House of FormiglisRenzi ha torto, ma dipingerlo come The Leopoldaman serve solo ad autoassolverci

L’idea che il politico debba vivere in una «casa di vetro» non è trasparenza, ma un incubo totalitario. Ed è anche la balla con cui giustifichiamo il modo in cui si conduce la lotta per il potere in Italia, con la nostra complicità

Foto da Twitter

Nella polemica tra Matteo Renzi e Corrado Formigli – e a maggior ragione tra le rispettive schiere di sostenitori, difensori e picchiatori – quello che più salta agli occhi, paradossalmente, sono le omissioni.

Renzi, anzitutto, dimentica di dire che l’intervista con Formigli è stata uno scontro ad armi pari. Scontro che peraltro, a mio modesto parere, Renzi aveva vinto. E l’aveva potuto vincere proprio perché Formigli, nel rivolgergli tutte le domande – a giudizio di Renzi, e in parte anche mio – pretestuose, tendenziose e provocatorie che gli ha rivolto, gli ha sempre lasciato il tempo di rispondere e il modo di sottolinearne il carattere pretestuoso, tendenzioso e provocatorio. So che per molti renziani la principale colpa di Formigli è proprio di averlo interrotto continuamente, tecnica che in tv è spesso utilizzata per mettere l’ospite in difficoltà, ma non era questo il caso, a meno che non si consideri illegittima qualunque interruzione dell’altrui monologo. Quello non era un comizio, era un’intervista, e in nessun momento dell’intervista Formigli ha fatto ricorso ad alcuno dei mille trucchi che i conduttori possono usare in queste circostanze: dalle domande a grappolo, con sistematico cambio di argomento, in modo che allo spettatore non arrivi nemmeno una risposta intera, ma solo un cumulo di accuse, fino al classico «aspetti-aspetti mi risponde al termine di questo servizio di quindici minuti in cui abbiamo chiesto a tutte le persone che la odiano perché la considerano un grandissimo farabutto».

Formigli ha fatto le sue domande e ha lasciato che Renzi rispondesse come meglio credeva, anche quando la risposta consisteva in un’aperta contestazione della domanda. E pure in questo caso il conduttore ha evitato di ricorrere all’ultimo rifugio dei giornalisti-canaglia, che prima menano e appena l’altro si azzarda a difendersi gridano all’attentato alla libertà di stampa. Dunque Renzi aveva vinto, ma non ha resistito a fare Renzi, e la sera stessa ha cominciato a twittare le sue lamentele sulla conduzione, tra il vittimistico e il minaccioso, sapendo benissimo cosa ne sarebbe seguito, e cioè un’inaccettabile cagnara social, con le foto di casa del conduttore messe in mostra in una specie di grottesco «e allora Formigli?» dall’evidente carattere intimidatorio. E se tutta questa storia si fosse svolta in qualche lontano paese in cui vigono lo stato di diritto e il pluralismo dell’informazione, l’articolo finirebbe qui, dicendo semplicemente che Renzi e i renziani hanno torto. Il che è vero, peraltro. Il problema è che hanno torto anche buona parte degli altri, e Renzi ha almeno una significativa attenuante. Dunque – sono spiacente – l’articolo continua.

Ha torto Formigli quando dichiara: «Il giornalista deve controllare il potere, il contrario è squadrismo. Lì ci vivo con la mia famiglia. Mia moglie si è allarmata»

Nella sua intervista al Corriere della sera anche Formigli, infatti, dimentica di dire alcune cose molto importanti. Soprattutto quando parla di case. L’abitudine di pubblicare foto e indirizzi delle abitazioni dei politici al centro degli scandali, anche quando l’abitazione non c’entra niente con lo scandalo, va avanti indisturbata da decenni, senza che nessuno – a parte il politico di volta in volta interessato – ci trovi nulla da ridire. Ed è una vergogna e uno schifo, ma non è un caso: è il modo in cui si conduce la lotta per il potere in Italia. Dunque ha torto Formigli quando, nella suddetta intervista, dichiara: «Il giornalista deve controllare il potere, il contrario è squadrismo. Lì ci vivo con la mia famiglia. Mia moglie si è allarmata». Ha torto perché è sempre squadrismo, perché anche i politici hanno mogli e figli, ma soprattutto perché rimuove l’evidenza che il potere oggi è lui – siamo noi giornalisti – molto più dei politici, come dimostra il fatto che in difesa del diritto alla privacy di Formigli si è giustamente sollevata l’indignazione di tutti. Mentre di fronte alla minaccia alla privacy di un politico si alza sempre qualcuno a dire che no, il politico deve vivere in una «casa di vetro».

