Viva la FifaEuro 2016 si farà anche grazie al torbido petrolio azero

A Baku i diritti civili sono un tema scottante: per questo si usa lo sport per ripulire l'immagine del Paese. L'azienda petrolifera di Stato è sponsor della Uefa, ma su essa pendono accuse di scarsa trasparenza

Lo scorso 10 ottobre, vincendo per 3-1 sull’Azerbaijan l’Italia del calcio si guadagnava matematicamente la qualificazione agli Europei del 2016. In questa affermazione sono racchiuse molte più informazioni di quel che credete. A cominciare dal fatto che gli azeri in Francia ci saranno eccome. Perché esiste un filo che lega il torneo continentale organizzato dalla Uefa e lo stato nato dalla dissoluzione della Grande Madre Russia. Un filo nero e torbido come il petrolio.

Quando ad ottobre la Nazionale è arrivata a Baku, molti giornalisti presenti si sono meravigliati di fronte alla bellezza dello stadio che avrebbe ospitato la partita. Già di per sé, la città azera è stata protagonista negli ultimi anni di un processo di modernizzazione che ha pochi precedenti in Europa. Un processo che l’ha resa protagonista di diversi eventi sportivi globali, a cominciare dai primi Giochi Olimpici Europei estivi, ospitati nelle sue gare più importanti nell’Olympic Stadium. Inaugurato nel 2011, è un moderno catino da 68mila posti dotato di tutti i comfort, ben collegato con il tessuto urbano e caratterizzato da un design accattivante. Il 6 giugno di 5 anni fa, quando venne tagliato il nastro, accanto al presidente Ilham Aliyev c’erano il presidente della Fifa Sepp Blatter e quello della Uefa Michel Platini. Un dettaglio non da poco, perché la macchina di quella che è stata definita come la caviar diplomacy era ormai partita. Tanto che la Uefa, qualche tempo dopo, accolse a braccia spalancate l’azienda petrolifera di Stato (la Socar) tra i propri sponsor, fino ad includerlo tra le principali aziende che legheranno il proprio nome a quello di Euro 2016. Nel frattempo, il 19 settembre 2014, Baku è entrata nella lista delle città ospitanti dell’Europeo di calcio itinerante del 2020.

L’Olympic Stadium di Baku durante l’inaugurazione degli scorsi Giochi Olimpici Estivi (Michael Steele/Getty Images for BEGOC)

Messa così, la questione non si porrebbe nemmeno. Vale la pena quindi ricordare di chi parliamo quando parliamo di Ilham Aliyev. E di cosa parliamo quando parliamo di Socar. Cioè di una politica fatta di elezioni poco chiare, diritti civili negati e gestioni aziendali non ai primi posti per trasparenza.

«Alcuni mesi dopo la pubblicazione del suo rapporto, il Commissario è rammaricato di dover notare che non ci sono stati progressi riguardo le questioni summenzionate; al contrario, il Commissario è stato informato di una serie di sviluppi che ulteriormente influiscono negativamente sulla situazione dei diritti umani in Azerbaijan», scriveva il 23 aprile 2014 il commissario dei diritti umani del Consiglio d’Europa Nils Muiznieks, aggiornando il proprio rapporto sullo stato del Paese dopo il primo viaggio effettuato nell’agosto 2013. Una situazione peggiorata per colpa della stretta attuata dall’alto su giornalisti e blogger. E che nel 2015 evidentemente non era affatto migliorata, se consideriamo la lettera inviata da Human Rights Watch all’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e le Politiche per la Sicurezza Federica Mogherini, alla vigilia dei Giochi Olimpici Europei (e di cui Luca Rinaldi ha scritto qui su LK). HRW aveva denunciato almeno 35 casi simili a quello dell’avvocato per i diritti umani Rasul Jafarov, condannato a 6 anni e mezzo di prigione. La sua colpa? Il 24 giugno 2014 aveva presentato una lista di prigionieri politici dell’Azerbaijan, niente meno che all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa riunita a Strasburgo.

Aliyev non aveva gradito. Perché Ilham, figlio di Heydar, pare non gradisca chi non si mostra favorevole con la sua politica. Nel giugno del 2014 Foreign Policy ha definito gli Aliyhev i “Corleone d’Europa” e mettendo da parte per un attimo la vergogna di essere noi italiani in qualche modo ricordati dagli Usa per la mafia, vediamo di capire il perché ripassando la sua storia politica. Mentre l’Azerbaijan era impegnato nella guerra del Nagorno-Karabakh contro l’Armenia, Ilham si era adoperato come uomo d’affari tra Mosca e la Turchia. Potendo però sempre contare sull’appoggio del padre. Talmente affettuoso che, saputo il vizio del figlio di sperperare i soldi al tavolo verde, aveva ordinato la chiusura di tutte le case da gioco a Baku e dintorni. E visto che il portafogli dell’erede era rimasto vuoto, gli aveva procurato un posto nel board della Socar, ma da vicepresidente, perché l’umiltà è importante.

