L’antidoto che non c’èCoronavirus, ecco perché il vaccino non sarà pronto per contrastare l’epidemia attuale

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha indicato un tempo medio di 18 mesi. In Italia, Stati Uniti e Australia, i ricercatori sono già al lavoro, ma le sperimentazioni sull’uomo non potranno essere svolte prima di diverse settimane. Il punto dell’Istituto Mario Negri

Tolga AKMEN / AFP

In queste ore surreali, mentre i casi di infetti e morti per il COVID-19 sono in aumento, le persone corrono al riparo chiudendosi in casa, svuotando i supermercati e dando fondo alle scorte di gel disinfettante per le mani – e mentre iniziano a emergere le polemiche tra infettivologi circa la gravità della situazione – rimangono ancora aperte le domande sullo sviluppo di un vaccino che possa prevenire la malattia in maniera efficace. Nel giro di poche settimane, diversi ricercatori (tra cui alcune italiane) sono riusciti a isolare la sequenza del virus. Un bel passo avanti per l’individuazione di un trattamento adeguato. Ma secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ci vorranno almeno 18 mesi per sviluppare un antidoto al coronavirus. Normalmente, lo sviluppo di un vaccino richiede tra i 2 e i 5 anni di tempo. E anche in un caso come quello di Ebola, dove i tempi erano stati da record, ci sono voluti comunque 12 mesi.

Perché così tanto? Come si sviluppa un vaccino e quando si può essere sicuri che funzionerà? Il problema del coronavirus, come ha spiegato nei giorni scorsi Roberto Burioni ospite a Che Tempo Che Fa, è che «è nuovo, e non abbiamo anticorpi, non abbiamo vaccini né farmaci. E purtroppo ha la tendenza a scendere in profondità del nostro apparato respiratorio, toccando quella parte delicatissima dei nostri polmoni che ossigena il sangue. Per questo la malattia può essere così grave». Secondo i dati riportati dall’esperto, il virus provoca il ricovero nel 10% dei casi, nel 4 o 5% manda in terapia intensiva, mentre nell’1% dei casi è mortale. A maggior ragione quindi serve contenere il più possibile il contagio.

A partire dall’inizio dell’epidemia, in diverse parti del mondo ci si è subito attivati. Sul fronte cure, per il momento non ce ne sono di specifiche disponibili: i pazienti affetti da virus vengono trattati come per la normale influenza, mentre ai più gravi viene praticato il supporto medico alla respirazione. Il resto si sviluppa sulla sperimentazione: la terapia antivirale suggerita dall’Oms (al momento utilizzata anche all’Istituto Spallanzani di Roma, dove sono stati ricoverati anche i due coniugi cinesi a cui per primi era stato diagnosticato il virus), prevede una somministrazione di lopinavir/ritonavir, un farmaco usato per l’infezione da HIV e apparentemente efficace anche sul coronavirus, e il remdesivir, un altro antivirale già utilizzato contro l’Ebola. Inoltre, negli ultimi giorni l’Istituto Superiore di Sanità ha indicato la clorochina – già utilizzata per trattare la Sars (Sindrome respiratoria acuta grave), che è geneticamente molto simile al nuovo coronavirus – come medicina per generare un effetto inibitorio sul virus. Mentre in Cina a dare buoni risultati sembra essere una terapia che utilizza il plasma dei pazienti guariti, dove l’obiettivo è quello di sfruttare gli anticorpi presenti nel sangue di chi ha già combattuto e vinto la malattia, per favorire il recupero di altri malati.

Sul fronte dello sviluppo del vaccino, però, gli esperti dicono che non si potrà avvicinarsi a soluzioni definitive in tempi brevi. L’Istituto Mario Negri, in proposito, spiega che al momento non è possibile fare previsioni accurate, perché le stesse procedure sono lunghe, simili a quelle adottate per lo sviluppo di farmaci. «La prima fase di questo percorso è “costruire” il vaccino», spiegano dall’Istituto di scienze farmacologiche. Occorre cioè «comprendere come il virus o il batterio si trasmette, entra nell’organismo umano e si replica, e poi identificare quali sono gli antigeni (i componenti del virus o del batterio) in grado di attivare una risposta del sistema immunitario capace di eliminare o bloccare l’agente patogeno». Una volta che si è identificato il vaccino potenziale, si passa alla cosiddetta “sperimentazione preclinica”, ovvero degli studi in laboratorio «utilizzando colture di cellule (in vitro) e modelli animali (in vivo) per valutare la risposta immunitaria, l’efficacia protettiva del vaccino da sviluppare e il suo profilo di sicurezza». Conclusa la sperimentazione preclinica, «se i dati ottenuti in laboratorio indicano che il vaccino è sufficientemente sicuro e potenzialmente efficace, si passa a quella nell’uomo (clinica), suddivisa in quattro fasi: le prime tre si svolgono prima della messa in commercio del vaccino, mentre la quarta è rappresentata dagli studi svolti dopo la sua commercializzazione».

