L’anno breveSegnatevi la data, il 3 novembre sapremo se il 2020 sarà l’anno della disfatta o della riscossa

La riconferma o meno di Trump sarà il momento decisivo della nostra epoca, con il rischio della sfaldatura finale della società aperta e la possibilità di ristabilire la normalità democratica dell’occidente messa in crisi dagli eventi del 2016. Ma per ora gli sfidanti sono più deboli del presidente

MANDEL NGAN / AFP

Il 2020 sarà l’anno più importante della nostra storia recente, almeno quanto il 2016 è stato l’anno nero per la democrazia globale. Resta da capire se sarà l’anno della disfatta della società occidentale o quello della riscossa. Il 3 novembre prossimo, con le elezioni presidenziali americane, sapremo se l’esperimento nazionalista sovranista populista continuerà a imperversare di qua e di là dell’Atlantico oppure se finalmente saranno scattate le contromisure per il ristabilimento della normalità democratica.

Il caos globale che stiamo vivendo in questo momento ha radici profonde e motivazioni serie, ma si è consolidato ed è diventato virale il 23 giugno, l’8 novembre e il 4 dicembre del 2016, con lo sconsiderato referendum sulla Brexit, con la dubbia elezione di Donald Trump e con il No alle riforme costituzionali italiane. In tutti e tre i casi c’è stato un attacco esterno via social network, sia pure con modalità e impatti diversi, ai processi democratici dei due paesi leader dell’alleanza atlantica e di uno dei suoi più importanti alleati. Un’ingerenza grave che ha esacerbato i problemi interni, ma ancora più gravi sono state le conseguenze politiche e sociali di quegli accadimenti del 2016.

Innanzitutto la rinuncia dell’America a interpretare il ruolo dell’America, cominciata in realtà con Barack Obama per scelta ideologica e in reazione alla politica interventista occidentale post 11 settembre, e poi lo sfaldamento dell’Europa attivato dalla Gran Bretagna. Questi due eventi politici hanno lasciato il campo in occidente e fuori occidente alle scorribande delle potenze imperialiste antidemocratiche, dalla Russia alla Cina, libere di interferire, di intervenire, di ammaliare le frange estremiste, anticapitaliste e antioccidentali di destra e sinistra. L’assenza di una guida liberale e democratica ha disorientato l’opinione pubblica occidentale, o ciò che ne è rimasto a causa della disintermediazione creata dalla rivoluzione digitale.

La Francia di Emmanuel Macron e la Germania di Angela Merkel hanno provato a fare da contraltare, con mille difficoltà e notevoli proteste interne e per questo sempre molto attenti a difendere innanzitutto i loro interessi nazionali più che quelli sovranazionali in un mondo dove le alleanze tradizionali contano meno di una volta. Il rigetto di una nuova Italia finalmente dinamica e moderna, la crisi di identità della Spagna, il proliferare di forze antieuropee e antisemite, la nobilitazione della rabbia e del risentimento a nuovo pensiero dominante, lo strapotere dei signori dell’algoritmo, la chiusura dei porti e l’apertura a capitali e progetti illiberali come quelli cinesi e russi hanno creato il caos di questi quattro anni.

Il 3 novembre 2020 è il giorno in cui può ricominciare la riscossa del mondo libero, perché soltanto quando Donald Trump sarà cacciato dalla Casa Bianca, preferibilmente con le buone regole democratiche ma andrebbe bene anche con le cattive procedure penali, il mondo potrà sperare di riorganizzarsi intorno a un sistema condiviso di libertà e di prosperità per tutti.

Il punto è che oggi è più probabile che Donald Trump sia rieletto anziché defenestrato dagli elettori e abbandonato ai tribunali civili che aprirebbero la mattanza giudiziaria finora impedita dal fatto che solo il Congresso, cioè la politica, può incriminare un presidente in carica.

L’economia americana va bene, la borsa vola, la disoccupazione è ai minimi storici, anche se c’è chi spiega che i beneficiari di questa crescita siano soprattutto gli americani che stanno bene, e non quelli che ne avrebbero bisogno, mentre altri fanno notare che tutto questo in realtà accade nonostante Trump, un presidente che con questi dati economici dovrebbe avere un gradimento popolare di oltre il 70 per cento, mentre sta poco sopra il 40.

