Farnesina associatiTante parole, zero fatti, il bilancio di Di Maio sulla Turchia

L’Italia ha un peso politico limitato nella strategia europea contro Erdoğan in Siria e la sospensione unilaterale della fornitura di armi ad Ankara sarebbe controproducente per il nostro Paese. Nessuna iniziativa sui nostri soldati e i nostri missili schierati al confine in difesa della Turchia

Aref TAMMAWI / AFP

Ieri il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha chiesto agli alleati europei di coordinarsi per sospendere le vendite di armamenti alla Turchia di Erdogan, come sanzione per l’offensiva di Ankara contro i curdi nel nord della Siria. Una posizione che il ministro ripete da giorni, allineato con il presidente del Consiglio Conte e il segretario del Partito democratico, Nicola Zingaretti. Uno strano atteggiamento da parte dei tre, che seppure al governo in questa prima settimana di conflitto si sono comportati come fossero all’opposizione, e come se la decisione spettasse a qualcun altro.

Va detto che alla Farnesina sanno bene che l’Italia, in questo contesto, conta poco: «Il ministro Di Maio condannerà l’attacco e convocherà l’ambasciatore turco per chiedere spiegazioni. Ma difficilmente vedremo in breve tempo una posizione comune su decisioni concrete con gli altri Paesi europei, per queste cose ci vogliono dei negoziati spesso molto lenti. D’altronde, nel momento in cui gli americani decidono di ritirarsi c’è ben poco che l’Italia può fare», ci spiegava un diplomatico durante le prime ore dell’attacco turco. «Il governo italiano è già al lavoro affinché l’opzione della moratoria nella vendita di armi alla Turchia sia deliberata in sede europea quanto prima possibile» e che tutti gli obiettivi «devono essere raggiunti attraverso il coordinamento europeo», aveva chiarito Palazzo Chigi domenica in una nota.

«Bisogna essere lucidi: l’operazione in corso non poteva cominciare senza un accordo, quantomeno implicito, tra Erdogan, Putin e Trump. Ora, dobbiamo riconoscere che l’Europa non ha i mezzi per opporsi a un consenso così potente»


Jean Asselborn

Tuttavia l’accordo europeo sull’embargo comune non c’è stato: gli Stati europei hanno sì condannato la decisione della Turchia, ma non si sono impegnati a fare alcunché di concreto, viste le divisioni interne. Divisioni che emergono non soltanto in merito all’eventuale embargo comunitario sulla vendita di armamenti, ma anche più in generale sull’atteggiamento da tenere nei confronti di Ankara. La verità, l’ha spiegata candidamente il ministro degli Esteri del Lussemburgo, Jean Asselborn: «Bisogna essere lucidi: l’operazione in corso non poteva cominciare senza un accordo, quantomeno implicito, tra Erdogan, Putin e Trump. Ora, dobbiamo riconoscere che l’Europa non ha i mezzi per opporsi a un consenso così potente. E abbiamo riconoscere anche che siamo sotto pressione turca rispetto alla cris migratoriai, e che il presidente turco ci ha già pesantemente minacciato su questo piano».

C’è poi da chiedersi se un embargo contro Ankara sia efficace: difficile possa fermare l’avanzata e difficile possa avere effetti di medio periodo diversi da quello di spingere la Turchia nelle braccia della Russia. Mosca, tra l’altro, ha già venduto alla Turchia i suoi sistemi di difesa terra/aria S-400. La prudenza italiana verso atti unilaterali, ci spiega una nostra fonte, è legata anche al ruolo turco in Libia. Ankara sostiene militarmente e diplomaticamente il governo di Fayez al Serraj, e Roma non intende innervosire il proprio alleato libico con fughe in avanti o atti isolati.

Ecco perché, prima di firmare il decreto di sospensione delle autorizzazioni alle imprese italiane che esportano armi in Turchia (che si riferisce soltanto a quelle future, e non a quelle già approvate), Luigi Di Maio ha lavorato in sede europea e ottenuto un generico impegno da parte degli alleati. Nessuna iniziativa, infine, sui nostri uomini e sui nostri missili schierati in missione Nato al confine turco-siriano a difesa della Turchia.

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