Un giudice in Lussemburgo I casi Superlega e Semenya mostrano che la giustizia sportiva non è intoccabile

La storica decisione della Corte di Giustizia Ue che ha sancito la fine del monopolio di Uefa e Fifa è una vittoria per il diritto. La prova che come i cittadini e le imprese di altri settori, anche atleti e società sportive possono appellarsi a corti superiori per questioni di diritti fondamentali

LaPresse

Ha ragione l’accigliato boss sloveno Alexsander Ceferin: la sentenza della Corte di giustizia europea non vuol dire in che ci sarà necessariamente la Superlega. Bisogna vedere se A22 (il nuovo competitor dell’Uefa) troverà il modo di convincere sessantaquattro club europei a partecipare alla competizione dividendosi in tre gruppi Star, Red e Blue, grosso modo corrispondenti alle attuali Champions, Europa e Conference League. Ciò che è cambiato però non è poco: dipende da A22 o da chiunque sia in grado di mettere su un sistema antagonista a quello dell’Uefa e non più dalla volontà di Uefa e Fifa. 

Come ha scritto Ivan Zazzaroni sul Corriere dello Sport, gli uefamen di Ceferin si son subito precipitati a telefonare a tutti i club europei sollecitando una prova d’amore: la condanna di ogni possibile nuova associazione di club. Ovviamente la risposta massiccia non è mancata in Italia, un paese in cui non si rifiutano mai le firme sotto un appello come gli applausi a un funerale. Ma l’imbarazzante sfilata ha evidenziato ancor più lo strisciante panico che la sentenza della Corte ha suscitato: essa è stata inaspettata sfidando i padroni del calcio nelle solite lobby. Il tema è appassionante non solo dal punto di vista sportivo, ma anche politico.

Il leit-motiv strappacuore di chi in questi anni ha svenduto il calcio al miglior offerente (gli arabi) è la salvaguardia del merito, della dannunziana favola bella del Leicester campione della Premier League nel 2016. In tutti i campionati europei degli ultimi trent’anni lo hanno fatto la Sampdoria del ’91, il Deportivo La Coruna del 2000, il Kaiserslautern del ’98, il Blackburn del ’96 e il Montpellier campione francese del 2012. Per il resto, il primato dei vari campionati europei più importanti è sempre andato ai soliti grandi club metropolitani: Real Madrid, Barcellona, Atletico Madrid, Valencia, Arsenal, Chelsea, Liverpool, Manchester City e United, Milan Juventus, Inter, Napoli, Roma, Lazio (queste ultime una volta sola ciascuna) Paris Saint Germain, Bayern Monaco, Borussia Dortmund. In gran parte sono squadre che il progetto Superlega prevede o potrebbe includere. 

Di quale merito da tutelare parliamo? Quello di concedere la grande ribalta a chi arriva al massimo terzo o quarto senza mai concorrere seriamente per il primato? Il vero merito era di chi partecipava alla vecchia Coppa dei Campioni avendo vinto il titolo nazionale e che per i piazzamenti d’onore poteva aspirare alla coppa Uefa; ma poi si è preferito allargare per aumentare le partite e far soldi. Così è cominciato il calcio mercantile che oggi con gli occhi umidi i padroni del vapore difendono.

Si può pensare a un meccanismo di ingresso di club emergenti più incisivo (il progetto odierno prevede che nella massima serie vi accedano le due finaliste del secondo raggruppamento a scapito delle ultime 2 classificate che retrocederebbero nel secondo girone), ma francamente è penoso d ipocrita nascondere una realtà storica chiara. 

Come è sotto gli occhi di tutti che la gente segue in modo massiccio l’Eurolega di basket e i vari tornei ATP di Tennis dove si incontrano ripetutamente i più forti. Perché bisogna pagare per godersi l’indimenticabile spettacolo di Sheriff Tirospol-Ludogorets e non un ulteriore City-Inter? 

C’è un’altra novità meno sensazionale della Superlega, però altrettanto dirompente. Un mese fa, appena annunciata dalla stampa italiana, la Corte Europea dei diritti umani, l’altro giudice europeo insieme alla Corte di Giustizia della Unione europea, custode dei principi della convenzione europea dei diritti umani ha fissato un altro principio innovativo destinato a incidere profondamente sul mondo della giustizia sportiva.

Una storia straordinaria come sfondo da raccontare. La fondista sudafricana e olimpionica Caster Semenya aveva impugnato alla Corte europea di Lussemburgo la decisione del Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna (TAS) che riteneva legittima l’imposizione per l’atleta di sottoporsi a un trattamento ormonale per la riduzione del testosterone presente nel suo organismo.

In base al regolamento imposto da World Athletics l’organismo internazionale che disciplina le competizioni di atletica leggera, entrato in vigore il 31 marzo 2023, le atlete con un livello di testosterone più alto della norma debbono sottoporsi a procedure mediche per abbassarlo. Semenya aveva contestato come discriminatorio il regolamento al TAS che aveva rigettato il ricorso ritenendo prevalente l’esigenza di salvaguardare il merito sportivo (ricorda qualcosa?) 

La donna si era quindi rivolta al tribunale federale svizzero, organo giurisdizionale supremo della Confederazione svizzera ottenendo anche in questo caso un netto rifiuto. Ma l’intervento di un organo giurisdizionale di un paese aderente alla Convenzione europea ha legittimato l’intervento ben più penetrante e incisivo della Corte Europea di Strasburgo cui Semenya ha inoltrato ricorso («I believe if you are a woman, you are a woman»). 

La Cedu le ha dato ragione ravvisando nella decisione del Tribunale federale svizzero molteplici profili di violazione dei diritti umani e il rischio di una grave discriminazione (articolo quattordici della Convezione europea dei diritti umani). La decisione è stata presa a maggioranza a luglio di quest’anno, giacché tre giudici hanno obiettato sulla specificità e autonomia dell’ordinamento sportivo. 

Interverrà ancora sul punto la Grande Camera della Corte europea ma intanto un pesante sasso e’stato gettato nello stagno.Se il supremo consesso europeo confermerà la prima decisione ogni atleta o società sportiva potrà adire il giudice europeo contro una decisione che incida sui suoi diritti fondamentali.

Per fare un esempio illuminante, la Juventus avrebbe potuto rivolgersi a buon diritto alla Cedu lamentando le inaccettabili regole del processo sportivo che violano il diritto di difesa tutelato dall’articolo 6 della Convenzione dei diritti umani, come spiegato da questo giornale. Come noto la nuova dirigenza del club ha preferito rinunciare al ricorso europeo nell’ambito dell’accordo stipulato con l’Uefa in base al quale è stata estromessa dalle competizioni europee per quest’anno.

Stanno crollando i muri nello sport insomma ed è giusto così come osserva la Corte europea di Strasburgo nel caso Semenya giacché il rispetto dei diritti fondamentali «può rivelarsi più problematico nel campo dell’arbitrato sportivo, dove gli individui si trovano di fronte a organizzazioni sportive che sono spesso molto potenti». Il punto, secondo la Corte è evitare che la protezione giudiziaria garantita agli sportivi professionisti sia minore rispetto a quella prevista ordinariamente per tutti i cittadini dei paesi democratici. 

Come si può vedere per lo sport passano gli stessi grandi principi universali al centro del grande dibattito politico internazionale. I diritti umani sono indivisibili anche nello sport: tocca ricordarsene invece di piegarsi alle solite bolse e false retoriche di chi vuole salvare solo i propri privilegi e interessi a scapito dei diritti degli individui. 

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