Quando l’Italia era una colonia inglese

Un saggio rievoca trent'anni di ingerenze di Londra nella politica e nell'economia italiana. Soprattutto, il suo fastidio per “sovranisti”’ come Aldo Moro ed Enrico Mattei

Dopo Il golpe inglese (2011), Giovanni Fasanella, giornalista e autore di numerosi libri sugli anni del terrorismo e Mario José Cereghino, esperto di archivi anglosassoni, hanno appena dato alle stampe, sempre per l’editore Chiarelettere, Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli inglesi ci controllano (pp. 483, euro 18,60).

Grazie a un paziente lavoro d’archivio e in virtù di una legislazione, quella britannica, che consente già di avere accesso ai documenti classificati confidential, secret, top secret conservati negli archivi di stato di Ken Gardens, nei pressi di Londra, è oggi possibile disporre di un quadro assai interessante (e intrigante) della strategia messa in campo dalla Gran Bretagna verso l’Italia, a partire dal 1919 fino alla fine degli anni ’70.

Questo libro – scrivono gli autori nella prefazione – «si sofferma su una delle tante guerre che hanno condizionato la crescita del nostro paese. Quella tra l’Italia e la Gran Bretagna per il controllo del Mediterraneo e delle rotte petrolifere verso il Nord Africa e il Medio Oriente. Una guerra segreta, perché combattuta con mezzi non convenzionali tra nazioni amiche e, per una lunga fase della loro storia, persino alleate. Invisibile e impercettibile, ma non meno dura delle altre».

Una guerra non combattuta, quindi, con le armi tradizionali, ma – è questa la tesi di fondo del libro – con una intensa attività di intelligence e della diplomazia britannica con l’obiettivo di orientare e manipolare l’opinione pubblica italiana e condizionare i partiti di governo (e non solo) al fine di tutelare gli interessi strategici del Regno Unito.

Un condizionamento così intenso da offuscare, in alcune fasi, addirittura l’arcinota influenza nelle vicende interne italiane degli stessi Stati Uniti.

Se, infatti, quest’ultimi, nel secondo dopoguerra, hanno sempre riservato un’attenzione particolare per l’Italia in ragione della sua posizione strategica di confine con le propaggini dell’Impero sovietico e quindi della lotta al comunismo, per la Gran Bretagna le motivazioni dell’interesse per il nostro Paese sarebbero andate al di là delle pur importanti questioni di equilibri internazionali e avrebbero sconfinato nella difesa degli interessi nazionali, con particolare riguardo alle questioni dello sfruttamento del petrolio.

«In molte parti del mondo – si legge in un rapporto del ministero dell’Energia britannico dell’agosto 1962 – la minaccia dell’Eni si sviluppa nell’infondere una sfiducia latente nei confronti delle compagnie petrolifere occidentali […] a scapito degli investimenti e degli scambi delle imprese britanniche».

Per gli inglesi, l’Italia, paese uscito sconfitto nel 1945, non avrebbe avuto alcun titolo ad esercitare un’autonoma politica estera nel bacino del Mediterraneo e in Medio Oriente. Una prerogativa che gli inglesi rivendicavano per loro, come contropartita per la vittoria nella seconda guerra mondiale

In buona sostanza, per gli inglesi l’Italia, paese uscito sconfitto nel 1945, non avrebbe avuto alcun titolo ad esercitare un’autonoma politica estera nel bacino del Mediterraneo e in Medio Oriente. Una prerogativa che gli inglesi rivendicavano per loro, come contropartita per la vittoria nella seconda guerra mondiale.

Secondo Fasanella e Cereghino, la pressione sull’opinione pubblica italiana non si sarebbe limitata a una diffusa azione di convincimento di giornalisti e intellettuali della bontà delle posizioni inglesi, ma sarebbe sfociata in una «guerra senza quartiere a quella parte della classe dirigente italiana cosiddetta “sovranista” – i De Gasperi, i Mattei e i Moro, solo per citarne alcuni esponenti – che mal sopportava il ruolo di “protettorato” britannico e che, in nome dell’interesse nazionale italiano, “disturbava” Londra proprio nelle aree più strategiche, a cominciare da quelle petrolifere in Iran, Iraq, Egitto e Libia».

Dai documenti inglesi, emergerebbe, infatti, un interventismo nella politica italiana che si sarebbe spinto fino ad autorizzare black operations per intralciare sia i rapporti tra l’Italia e il mondo arabo sia l’ingresso dei comunisti nell’area di governo negli anni settanta.

Una lettura, dunque, di sicuro interesse e che porta certamente a riscorpire, con un chiave interpretativa nuova, una delle tante riflessioni di uno che di segreti se ne intendeva.

In un’intervista concessa alla rivista “Limes”, Francesco Cossiga, ministro dell’Interno all’epoca del caso Moro e poi Presidente della Repubblica, rispose infatti così a una domanda del suo interlocutore: «Io non mi meraviglierei […] se un giorno si scoprisse che anche spezzoni di paesi alleati […] avessero potuto avere interesse a mantenere alta la tensione in Italia […] E quindi a tenere basso il profilo geopolitico del nostro Paese».

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