SCOPRI LA DIFFERENZADiciamoci la verità: se i naufraghi salvati dalla Gregoretti fossero stati newyorkesi, a quest’ora Salvini sarebbe già in tribunale

E a nessuno di noi sarebbe nemmeno venuto in mente di stare a sottilizzare su preminenti interessi pubblici, minacce inesistenti e altri cavilli con cui continuiamo a negare l’evidenza

Filippo MONTEFORTE / AFP

La prima cosa che ho pensato, ascoltando i numerosi riferimenti al figlio in pensiero per lui contenuti nel discorso pronunciato in Senato da Matteo Salvini, è che anche le persone alle quali per giorni ha impedito di sbarcare – tenendole in 131 su una nave con un solo bagno, con persone con la scabbia, con venti minori – ce l’avranno avuto un padre, o un figlio. La seconda cosa che ho pensato è che, evidentemente, un pensiero simile ci attraversa molto raramente (la terza l’ho già scritta qui ma la ripeto volentieri: essere garantisti non significa avercela con i giudici, a prescindere, ma avere a cuore le garanzie costituzionali a tutela dei diritti dell’individuo, che siano minacciate dagli abusi di un pm o da qualunque altro potere dello Stato).

D’altra parte, se i naufraghi recuperati dalla Gregoretti e bloccati per quattro giorni da una decisione del ministro dell’Interno, in quelle condizioni, fossero stati newyorkesi o parigini, quel ministro dell’Interno sarebbe finito in tribunale sei mesi fa. E a nessuno di noi, ma proprio a nessuno, sarebbe venuto in mente di cominciare una discussione sul preminente interesse pubblico, sulla divisione dei poteri o sulla possibilità che tra i parigini o tra i newyorkesi vi fossero dei delinquenti, foss’anche qualche pericoloso terrorista. Arrestatelo, se c’è, avremmo detto, ma certo con questa scusa non si possono tenere sequestrate in quelle condizioni oltre cento persone innocenti; se dovete controllare le loro identità, perché hanno perduto i documenti, potete farlo a terra, come si è sempre fatto. Così avremmo detto, se fossero stati francesi o americani, cioè solamente un po’ più simili a noi. Ma non erano francesi né americani. Erano africani, erano neri ed erano poveri, con l’unica colpa di essere sopravvissuti a un naufragio, e prima, quasi certamente, alla reclusione e alle torture in Libia. I loro familiari non avevano dunque ambasciatori pronti a protestare, non avevano capi di governo in grado di farsi sentire, non avevano nessuno. Perché erano africani, perché erano neri e perché erano poveri. E se tutti loro, genitori e figli, non fossero stati queste tre cose insieme, diciamoci la verità, l’intero dibattito sul caso Gregoretti non sarebbe nemmeno cominciato.

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