La piazza senza dialetticaNon c’è da stare tranquilli se le sardine ci fanno stare tranquilli

Sabato a San Giovanni erano tutti d’accordo, tutti gentili, educati. Qualcuno ha sfoderato anche un Nokia Ovetto. Ma guai a parlare di politica. Alle sardine sembra che interessi il numero, non la profondità

Con le sardine non si può essere in disaccordo. Proprio come con le poesie, che non vanno a parare da nessuna parte – Paolo Di Paolo ha scritto che soltanto chi non c’era, sabato pomeriggio a San Giovanni, poteva aspettarsi qualcosa; chi c’era, come lui, sapeva invece che l’importante era esserci, esserci e basta.

Non si può essere in disaccordo neanche con i temi dei bambini delle elementari – come vorresti il futuro? Pieno di scivoli, torte, persone che si amano, caldarroste, madri che non urlano mai, padri che giocano sempre, niente compiti ma opere di bene, preti su TikTok.

A parte gli invasati o i rompicoglioni (disfattisti, pardon), che sono un consistente numero di persone la cui madre ultimamente è sempre incinta – ma lasciamo i conteggi alle questure –, nessuno si direbbe razzista, e nessuno schiferebbe una torta. Nessuno vorrebbe una politica peggiore. E una società più ingiusta. E un prossimo più maleducato. E un governo incompetente. E un’unione di generazioni diverse che scendano in piazza per ottenere il diritto a fregarsene di chi verrà dopo di loro e sperperare le risorse della terra come nel finale di Nosferatu, quando l’umanità s’ammala di peste e vive gli ultimi giorni sulla terra in una continua sbornia.

Le sardine stanno dalla parte giusta, e questo le rende rassicuranti. Non è ancora chiaro se abbiano delle posizioni, e questo, per ora, le rende incontestabili. Dice: dovremmo contestarle per forza? Forse. E non per contrarismo, ma perché dai disaccordi si arriva agli accordi, dai contrasti alle risoluzioni, dalla dialettica al discorso. A questo servono (servivano?) la politica e la democrazia.

Però le sardine non vogliono sentir parlare di politica, non vogliono fare partiti, non vogliono fare movimenti, vogliono fare la conta dei buoni in modo da dire che esistono, e non sono pochi, e guai a chi tocca San Giovanni, la piazza che è tornata a riempirsi per mondare la profanazione leghista. Come si possa volere una politica migliore se non si vuole fare politica è una contraddizione che nessuno osa segnalare loro con troppa enfasi, fosse mai che si traumatizzano e vanno all’estero, non vorremo mica sembrare i soliti italiani malpancisti misoneisti sfiduciati cinici paternalisti. I soliti vecchi contro i giovani.

Come si possa volere una politica migliore se non si vuole fare politica è una contraddizione che nessuno osa segnalare loro con troppa enfasi, fosse mai che si traumatizzano e vanno all’estero

Francesco Merlo ha scritto su La Repubblica che sabato pomeriggio in piazza San Giovanni c’era la grazia di Dio. Addirittura. E dev’essere per questo che ci guardiamo tutti dall’affilare la lama del discorso su questa concentrazione di persone, tutte a modo e per bene, tutte poetiche e lievi, tutte istruite e intelligenti, che diversamente da tutto quello che s’è mosso negli ultimi anni nella società civile non hanno alcuna ossessione identitaria. La fede è un incontro intimo e costante con il dubbio, ma la grazia di Dio non si contesta, né si discute: o s’accetta o non s’accetta. Ma Merlo magari non voleva dire questo. Forse voleva soltanto dire: finalmente.

Perché tra sardine si sta schiacciati ma in pace, nessuno sgomita, nessuno urla, nessuno pretende. Una parola scritta su molti cartelloni e ripetuta in molti interventi, sabato, era “obbligo”. E tanto basta a smarcare le sardine dagli esordi del 5Stelle e dai V-Day, in cui si osannava il diritto alla stanchezza, alla rabbia, all’esautorazione senza che a nessuno di essi venisse accordato un dovere.

