Roma restituisceBettini, l’uomo che sta spingendo il Pd nelle mani di Grillo e il Paese in quelle di Salvini

Il maestro e “padre spirituale“ di Zingaretti, ideatore del “modello Roma”, tesse i rapporti tra Pd e Grillo. Se non dovesse funzionare, le elezioni non sono un tabù: il Pd farebbe pulizia, restando l’anima dell’opposizione. Ma a governare ci sarebbero il Capitano e le milizie della Meloni

Ad agosto, in piena crisi di governo, dopo l’uscita a sorpresa di Matteo Renzi, è stato lui, Goffredo Bettini, a far cambiare idea all’allievo Nicola Zingaretti sull’opportunità di non andare a voto e allearsi con i Cinque Stelle. Spingendo, anzi, il segretario Pd ad andare oltre l’orizzonte renziano di un governo di transizione e puntare invece su un vero e proprio patto di legislatura con i grillini. Tre mesi dopo, eccolo di nuovo, Bettini, a muovere le fila del rinsaldamento dell’accordo tra i Cinque Stelle e i Dem per il rilancio del governo, favorendo il funzionamento delle linee telefoniche tra Zingaretti e Beppe Grillo anziché assecondare le liti di maggioranza.

«Stringe il cuore vedere una destra solidale e cattiva e un centrosinistra conflittuale e inconsapevole. Il Pd non si rassegna a questo andazzo», ha detto al Manifesto. «Bologna ha confermato che nel futuro la competizione in Italia sarà tra un campo progressista e democratico e la nuova e pericolosa destra risorgente. Noi siamo il pilastro del campo democratico». Da teorico del bipolarismo tra destra e sinistra, l’obiettivo del padre spirituale di Zingaretti è quello di provare a rimescolare gli elettorati piddini e grillini attraverso la formula del governo giallorosso. Nella convinzione azzardata che i pentastellati, alla fine, preferiranno la casa del Nazareno a quella degli ex coinquilini della destra sovranista. Se poi questo sforzo non dovesse servire, il voto non è un tabù. E forse questa è la parte più pericolosa.

l’obiettivo del padre spirituale di Zingaretti è quello di provare a rimescolare gli elettorati piddini e grillini attraverso la formula del governo giallorosso. Nella convinzione azzardata che i pentastellati, alla fine, preferiranno la casa del Nazareno

Il deus ex machina del “modello Roma”, consigliere e maestro del segretario Dem dai tempi della provincia di Roma, continua così a essere il cervello del suo partito, che ha visto morire e risorgere nelle diverse sigle, da Pci a Pds, da Ds all’attuale Pd. Nelle vesti di consigliere, coordinatore, deputato, senatore e pure eurodeputato.

Eppure dopo la sconfitta di Veltroni nel 2008, Bettini, dimenticato da molti, sembrava essersi ritirato tra i libri e la sua amata Thailandia. Tanto da aver scritto, per Marsilio, Oltre i partiti, nel tentativo di capire cosa fosse rimasto nel campo democratico. Ma certe antiche passioni, mai dimenticate anche davanti al mare d’Oriente, possono tornare indietro. Fino a decidere di fermarsi a Roma in queste settimane, anziché ripartire verso la casa di Ko Samui, per seguire da vicino il giro di vite dell’allenza con i grillini. L’organizzazione dell’ottava edizione del festival del cinema italiano in Asia (Moviemov), di cui è ideatore, può aspettare.

Colui che, da ex segretario romano della Fgci prima e del Pci poi, fu il tessitore dei rapporti tra la sinistra e i grandi salotti della Capitale grazie al suo fare gentile e cortese, vent’anni dopo si ritrova a tessere le nuove trame dell’abbraccio tra i democratici finalmente liberi da Renzi e i grillini rinsaviti (come prova di fede Grillo nel suo ultimo video ha ripetuto più volte la parola “sinistra”). «Ho molto contribuito alla formazione della classe dirigente del partito a Roma, dal 1986. E quei ragazzi di allora sono ancora il gruppo dirigente del partito», racconta lui, che andava d’accordo – cosa difficilissima – sia con Walter Veltroni che con Massimo D’Alema.

Il sottotitolo del suo ultimo libro, Agorà, che recita “l’ago della bilancia sei tu”, deve averlo preso alla lettera. Nei progetti bettiniani, popolo ed élite, come fu per la sua sinistra e l’establishment romano, ora possono incontrarsi ancora, anche in uno dei momenti di maggiore spaccatura. Solo che stavolta Bettini sta dalla parte delle élite che devono incontrare, e assecondare, il popolo grillino. Un tentativo di riaggregare e rieducare, che rischia però di soffocare il partito nella morsa del populismo pentastellato, soprattutto dopo il voto per il taglio dei parlamentari e la cancellazione dello scudo penale per i Mittal.