Nel 1995 Ilham ha cominciato la carriera politica. Prima viene eletto nel Parlamento e quindi diventa presidente del Comitato olimpico azero. Nel 2003 il grande salto. In agosto è eletto Primo ministro e dopo due mesi Heydar lascia la carica di presidente per motivi di salute, non prima di aver nominato il figlio candidato indipendente nella corsa a suo successore. Il 15 ottobre Ilham vince le elezioni con il 76,8% dei voti. L’opposizione non accetta il risultato, supportata dalla segnalazione di irregolarità da parte dell’Ocse e dalla denuncia di Human Rights Watch sull’uso di fondi governativi per finanziare la campagna elettorale del neo presidente.

Ilham è ancora lì al suo posto. E nel tempo ha cercato di ripulire l’immagine del proprio Paese con lo sport. Ovvero da una parte ospitando eventi come Giochi Europei, la Formula Uno e parte di Euro 2020, dall’altra sponsorizzando tornei e squadre in giuro per il Vecchio Continente, di cui in fondo l’Azerbaijan si sente parte fin dai primi accordi commerciali con la Ue del 1996 e l’ingresso nel Consiglio d’Europa datato 2001. La strategia di pulizia d’immagine attraverso lo sport, nelle intenzioni azere, è quella di foraggiare il tutto con il petrolio. Cioè con i petro-soldi. Cioè con la Socar. Un’azienda che nel 2011 ha raggiunto l’ultimo posto per trasparenza nel comparto energia, secondo un’analisi di Transparency International denominata “Promoting Revenue Transparency in Oil and Gas companies”.

Non male, per un Paese il cui oro nero è croce e delizia. Nel 2011, il petrolio ha rappresentato il 65% del valore aggiunto dell’economia azera, mentre l’anno successivo il 73% del bilancio statale (circa 15 miliardi di euro) proveniva dall’oro nero. Oggi le cose vanno peggio: nel 2015 sono state bruciate il 60% delle riserve valutarie azere, per ovviare al crollo del prezzo del greggio, tanto che Ilham ha dovuto contattare il Fondo Monetario Internazionale con il cappello in mano, per chiedere aiuti economici. E Baku va tenuta in piedi: non solo perché Socar è partner dei giganti dell’energia, ma anche perché con l’Europa c’è in piedi il progetto per portare gas naturale verso l’Italia (e quindi la Ue) a un ritmo che può arrivare fino a 10 miliardi di metri cubi di prodotto annui. Nel frattempo, nel Paese si protesta per la realizzazione del circuito che ospiterà il Gran Premio locale di Formula Uno, vista la crisi.

Da sinistra a destra Rovnag Abdullayev, Michel Platini, Sepp Blatter e Ilham Aliyhev (affa.az)

Ma il Governo tira dritto per la propria strada. In Europa l’Azerbaijan deve passare per “The Land of Fire” (come recitava lo sponsor sulle maglie dell’Atletico Madrid, di cui l’ente azero del turismo è stato partner commerc iale, con tanto di visibilità ottenuta in finale di Champions League) e come il classico amico che ha i soldi e che quindi va accolto con gli onori del caso. Ed ecco che entra in campo l’accordo con la Uefa, che riguarda tutte le competizioni ufficiali organizzate dall’Europa del pallone, compreso Euro 2016, di cui Socar è tra i principali partner. D’altra parte la scelta della Francia come sede del torneo ha un po’ stupito, visto che la gestione Uefa di Platini sembrava orientata verso la scelta di nuovi mercati (cioè nuovi bacini elettorali), come Euro 2012 giocato tra Ucraina e Polonia. Ma l’ingresso di Socar in Francia 2016 è in linea con quanto voluto dall’ex numero uno Uefa, che nel frattempo aveva anche deciso ad esempio di giocare la finale di Supercoppa Europea 2015 a Tblisi, in Georgia.

Calcio e Socar formano un binomio perfetto. Non è un caso che il presidente dell’azienda di Stato, Rovnag Abdullayev, che oltre ad essere stato parlamentare tra il 2005 e il 2010, nel marzo 2008 è stato eletto anche capo della Affa, la federcalcio azera. Nel frattempo – visti anche i venti che girano attorno a Fifa e Uefa – Socar ha pensato di difendersi dalle accuse di scarsa trasparenza di Global Witness, che nel 2013 si è chiesta di chi fossero realmente i soldi di Socar. Che a sua volta ha creato, da brava azienda moderna attenta al digital, un sito ad hoc per cominciare a chiarire qualcosa. E sebbene l’apertura di Socar sia un segnale definito come incoraggiante, i dubbi restano. Ma l’Europeo però si farà. Anche grazie a questi soldi, che ancora non abbiamo capito bene di chi sono.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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