Questo della «casa di vetro» è uno dei più ripetuti e più pericolosi luoghi comuni del pur vasto campionario con cui giornalisti e magistrati giustificano il modo in cui, con la loro attiva complicità, si conduce la lotta per il potere in Italia: e cioè attraverso la sopraffazione, l’insinuazione e lo sputtanamento. E tutto questo non ha proprio niente a che fare con la trasparenza della democrazia. Al contrario: è il terreno di gioco ideale per ogni sorta di interferenza e manipolazione. La «casa di vetro» è un incubo totalitario: è la casa del Grande Fratello, ma non quello di Mediaset, quello di Orwell. Accettare l’idea che i politici debbano vivere come San Francesco, senza mai sognarsi nemmeno di dire una parola fuori posto al telefono, oppure rassegnarsi a essere sempre ricattabili, significa rassegnarci noi, come elettori, a vivere in una democrazia a sovranità limitata.

Se in Italia la lotta per il potere segue sempre di più il copione Gangs of New York, non ci si può stupire se quello che da almeno tre anni ne è il principale bersaglio decide di rispondere «colpo su colpo»

Tutto questo naturalmente non giustifica Renzi quando esprime una solidarietà a Formigli che l’interessato ha tutte le ragioni di definire pelosa e strumentale; tanto che un osservatore certo non pregiudizialmente ostile come Maurizio Crippa, sul Foglio, in uno dei commenti più equanimi sulla vicenda, accosta il leader di Italia Viva al mafioso interpretato da Robert De Niro in The Irishman. Ma se in Italia la lotta per il potere segue sempre di più il copione Gangs of New York, non ci si può stupire se quello che da almeno tre anni ne è il principale bersaglio decide di rispondere «colpo su colpo». Perché negli ultimi tre anni, e questa è la sua principale attenuante, la battaglia contro di lui è stata condotta davvero con tutte le armi, anche attraverso operazioni a dir poco opache. Si è arrivati persino alla manipolazione delle intercettazioni che potevano portare all’arresto dei suoi genitori (naturalmente per errore, come i giudici hanno stabilito e tutti noi crediamo fermamente, perché crediamo nella giustizia, ci mancherebbe: mica vorremo fare come Berlusconi?).

Se la democrazia italiana avesse avuto ancora mezzo anticorpo in circolazione, quella vicenda avrebbe dovuto portare immediatamente alla sollevazione di tutto il parlamento, maggioranza e opposizione, e anche della libera stampa, senza distinzioni di destra e sinistra. È accaduto invece l’esatto contrario, e persino nello stesso partito di Renzi, allora, i suoi avversari interni sono stati ben felici di specularci sopra.

Dunque sì, a leggere oggi i suoi tweet di minacciosa solidarietà a Formigli, o quelli in cui qualche ora dopo lamenta il linciaggio cui sarebbero sottoposti i suoi sostenitori online, sembra davvero di sentire un monologo di Robert De Niro in The Irishman. Questo mafioso interpretato da un uomo di ottant’anni anche quando dovrebbe averne trenta, che di conseguenza fa il bullo, insegue e aggredisce le persone muovendosi come Robocop, risultando quindi più goffo che minaccioso, e si vede che ormai fa fatica anche ad alzare il piede con cui vorrebbe schiacciare la mano dell’avversario a terra. O forse invece il parallelo più giusto è con il personaggio di Al Pacino, il sindacalista-capopolo Jimmy Hoffa, anche lui incline agli stessi metodi dei suoi nemici, altrettanto violento e arrogante, ma anche braccato, isolato e tradito da tutti, e infine usato come capro espiatorio. Esattamente come accade oggi con il cattivissimo Renzi – The Leopoldaman – bersaglio privilegiato di qualunque giornalista abbia almeno un account twitter da cui sparare. Al solito, tutti insieme, come un sol uomo.

Lo dovremmo scrivere sui tesserini, noi giornalisti, come motto della categoria: tutti contro uno, uno contro tutti.

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