«La libertà è l’obbligo di essere esseri umani», ho letto su uno striscione. Poco dopo, ho cantato “Bella Ciao”, sentendomi un po’ ridicola e un po’ commossa. Poi, ho cantato “Fratelli d’Italia”. Cantavo in mezzo a persone che cantavano tutte, senza mai urlare, chiedendomi scusa se mi urtavano, permesso se dovevano passare, per cortesia se volevano che scattassi loro una foto. Una ragazza accanto a me aveva un Nokia ovetto, che io non vedevo in mano a un essere umano che non sia mia nonna da 15 anni almeno (di più, temo di più). Non mi era mai capitato di vedere un quindicenne con un telefono antico tra le mani (lo stesso che usavo io quando avevo 15 anni) e quindi mi sono commossa e ho immaginato la sua vita come un calco della migliore vita possibile secondo me. Niente TikTok, ma al massimo Facebook. Niente Tinder ma una scopamica conosciuta nel cortile del liceo. Niente Netflix ma serate in sala prove a suonare, bere, fumare, inventare storie e poi canzoni. E mi sono sentita molto vecchia, ma a casa.

Niente TikTok, ma al massimo Facebook. Niente Tinder ma una scopamica conosciuta nel cortile del liceo. Niente Netflix ma serate in sala prove a suonare, bere, fumare, inventare storie e poi canzoni

Avrei, invece, preferito sentirmi molto vecchia ma a disagio, come quando ascolto la trap e capisco che non posso capire: posso solamente lasciarmi trasportare. Michele Serra una volta ha detto che a una certa età bisogna avere l’umiltà di accettare che le cose nuove non ti prevedono e io ho visto un po’ troppi boomer, a Piazza San Giovanni, per farmi bastare l’essere lì, come se l’è fatto bastare Paolo Di Paolo. Non c’è da stare tranquilli se le sardine ci fanno stare tranquilli. Non mi piace che una quindicenne abbia lo stile che io credo sia giusto avere. Non mi piace che assomigli al modo in cui ero io. Anzi, mi piace tanto, troppo: mi conforta.

L’unico accenno di disordine nella piazza c’è stato quando sotto il piccolo palco le “Sardine nere”, formate da un gruppo di ragazzi immigrati arrivati da Napoli, hanno protestato per prendere la parola contro i decreti sicurezza che vanno «abrogati», dicono loro, e non «rivisti», come invece aveva detto Mattia Santori. Una delle sardine nere è riuscita a dire qualcosa al microfono, poi l’audio è stato tolto ed è tornata la musica a riportare l’ordine e la concordia nella folla. Mentre le “Sardine nere” lasciavano la piazza urlando «Libertà, libertà» per dirigersi verso i pulmann di ritorno a Napoli. Cinque-dieci minuti di dialettica politica, non di più, e poi di nuovo la calma.

E invece io vorrei che le sardine ci facessero sentire in pericolo, discussi, vecchi, dinosauri da distruggere, amici, nemici, avversari, alleati, imprevisti, imprevedibili, sgraditi, fuori tempo. Vorrei temerle, queste sardine, almeno un po’. La concordia generazionale non è una brutta cosa, figuriamoci, ma sabato pomeriggio a Roma c’erano più boomer che millennial e più millennial che genZ e tutti si tenevano le mani e i boomer avevano quella faccia un po’ così di quelli che alla fine la rivoluzione te lo dicono loro come la devi fare. Io vorrei che questa concordia generazionale che le sardine hanno inaugurato prevedesse almeno una contrapposizione: quella che canta Jovanotti in quel verso che fa «di aver ragione non mi frega niente, voglio avere torto mentre tu mi baci, respirare l’aria dalle tue narici come quella volta che abbiamo scoperto che davanti a noi c’era uno spazio aperto». Invece niente, sabato pomeriggio erano tutti d’accordo. I vecchi con i giovani. I belli con i belli. Tutti uniti dalla presentabilità.

E invece bisognerebbe far sì che vadano d’accordo i belli con i brutti, con qualche danno per i brutti, che si vedono consegnare un pezzo di specchio così da potersi guardare. Così fa un verso di “Com’è profondo il mare” di Lucio Dalla, la canzone che a piazza San Giovanni abbiamo cantato tutti, sabato pomeriggio, dopo “Fratelli d’Italia”, protestando perché è stata interrotta molto prima di arrivare a quel verso, al primo ritornello, al primo “Com’è profondo il mare”, che serviva per dare un colore identitario e niente più, anche se alle sardine interessa il numero, e cioè l’estensione. Non la profondità.

Speriamo bene.

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