La situazione politica è paradossale: con un presidente come Trump, infestato da scandali di ogni tipo, con i suoi stessi uomini che scappano dalla Casa Bianca, con i suoi stessi elettori che sanno benissimo di avere a che fare con un impenitente imbroglione, dovrebbe esserci la strada spianata verso Pennsylvania Avenue per uno sfidante serio e credibile. Il problema è che uno sfidante serio e credibile ancora non c’è. Il processo delle primarie democratiche comincerà il 3 febbraio con il caucus dell’Iowa e presumibilmente continuerà a lungo, certamente fino al Super Tuesday del 3 marzo, ma molto probabilmente fino a ridosso della Convention di Milwaukee del 13 luglio.

La situazione oggi è questa: ci sono due candidati a diversa gradazione di socialismo, e per questo considerati estremisti e quindi il miglior regalo possibile per Trump, come Bernie Sanders e Elizabeth Warren, i quali si divideranno i voti di un partito spostatosi molto più a sinistra rispetto alle sue tradizionali posizioni liberali. Questo lascia spazio ai candidati liberali, i quali per restare a quelli principali sono tre, il giovane sindaco Pete Buttigieg, il più interessante dell’intero gruppo di aspiranti presidenti, e gli anziani Joe Biden, il favorito che non convince, e Mike Bloomberg, il quale non partecipa al primo giro di primarie per puntare direttamente al premio grosso del Super Tuesday del 3 marzo.

A un mese dal voto, i sondaggi danno in vantaggio Buttigieg in Iowa e Sanders e Buttigieg in New Hampshire, poi Biden in South Carolina e Nevada.

Se le previsioni fossero confermate, uno tra Warren e Sanders, presumibilmente Warren, sarà costretto a pensare di abbandonare la partita. A quel punto, al Super Tuesday, quando voteranno gran parte degli americani, entrerà in scena Mike Bloomberg, il quale sta inondando quegli stati, ma anche quelli che saranno decisivi per l’elezione del presidente a novembre, di una quantità di spot, soprattuto su Facebook, senza precedenti.

Finora Bloomberg ha speso 18 milioni di dollari in microtargeting su Facebook soltanto a novembre, più altri 128 in spot televisivi, con la previsione di arrivare al Super Tuesday intorno una cifra che varia tra i 300 e i 400 milioni di dollari, tutti di tasca sua, che pareggerebbe quanto speso da Obama durante tutta la campagna elettorale del 2012.

La strategia di Bloomberg si basa sulla scarsa presa popolare di Biden e di Buttigieg e sul pericolo socialista rappresentato da Sanders e Warren. La data decisiva del suo progetto è il 3 marzo: se sbaraglierà gli avversari nei 15 stati del Super Tuesday, tra cui California e Texas, la strada sarà in discesa perché Buttigieg difficilmente avrebbe le risorse per continuare e Biden perderebbe lo status di candidato favorito che è l’unico suo asso nella manica.

Non è detto, però, che la strategia di Bloomberg, sia pure sostenuta da centinaia di milioni di dollari, funzioni anche per il sistema elettorale delle primarie democratiche che, a differenza di quello repubblicano che è maggioritario, è proporzionale. Insomma a Bloomberg non basta vincere, deve stravincere per costringere gli avversari a ritirarsi. Altrimenti si apre lo scenario della brokered convention, cioè che si arrivi a Milwaukee, a luglio, senza un candidato che abbia la maggioranza assoluta dei delegati, costringendo la convention a trasformarsi in un tradizionale congresso di partito che dovrà trovare una tormentata mediazione per scegliere internamente il candidato da contrapporre al presidente.

Lo scenario della brokered convention è una fantasia da nerd della politica che viene evocata senza mai arrivare quasi a ogni ciclo elettorale, ma che in questi tempi impazziti sembra meno improbabile del solito e, soprattutto, rischia di essere l’ultimo grande regalo a Donald Trump e un addio al sogno di riscossa della società occidentale.

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