Chiedere scusa: come farlo, quando farlo, perché farlo

Scusarsi è un procedimento lineare eppure troviamo difficoltà nel farlo. Ma il flusso di sentimenti del prossimo non ricade sulle nostre mani.

È un’arte talmente sottovalutata, quella delle scuse, da essere ormai in estinzione. Eppure dovrebbe essere semplice: fai un errore, ti scusi, finisce lì. Invece no. Le scuse diventano molto spesso un modo per discolparsi, addossare la responsabilità alle vittime, scaricare barili, spostare il fulcro del problema altrove. Le scuse sono una cosa semplice, lineare.

L’avete fatta grossa e dovete scusarvi? Ecco come fare senza peggiorare la situazione.

Quando scusarsi?

Bella domanda. La risposta semplice è: quando si sa di avere ferito qualcuno o di essersi comportati in modi umanamente e socialmente inaccettabili. Una volta riconosciute queste ragioni, le scuse sono un passo necessario per riconciliarsi con gli altri e con noi stessi.
Se invece pensi di avere ragione, come non detto. Quella è una cosa che devi valutare tu, in un colloquio intimo con la tua coscienza.

«Perfare un esempio pratico: chiamare qualcuno “negro” è razzista anche se tu pensi di non esserlo»

“Ma io non volevo offendere”

L’intenzione non conta: anche se non volevi, potresti avere offeso qualcuno. Per fare un esempio pratico: chiamare qualcuno “negro” è razzista anche se tu pensi di non esserlo, anche se – per usare il linguaggio dei razzisti – hai “tanti amici africani! E quando li chiamo ‘negro’, ridono!”
Senza entrare nel merito: se qualcuno si offende, ha diritto di essere offeso. Se qualcuno ci rimane male, viene ferito da una cosa che fai, ha diritto ai suoi sentimenti. Si ritorna quindi al punto uno: puoi anche decidere di non scusarti, ma non puoi decidere come si sentono o si dovrebbero sentire gli altri.

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