Gomorra, al bando i moralismi ecco il male, spettacolare e disturbante

Dopo due anni torna la serie tratta dall'omonimo libro di Roberto Saviano. Sollima e gli altri registi raccontano "gli stati uniti della Camorra"

Stamm’in cima. Dice così, Ciro Di Marzio, alla moglie Debora che gli chiede conto di tutti i sacrifici e le rinunce cui sono sottoposti, lui e la sua famiglia. Stiamo in alto, in cima alla piramide. Poco dopo l’Immortale sprofonderà nel punto più basso della sua drammatica parabola. Qualcosa di sconvolgente e disturbante, anche per lo spettatore.

A due anni di distanza dalla prima edizione, è finalmente iniziata la seconda stagione di Gomorra – La serie (Sky Atlantic e Sky Cinema 1): di gran lunga la serie più attesa dell’anno. Don Pietro Savastano (Fortunato Cerlino) è evaso dal carcere e vuole riprendersi «quello che è nostro». Ma trova una situazione completamente cambiata. Il figlio Genny (Salvatore Esposito) è ancora vivo e rivendica il suo ruolo, Ciro (Marco D’Amore) è divorato dalla sete di potere, Salvo Conte (Marco Palvetti) tesse la sua tela. Tutti perseguono una supremazia personale. Spartendosi le piazze, il traffico di droga, i locali. Sono bestie fameliche e disperate, che vogliono comandare. Ma vivono in case che sono spelonche, senza lussi, braccati, perennemente in fuga da un destino segnato, negli antri di acquitrini a Scampia, in una boscaglia in Germania, sui lungomare fatiscenti: una pistola può spuntare dietro ogni angolo.

Tutti perseguono una supremazia personale. Spartendosi le piazze, il traffico di droga, i locali. Sono bestie fameliche e disperate che vogliono comandare. Ma vivono in case che sono spelonche

La morte, ha scritto Roberto Saviano nelle note della sceneggiatura è «la vera differenza nelle dinamiche di potere: se sei disposto a vivere per la tua famiglia, se sei disposto a vivere per il tuo lavoro, se sei disposto a vivere per i tuoi soldi, se sei disposto a vivere per il potere, se sei disposto a vivere per le tue donne non vali. Devi essere disposto a morire in ogni momento e a uccidere in ogni momento. Questo ti rende un uomo (o una donna) capace di comandare».

Stefano Sollima e gli altri registi (Claudio Cupellini, Francesca Comencini, Claudio Giovannesi) insieme agli sceneggiatori (Stefano Bises, Leonardo Fasoli) raccontano il sistema – “gli Stati Uniti della Camorra” – che da Napoli s’irradia in Honduras e in Germania (secondo episodio) e chissà dove ancora. Lo fanno scavando nelle psicologie più che nella prima stagione, tentando una narrazione introspettiva dei protagonisti. I primi episodi sono monografie dei personaggi. Si vede Ciro piangere, Genny inghiottire fiele. Siamo in cima, dice Ciro, e sprofonda. È una contraddizione palese, possibile solo dentro un universo chiuso, tossico. Gomorra è tutta in questa contraddizione colossale.

(Continua su Cave Visioni)

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