati da qualcuno o qualcosa. Nel 2009 uno studioso finlandese di nome Antti Revonsuo ha avanzato l’ipotesi che si tratti di un’atavica forma di difesa, un modo per il nostro cervello di “allenarsi” durante il sonno alle situazioni pericolose che si potrebbero verificare durante la veglia.

Hall morì nel 1985, dopo aver pubblicato le sue conclusioni in alcuni libri divulgativi di grande successo. Sarebbe ingenuo pensare, però, che la ricerca di Hall sia frutto solo di un’analisi asettica di una moltitudine di sogni.

Le sue interpretazioni rispecchiano una delle grandi divisioni all’interno del mondo della psicologia, quella tra i “dinamici”, i successori di Freud, e i “cognitivo-comportamentali”, che tendono a rifiutare il principio secondo cui le radici di una certa situazione psicologica siano da ricercare in rapporti profondi e non collegati, come i traumi infantili.

Da qui discende la convinzione, tipica di Hall e dei suoi successori, che i simboli nei sogni non siano messaggi nella bottiglia lanciati dal nostro subconscio, ma che il loro significato resti tutto sommato evidente, al netto dei salti logici e delle trame bizzarre. Se un vedovo sogna per trent’anni la moglie scomparsa, dice la scuola di Hall, non ci vogliono grandi schemi interpretativi per capire che la sua compagna di vita gli manca.

Così, anche il mondo dei sogni sembra perdere parte della sua aura di mistero: gli episodi onirici non sarebbero altro che espressione delle nostre emozioni da svegli, con un pizzico di coesione narrativa in meno e un surplus di “allenamento” per situazioni stressanti in più. Conforta solo in parte sapere che non avremo mai la prova definitiva che sia vero, e nel segreto del sonno ciascuno di noi potrà continuare a cercare i messaggi che preferisce, dal futuro, dalle divinità o da sé stesso.