Acrobazie onomasticheL’invasione barbarica degli acronimi e il fascino poco discreto delle sigle

L’ambito in cui l’acronimania ha colpito più duro è quello dei musei. Nello sforzo di modernizzare la propria immagine abbreviano denominazioni sovente troppo lunghe e ordinarie nella vana speranza di essere memorizzati

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Da un capo all’altro del mondo, sigle e acronimi stanno invadendo le nostre vite. Il fenomeno è tipicamente novecentesco, ma non è certo una novità. Senza dover ricorrere agli innumerevoli esempi reperibili nelle iscrizioni lapidee latine (uno per tutti, SPQR), basterebbero a ricordarlo i due celeberrimi legati alla storia della cristianità: ossia INRI, la scritta che sormonta la croce in migliaia di dipinti, acronimo di “Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum”, “Gesù nazareno re dei Giudei” – secondo i Vangeli, la motivazione della sentenza capitale decretata da Pilato e fatta riprodurre per scherno su un cartiglio trilingue in conformità con l’uso romano; e ICHTHÝS, che in greco antico vuol dire “pesce”, ed essendo composto dalle lettere iniziali di “Iesoûs Christòs Theoû Yiòs Sotér”, “Gesù Cristo, figlio di Dio, salvatore”, è il simbolo che decora le pareti delle catacombe, usato dai primi cristiani come segno di riconoscimento reciproco per sfuggire ai persecutori (quando due di loro si incontravano, uno tracciava in terra la prima metà della figura stilizzata, l’altro la completava).

In quei tempi lontani una sigla poteva salvare dagli aguzzini, nell’Italia dei nostri giorni, invece, può consegnare al ridicolo. Sempre smaniosi di emulare le mode straniere, in particolare quelle anglo-americane, tendiamo a strafare. Che nel campo del linguaggio significa spesso straparlare (e stra-scrivere).

Non è soltanto l’alluvione di DL DDL DLGS DPCM CC CP CPC CPP che dalle normali abbreviazioni tecniche della giurisprudenza esonda sulle pagine dei giornali, per non dire dell’alchemico PNRR che dai tempi del SARS-COV-2 responsabile di Covid19 rimbomba nel confronto politico come se fosse la pietra filosofale. Tutto diventa o può diventare sigla, in un cacofonico cozzare e aggrovigliarsi di lettere e sillabe avventurosamente intese a farne scaturire un acronimo, ossia un nome pronunciabile e che possibilmente assomigli a una qualche parola di senso compiuto – come, era stato, nell’Italia del Risorgimento, l’ineguagliato “Viva Verdi!” che nel nome del compositore racchiudeva l’adesione al disegno unitario di “Vittorio Emanuele Re d’Italia”.

Il fascino molto poco discreto delle sigle, che ha contagiato irrimediabilmente l’universo dell’istruzione superiore in un infittirsi di LUISS IED IAD IUAV IULM, ai più alti livelli istituzionali ha liofilizzato il Consiglio dei Ministri in CdM e ormai dilaga a livello dei singoli ministeri, ostacolandone la riconoscibilità per la più vasta platea dei non addetti ai lavori.

E così, quanti sanno, per esempio, che MISE non è la terza persona singolare del passato remoto del verbo mettere ma il camuffamento acronimico del Ministero dello Sviluppo Economico? O che il MEF (da non confondere col MES, che non è la mezza quantità di china amara sposata al Punt di dolce nel celebre vermouth torinese, ma il Meccanismo Europeo di Stabilità, alias Fondo salva-Stati) è il Ministero dell’Economia e delle Finanze – quello che, d’intesa con la PCM (Presidenza del Consiglio dei Ministri), ha il delicato compito di presentare ogni anno il DEF (Documento di Economia e Finanza), che un tempo era però il DPEF (Documento di programmazione economica finanziaria), e a cui ogni anno, entro la fine di settembre, fa seguito il NADEF (Nota di aggiornamento al DEF)?

Ma le cose si complicano vieppiù quando le denominazioni dei ministeri si modificano a ogni cambio di esecutivo, come è accaduto a quello dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ossia il MIUR dei governi Berlusconi e seguenti, sdoppiato dal Conte 2 in MUR (Ministero dell’Università e della Ricerca) e MI (Ministero dell’Istruzione), quest’ultimo rifinito in era meloniana nel palindromico MIM (Ministero dell’Istruzione e Merito). Chi ci si raccapezza più? Non meno accidentata è la sorte del Ministero della Cultura, che da quando venne istituito (nel 1974 come Ministero per i Beni culturali e l’Ambiente; ma all’epoca la moda delle sigle non era ancora una mania perniciosa) è diventato di volta in volta MIBACT con l’aggiunta della competenza sul Turismo, MIBAC con la sua sottrazione, per restituirsi alla purezza primigenia nel monosillabico MIC. Massì, less is more!

Mentre non sembra destinato a trovare facilmente pace lo scorporato Ministero dell’Ambiente, battezzato nel 1986 in era pre-acronimica, e successivamente passato attraverso un pressoché impronunciabile MATTM (Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare), brevemente transitato nel più conciliante MITE (Ministero della Transizione Ecologica) e da ultimo attestato (chissà per quanto) in un anodino MASE (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica).

Ogni ministero ha la sua sigla: e se con un minimo di immaginazione non è difficile indovinare quello della Salute schermato dietro il MSAL, oppure, dietro il MINT, non la Zecca (come magari penserebbe il solito anglofono-anglofilo) ma quello dell’Interno, chi mai – se non una mente affetta da insanabile burocratismo – potrebbe riconoscere che cosa sono il MIMIT (Ministero delle Imprese e del Made in Italy) o il MASAF (Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste) o l’MLPS (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali)? Opportunamente non risultano sigle, almeno finora, per il Ministero per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione; in questo caso, sarebbe davvero il colmo.