Bettini sta dalla parte delle élite che devono incontrare, e assecondare, il popolo grillino. Un tentativo di riaggregare e rieducare, che rischia però di soffocare il partito nella morsa del populismo pentastellato

Con il M5s «c’è stata una reciproca preclusione ideologica che ha danneggiato molto il campo democratico, ma è un processo e c’è da attendersi un’evoluzione. Allo stato attuale, il complesso del Pd ha acquisito la necessità di un’alleanza, non fosse altro perché da soli alle elezioni non potremmo fronteggiare la destra di Salvini», ha messo le mani avanti Bettini. E lo schema che intende adottare è di nuovo quell’intreccio che permise a Francesco Rutelli prima e Walter Veltroni poi di prendersi il Campidoglio. Infiocchettando pure quel capolavoro raffinato di relazioni che era ed è la Festa del cinema, dopo aver guidato per anni l’Auditorium della Capitale. Bettini, che già a 15 anni presentava le rassegne di film nella sezione del Pci di Campo Marzio, fu presidente della kermesse per due anni.

Per poi essere l’artefice della pax che portò nel 2007 Veltroni a fare il segretario del neonato Partito democratico. Fu in quel caso, da grande consigliere di Veltroni, che Bettini escogitò pure la nota teoria del “doppio colpo in canna”, che sarebbe ora il suo asso nella manica nel caso in cui la liaison con i grillini non dovesse funzionare, rischiando però di essere molto più pericolosa di 11 anni fa. Allora, di fronte alle difficoltà del secondo governo Prodi, anche in quel caso dovute alle liti interne alla maggioranza, l’idea era che il Pd potesse presentarsi da solo alle elezioni anticipate, puntando sul voto utile del maggioritario con l’obiettivo di una polarizzazione di consensi tra il Pd e il Pdl di Berlusconi. Se il Pd avesse vinto, sarebbe stato un gran colpo, il primo. Ma anche la sconfitta sarebbe comunque stata un successo (il secondo colpo), perché il Pd sarebbe stato comunque il primo partito di opposizione. Il risultato fu che il Pd ottenne sì il 33,1%, ma il Pdl arrivò al 37%, toccando il 46% con l’intero centrodestra. Non proprio una buona tattica.

Un azzardo che neanche oggi si esclude visto che, come Bettini stesso ha detto, «la pazienza del più grande partito della sinistra non è infinita». Se insomma l’abbraccio con i Cinque Stelle non dovesse consolidarsi e le linee telefoniche si dovessero interrompere, il ragionamento resta sempre quello del meglio diventare il più grande partito dell’opposizione che farsi cuocere a fuoco lento, schiacciati tra Di Maio e Renzi.

Il ragionamento resta sempre quello del meglio diventare il più grande partito dell’opposizione che farsi cuocere a fuoco lento, schiacciati tra Di Maio e Renzi

«O si cambia o si muore. Non è una minaccia, è una constatazione», ha dichiarato Bettini. E i destinatari del messaggio sono sempre loro due: Di Maio, che ha subito rimandato al mittente il posizionamento di Zingaretti sullo ius culturae da Bologna; e Renzi, che fa contraltare al Pd praticamente su ogni dossier. «Tutti devono sapere che, se si va in ordine sparso, il solo partito che rimarrà decisivo e in piedi sarà il Pd. Renzi centrifuga bene nel suo bicchiere d’acqua. Ma in mare aperto, così facendo, rischia di perdersi», avverte Bettini. Se si stacca la spina, insomma, per i grillini e Italia Viva sarebbero dolori. I primi, a guardare i sondaggi, verrebbero ridotti al lumicino. I renziani non resisterebbero alle elezioni con il Rosatellum.

Il voto porterebbe i Dem all’opposizione di un governo di destra a guida Salvini, ma potrebbe fare pulizia tra i nemici interni. Cinque anni di opposizione, e poi si torna a giocarsela con un nuovo bipolarismo. Ma i dolori stavolta potrebbero essere davvero di tutti. Perché nei cinque anni di opposizione del Pd, a governare, questa volta, ci andrebbero il Capitano e le milizie di Giorgia Meloni, non Silvio Berlusconi e Umberto Bossi.

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