Il grillo parlanteGiusto preoccuparsi per il Coronavirus, anche se la malattia del XXI secolo si chiama “angoscia”

In un mondo sempre più connesso, le epidemie sono rapide e pericolose. Bisogna attrezzarsi per premunirsi di fronte ai pericoli ma anche, allo stesso tempo, innalzare la capacità di convivere con il rischio

Alberto PIZZOLI / AFP

Millecinquecentonovantasei decessi per influenza solo in Italia e nella sola terza settimana del 2020. Questo è il conteggio che si trova nel bollettino del 29 gennaio 2020 dell’Istituto Superiore della Sanità che, ogni settimana, comunica l’andamento dell’epidemia “del raffreddore” che, ogni anno, mette a letto tre milioni e mezzo di italiani. Mentre 304 sono – secondo l’ultimo rapporto del 2 febbraio, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) – i morti che si sono verificati a livello globale e negli ultimi due mesi per il Coronavirus (nCoV), l’infezione che sta bloccando (alla lettera) il mondo.

Basta questo riscontro per cominciare ad avere il sospetto che l’epidemia vera che dobbiamo affrontare non si chiama Coronavirus, bensì paura. Una paura che viene ingigantita da media tradizionali e social network alla caccia delle notizie spaventose che regolarmente fanno più ascolti e strumentalizzata da politici e governi che spesso sembrano usare leggi e provvedimenti come se fossero una continuazione della comunicazione.

E, tuttavia, alla base c’è la paura. Un senso profondo di angoscia che – di nuovo è l’Oms ad avvisarci con i suoi numeri sulla diffusione della depressione – è parte fondamentale di una modernità che non riusciamo più né a governare, né a comprendere.

È giusto l’allarme che viene dato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: ci ricorda che siamo più vulnerabili, rispetto al Medioevo e alla sua Peste Nera, che spazzò via quasi metà della popolazione eurpea, a malattie che avessero la capacità di diffondersi e uccidere. Resi vulnerabili, per la precisione, da scambi e contatti ormai velocissimi, cioè dal risultato di tecnologie che, per secoli, l’umanità non ha potuto neppure immaginare. E siamo più vulnerabili anche a causa delle mutazioni del clima, quasi irreversibili, le quali non sono mai state così rapide e dipendono dall’attività dell’uomo. In più, sono proprio le stesse tecnologie che hanno ridotto drasticamente il costo di accesso alle informazioni quelle che rendono concreta la possibilità che qualcuno possa produrre il terrore in laboratorio per scatenare una guerra asimmetrica.

Detto questo, la reazione alla crisi è eccessiva e può aggravare i problemi.

È esagerata in queste settimane, dove sembra irrazionale che, ad esempio, un singolo governo nazionale (quello italiano, ad esempio) decida – ignorando le raccomandazioni delle istituzioni internazionali – di applicare un blocco totale dei voli dalla e per la Cina (il che significa anche che, in questa maniera, arriviamo al paradosso che aumenta l’eventuale rischio di contagio perché circa 15mila turisti cinesi sono costretti a rimanere in Italia per più giorni). Ma, soprattutto, grotteschi sono sembrati i vuoti negli aeroporti, nelle piazze, nei ristoranti. Gli utilizzi di mascherine che servono, quasi esclusivamente, per evitare che chi è ammalato infetti i propri vicini.

Non diversi, però, sono i numeri che l’Organizzazione Mondiale della Sanità registra per gli altri 82 agenti patogeni nuovi che sono stati scoperti negli ultimi trent’anni; e non diversamente di panico fu la reazione ad altre pandemie.

Solo in due casi – l’Ebola che si è consumata in Africa e, soprattutto, l’Hiv (Aids), il cui primo paziente fu ricoverato negli Stati Uniti e che, tuttora, aggiunge vittime ad un bilancio tragico che supera i trenta milioni di morti – le epidemie hanno causato più di mille decessi. E, tuttavia, sono almeno dieci gli episodi di terrore globale che, periodicamente, hanno fatto detonare la reazione di chiusura dell’Occidente (e non solo) nei confronti di un mondo che ha raggiunto un livello di sviluppo e di interconnessione che produce, contemporaneamente, opportunità e disagio.

Sono alcune decine di migliaia i casi di esseri umani contagiati dalle tre diverse versioni di Coronavirus (Sars, Mers e questa ultima) che – per tre volte, a partire dal 2000 – hanno seminato la paura e per le quali non è ancora stato trovato un vaccino (ed è giusto precisare che non abbiamo un vaccino definitivo e funzionante neppure per l’influenza). Sono però 264 milioni le persone che soffrono di depressione: il numero è in costante aumento e la diffusione di questa patologia è molto più elevata in Europa, con punte che superano il 10% della popolazione negli Stati Uniti.

Va benissimo ridurre le possibilità di una Armageddon. Giustissimo usare la scienza per prevenire trasformazioni che possano trovarci impreparati. Ma, forse, è arrivato il momento di innalzare anche la nostra capacità di convivere con il rischio. Di accettare la malattia e di resistere ad eventi negativi. Di aumentare una “resilienza” di cui si parla in molti convegni e che sta diminuendo costantemente nella realtà.

Ciò vale non solo per le epidemie. Ma anche per i cambiamenti climatici, per le migrazioni, le crisi finanziarie e decine di altri conflitti che minacciano un’idea di stabilità che è, essa stessa, eccessiva, pericolosa e non naturale.

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