Ma l’ambito in cui l’acronimania ha colpito più duro, negli ultimi lustri, è quello dei musei. Nello sforzo di modernizzare la propria immagine (“roba da museo” non è esattamente un complimento), di presentarsi in modo più “friendly” (come si usa dire), di “brandizzare” (come orridamente si abusa di dire) la propria offerta culturale, nonché di abbreviare denominazioni sovente troppo lunghe e ordinarie, musei e gallerie si affidano a consulenti che ne studiano l’acronimo e disegnano il logo al fine di posizionarsi sul mercato e differenziarsi l’uno dall’altro. Risultato? Beh…

La lontana ispirazione viene da oltreoceano, da Midtown Manhattan, dove nel 1929 il locale Museum of Modern Art decise di rinominarsi con il fortunato bisillabo MoMA (da scrivere proprio così), a quasi un secolo di distanza always fashionable. Tra i primi in Italia a seguire l’esempio fu il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto che, a prezzo di sacrificare gli aggettivi “moderna” e “contemporanea”, azzeccò il grintoso monosillabo MART, che evoca l’art(e) e anche un po’ strizza l’occhio a “smart”, una delle parole chiave del nostro tempo.

A ruota, si sono battezzati o ribattezzati tra gli altri il MACRO (Museo di Arte Contemporanea di Roma) e sempre nell’Urbe il MAXXI (Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo, che gioca ingegnosamente con i numeri romani – nella capitale i nomi tendono all’oversize); a Torino il MAO, che non documenta vita e miracoli del Grande Timoniere ma espone le collezioni del Museo di Arte Orientale, e il MIAAO, che non è verso di un gatto in calore ma il Museo Internazionale delle Arti Applicate Oggi; a Napoli il MADRE (Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina) e il MANN (ovviamente non l’autore dei Buddenbrook ma il Museo Archeologico Nazionale di Napoli); a Milano il MUDEC (Museo delle Culture). Mentre, con un tocco di bacchetta magica, il Museo Arte Gallarate, già Civica Galleria d’Arte Moderna di Gallarate, si è trasformato in MAGA, e, tornando a Napoli, il MAMT (Museo Mediterraneo dell’Arte, della Musica e delle Tradizioni) ospita al suo interno il MIP (Museo Internazionale della Pizza e del Pane) che però a Collodi è il nome del Museo Interattivo di Pinocchio (e, nella vicina Provenza, del Musée International de la Parfumerie).

Passando alle gallerie, a Torino c’è la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, che alle esigenze acronimiche ha immolato la sua natura civica, oltreché (non però nei fatti) la vocazione contemporanea, per essenzializzarsi in GAM (che un buontempone in vena di provocazioni neo-situazioniste potrebbe far precedere, nella pronuncia, da chewing); ma attenzione, perché altre GAM sono in agguato a Milano, a Genova, a Palermo (alla faccia della differenziazione). A Roma, ha rinunciato alla C la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, che però si è tenuta stretta la qualifica “nazionale” per convertirsi in GNAM (tutto un magna-magna, direbbe un nostalgico del vecchio slogan “Roma ladrona”); mentre proprio la C è stata puntigliosamente conservata a Bergamo dalla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea che si ripropone come GAMEC.

In ordine sparso, non si possono dimenticare il PAC di Milano (Padiglione d’Arte Contemporanea), il PAN (Palazzo delle Arti Napoli), il MAGI900 di Pieve di Cento (Museo d’Arte delle Generazioni Italiane del ’900), il MAGRA (Museo d’Arte Contemporanea di Granara), il MACK (Museo di Arte Contemporanea Krotone), il MUBA di Milano (Museo dei Bambini), il MUPRE di Capo di Ponte (Museo Nazionale della Preistoria), il MUVE (Musei Civici di Venezia) e nella stessa città l’M9 (Museo del Novecento), il MUSA di Sondrio (Museo Valtellinese di Storia e Arte) e il suo plurale trentino MUSE (che, chissà come, sta a significare Museo delle Scienze).

Aggettivi saltati, congiunzioni e preposizioni che vanno e vengono, una lettera iniziale qua e due là, ardimentose arrampicate sugli specchi dell’alfabeto per coniare acronimi che siano articolabili e abbiano qualche speranza di essere memorizzati: con il risultato, però, di somigliarsi più o meno tutti, confondere le idee, occultare ciò a cui si riferiscono. Una sorte a cui pochi sfuggono: i più importanti, i più fortunati, quelli che nonostante tutto si sono imposti, per forza di abitudine. E gli altri?

C’è da dire che a prestarsi a questo genere di acrobazie onomastiche sono soprattutto quei musei e gallerie che hanno avuto in sorte nomi lunghi, a volte tortuosi e poco individuanti (museo di arte antica, galleria di arte moderna), e che quindi si abbandonano rassegnati al letto di Procuste dei forgiatori di nomi brevi. Mentre possono felicemente sottrarvisi quelli che per antica tradizione sono legati all’edificio o all’istituto che li ospita (il Louvre, gli Uffizi, il Bargello, l’Accademia) o intitolati al mecenate che li ha fondati o all’artista a cui sono consacrati (i due musei Guggenheim, il Van Gogh Museum, il Munchmuseet): nomi solidi, nobili, inconfondibili. Beato il museo che non bisogno di acronimi.