Per quanto riguarda la fase preliminare, ovvero quella di ottenimento di un vaccino potenziale, Rino Rappuoli, chief scientist e head of external R&D dell’azienda GSK Vaccine, tra i maggiori esperti internazionali di vaccini, spiega come negli ultimi anni siano state «messe a punto tecnologie che permettono di raggiungere l’obiettivo in modo più veloce». Su questa fase, all’Università del Queensland, in Australia, ad esempio, i test preliminari in laboratorio per lo sviluppo di un vaccino stanno portando a risultati positivi, e per questo si è pronti a passare alla sperimentazione animale.

Esistono poi anche altri sistemi, come quello dei vaccini a Rna, un «vaccino sintetico fatto di nucleotidi», cioè brevi sequenze genetiche del virus, spiega Rappuoli, che partono dalla mappa genetica del virus per ottenere le informazioni che servono a costruire un gene sintetico che controlla la produzione di una delle proteine di superficie utilizzate dal virus per entrare nelle cellule. Attualmente, vi sta lavorando negli Stati Uniti l’Istituto nazionale per lo studio delle malattie infettive Niaid (National Institute of Allergy and Infectious Diseases), diretto dall’immunologo Anthony Fauci, in collaborazione con l’azienda biotecnologica Moderna e con la Coalion for Epidemic Preparedness Innovation (Cepi).

Un’altra opzione è quella di ottenere un gene sintetico e trasferirlo in un virus di tipo diverso, come un adenovirus, modificato per essere inoffensivo e poi trasferito nelle cellule. «È una tecnologia più moderna e sicura», ha detto Rappuoli, la stessa utilizzata per ottenere il vaccino contro il virus dell’Ebola. Anche in Italia l’Advent Srl, la divisione dell’Irbm Spa di Pomezia, insieme allo Jenner Institute dell’Università di Oxford, sta lavorando alle procedure per avviare la produzione di un primo lotto di un vaccino per i test clinici. A fine febbraio partirà la produzione di 1.000 dosi, e già a fine giugno si dovrebbe poter partire con i test, prima sui topi e poi sull’uomo.

Ma non è detto che si riesca ad andare oltre in tempi brevi: se ottenere il prototipo di un vaccino è procedura abbastanza breve (Rappuoli spiega che può essere fatto anche nel giro di una settimana), ad allungare i tempi sono le procedure necessarie per la sperimentazione e per superare l’esame delle agenzie regolatorie, responsabili delle autorizzazioni e della sorveglianza sui farmaci. Questo perché anche se le autorità sanitarie possono consentire che si passi ad una sperimentazione sull’uomo in tempi più brevi del normale e potenzialmente su più persone, «il principio di precauzione (primo non nuocere) non può venire meno», spiegano ancora dal Mario Negri. Solo in caso di infezioni con alto rischio di morte (era successo con l’Ebola), si può consentire che i rischi legati alla limitata conoscenza e all’incertezza siano maggiori rispetto allo standard normale.

Perciò, «questo significa che il vaccino non sarà disponibile per l’epidemia attualmente in corso, se non eventualmente per le primissime fasi sperimentali», concludono dall’Istituto. «Lo sviluppo potrebbe essere, comunque, utile se dovessero verificarsi future epidemie, sia del virus SARS-CoV-2 che di coronavirus simili che dovessero sfortunatamente colpire l’uomo». Nel frattempo, non si può che mantenere le calma e continuare a cercare di isolare il contagio tramite gli unici due strumenti finora a nostra disposizione: l’isolamento e la diagnosi. «Un’epidemia come questa può non finire mai: il virus può incominciare a trasmettersi nella popolazione e piano piano diventare più buono», dice Burioni. «Possiamo sperare che il virus circoli di meno con l’arrivo della bella stagione e che con il tempo diventi più buono. Ci sono stati altri coronavirus nella storia dell’uomo con il tempo diventati virus e raffreddori».

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