Il senso di comunitàL’industria italiana colpita dal coronavirus si può salvare solo con l’anticorpo “Olivetti”

Le difficoltà economiche post virus potranno scatenare una serie infinita di conflitti tra aziende e paralizzare il nostro sistema produttivo. L’Italia e le sue aziende possono uscire da questa crisi solo se il sistema imprenditoriale farà squadra

ALBERTO PIZZOLI / AFP

L’emergenza sanitaria in atto nel nostro Paese sta avendo un forte impatto sulla economia e sulle imprese. Le aziende stanno reagendo alla crisi in modo diverso e vi sono molte storie di grande interesse, spesso in equilibrio tra interesse pubblico e profitto d’impresa. La piemontese Miroglio, leader internazionale nel fashion, in pochi giorni ha progettato, “prototipato”, certificato e messo in produzione un avanzato modello di mascherina sanitaria, privilegiando le forniture alle strutture ospedaliere regionali. L’emiliana Siare Engineering, produttrice di ventilatori polmonari altamente tecnologici, ha considerevolmente incrementato la propria attività, mettendo in attesa le commesse dall’estero e dando la precedenza agli ospedali italiani. La friulana Roncadin, che produce pizze surgelati per i mercati di tutto il mondo, già capace mesi addietro di reagire in tempi record a un devastante incendio dello stabilimento, ha messo ulteriormente a punto le usuali misure di sicurezza e incrementato la produzione, in modo da attenuare – con le consegne a domicilio – il disagio dei consumatori per la chiusura di bar e ristoranti.

Gli esempi potrebbero proseguire, ma la situazione più diffusa, tra le nostre imprese, purtroppo è quella di grave difficoltà, di rallentamento o blocco del lavoro, di grandi problemi economici e finanziari. L’intero Paese e le sue aziende possono uscire da questa crisi solo facendo sistema, soltanto giocando come squadra. Proposito tanto urgente e irrinunciabile quanto complicato da realizzare: risulta di fondamentale importanza, in primo luogo, riempirlo di contenuti operativi.

Il 19 agosto 2019 la Business Roundtable, un think thank di duecento CEO del Nord America, presieduto da Jamie Dimon, numero uno della JP Morgan Chase, pubblicava una innovativa ed eclatante dichiarazione programmatica. Le opinioni sul valore e sull’importanza di questo manifesto sono state, in tutto il mondo, numerosissime e assai discordanti. C’è stato un radicale cambio di rotta rispetto alla precedente posizione della Business Roundtable, che – nel 1997 – aveva pienamente aderito alla linea di Milton Friedman e della Scuola di Chicago, in base alla quale l’unico fine dell’azienda consiste nel creare profitto per gli azionisti.

Oggi viene invece esplicitamente dichiarato che il purpose delle corporation non deve essere solo la produzione di utili per gli shareholder, ma soprattutto quello di servire tutti gli stakeholder, vale a dire i clienti, i lavoratori, i fornitori, le comunità. Un punto risulta particolarmente significativo nell’attuale crisi da Coronavirus: il documento riconosce che le esigenze di redditività dei grandi gruppi sonno spesso scaricate a valle sui fornitori, mediante l’imposizione di condizioni economiche inique o la richiesta di rinegoziazioni al ribasso. Un riconoscimento di grande portata, dato che i fornitori da sempre non hanno tutele organizzate (quali le associazioni dei consumatori, le organizzazioni sindacali, etc.), ma vedono le proprie vicende governate da mere logiche di rapporti di forza. La questione è di strettissima attualità per le nostre aziende e per l’economia italiana, perché il tessuto imprenditoriale del nostro Paese è caratterizzato da una elevata presenza di società fornitrici, nonché di terzisti, fasonisti, etc.

Hic sunt leones: la crisi in atto, con le conseguenti difficoltà economiche e finanziarie, in Italia può scatenare una serie infinita di conflitti tra aziende, tale da paralizzare buona parte del nostro sistema produttivo; oppure, il sistema imprenditoriale può trovare il modo di fare squadra, mettendo in atto strumenti di compensazione dei vari interessi e innescando virtuosi meccanismi di collaborazione, grazie ai quali uscire tutti prima e meglio da questo difficile momento.

Possiamo farcela: il Paese ha i mezzi culturali e tecnici per vincere questa sfida. L’Italia è sempre stata all’avanguardia in merito al valore sociale dell’impresa, la nostra scuola novecentesca di economia aziendale, grazie – ad esempio – ai contributi di Gino Zappa e Carlo Masini, ha in tempi non sospetti posto l’accento sulle relazioni tra stakeholder, introducendo in modo pionieristico valori come solidarietà, altruismo e responsabilità. Ma soprattutto possiamo contare sugli insegnamenti di Adriano Olivetti, un vero e proprio antesignano rispetto agli orientamenti oggi finalmente condivisi anche dai manager della Business Roundtable.

A prescindere dalle sue grandi intuizioni sotto i profili dell’organizzazione aziendale, dell’innovazione tecnologica, del design, dei servizi sociali per i lavoratori, dell’internazionalizzazione commerciale dell’impresa, Adriano Olivetti è stato il portatore di una visione forte della fabbrica al centro di una comunità, dell’industria come progetto morale. Nel disegno olivettiano il rapporto tra Impresa e Territorio è una relazione osmotica, piena, collaborativa, perché solo da una cooperazione autentica tra i vari stakeholder può derivare sviluppo e progresso per l’intera Comunità.

Il nostro ordinamento, senza voler approfondire discorsi di natura legale, offre diversi strumenti per gestire i problemi contrattuali tra aziende, evitando che tra committente e fornitore si giunga al conflitto ed invece favorendo una ridefinizione delle rispettive posizioni e l’avvio di una nuova fase di collaborazione. Vengono particolarmente in rilievo, a questo riguardo, la causa di forza maggiore, l’eccessiva onerosità sopravvenuta, l’impossibilità sopravvenuta, totale o parziale, etc.

Ma questi meccanismi giuridici saranno inutili se non accompagnati da un grande sforzo culturale collettivo, da una comune volontà di evitare i conflitti e privilegiare la collaborazione, da un moto generale nel mondo dell’impresa volto alla definizione di innovative forme di collaborazione. Presupposto necessario e imprescindibile di tutto questo sarà scoprire nel Paese un concetto forte di Comunità, così forte e cruciale – sia pure declinato in ambito locale – nell’ambito della visione olivettiana.

L’Italia deve affrontare la malattia Covid-19 e il pensiero di Adriano Olivetti può rappresentare un anticorpo salvifico. Si tratta naturalmente di un passaggio non facile: l’industriale di Ivrea, oggi giustamente e universalmente celebrato, in fin dei conti nel panorama imprenditoriale italiano è sempre rimasto un outsider, un’eccezione, una figura relegata alla solitudine. Di straordinaria bellezza questa sua immagine, resa da Natalia Ginzburg in Lessico Famigliare: «Lo incontrai a Roma per la strada, un giorno, durante l’occupazione tedesca. Era a piedi; andava solo, col suo passo randagio; gli occhi perduti nei suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava, nella folla, un mendicante; e sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio, sembrava».

Le aziende del nostro Paese sono chiamate a una sfida decisiva, dagli esiti incerti, che potranno vincere soltanto se sapranno vivere un reale senso di Comunità, se sapranno dare vita a nuove forme di collaborazione, se sapranno rendere l’Italia una patria finalmente pronta ad accogliere quel re in esilio.

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