Vincere la pacePerché la guerra in Ucraina è l’occasione per l’Europa di superare il colonialismo

Dopo aver vinto la guerra, Kyjiv dovrà vincere anche la pace, spingendo l’Ue a compiere passi ancora più coraggiosi verso il rifiuto dell’eurocentrismo, delle gerarchie tra potenze in materia di politica estera e del principio delle “sfere di influenza”

LaPresse

Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di World Review del New York Times. Si può comprare già adesso, qui sullo store, con spese di spedizione incluse. E dal 17 novembre anche in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia

Un progetto di Voxeurop in collaborazione con Eurozine indaga attraverso sei saggi il futuro dell’Europa, rileggendo alla luce del conflitto scatenato dall’invasione russa dell’Ucraina uno storico intervento del 2003 di Jürgen Habermas e Jacques Derrida. Qui si può leggere il primo intervento, scritto da Carl Henrik Fredriksson e Klaus Nellen.

Dopo oltre un anno di resistenza all’invasione russa, l’Ucraina non mostra alcun segno di voler negoziare con l’aggressore. La determinazione delle forze armate ucraine nella difesa della sovranità e dell’integrità territoriale della nazione rimane intatta. In questo il governo di Kyjiv gode del sostegno unanime della società e delle élite politiche, così come di tutte le categorie della società ucraina – economiche, sociali o accademiche – che sono orientate a resistere ai piani della Russia.

L’Occidente globale ha certamente avuto un ruolo nel raggiungimento di questo risultato. Tuttavia, in questa guerra l’Ucraina è stata l’artefice principale del suo destino, la prima a fissare i propri obiettivi; l’Occidente ha semplicemente reagito. L’Ucraina ha reso noto quali fossero le sue intenzioni e la sua capacità di metterle in atto, l’Europa e i suoi alleati hanno scelto di sostenerla. Lo hanno fatto fornendo assistenza finanziaria, politica e militare. Una scelta diversa avrebbe portato l’Europa ancor di più sulla strada dell’autolesionismo nelle sue relazioni con la Russia.

Le ragioni della decisione dell’Europa vanno al di là della necessità di proteggere il proprio fianco orientale. Dopo la confusione iniziale, l’Unione europea e l’Ucraina hanno allineato i loro interessi politici: la Russia non potrà portare avanti il suo programma imperialista, né creare un precedente per altri regimi autoritari. L’Ucraina ha spinto la divisione tra Est e Ovest fino ai confini della Russia.

finita l’epoca della zona cuscinetto tra la Nato e la Russia. In quell’utopia realista si considerava che gli Stati “cuscinetto” o “staterelli” avessero un’identità nazionale troppo confusa per poter avere aspirazioni che sfidassero “l’equilibrio delle grandi potenze”. La posizione dell’Ucraina in questa guerra ha mandato in frantumi questo scenario. Lungo il percorso, l’Europa postcoloniale e gli Stati Uniti sono oggi testimoni dell’autonomia decisionale dei Paesi più piccoli.

Non ignorando più la lotta dell’Ucraina per la sua sovranità e l’indipendenza, l’Europa ha dimostrato di voler abbandonare il principio delle “sfere di influenza” che l’aveva portata a capitolare di fronte alle “preoccupazioni” manifestate dalla Russia riguardo alla sua sicurezza. L’Europa occidentale non considera più legittime le rivendicazioni delle “grandi potenze” – una visione che i Paesi dell’Europa centrale e orientale non hanno mai condiviso. L’Ucraina ha costretto l’Europa non solo ad adattarsi alle esigenze di sicurezza contemporanee, ma anche ad accelerare il suo programma di decolonizzazione.

La conversazione è ora un po’ più avanti rispetto a dove Jürgen Habermas e Jacques Derrida l’hanno lasciata nel 2003, quando hanno chiesto all’Europa di superare l’atteggiamento di “potenza coloniale”. Tuttavia, è ancora molto lontana da una trasformazione completa. L’Europa esiste, ma non è ancora emersa una chiara identità europea transnazionale.

Per andare ancora oltre su questa via, occorre non soltanto che l’Ucraina e i suoi alleati vincano la guerra, ma che vincano la pace. Questo vuol dire garantire che Ue e Stati Uniti si impegnino sul lungo periodo nella ricostruzione democratica dell’Ucraina una volta la finita la guerra. Per creare lo spazio politico per una cooperazione più intensa con l’Ucraina, l’Ue dovrà compiere passi ancora più coraggiosi verso il rifiuto dell’eurocentrismo e delle gerarchie tra potenze in materia di politica estera.

Adattarsi significa anche rivedere il processo di allargamento dell’Ue per coinvolgere l’Ucraina, la Moldova, la Georgia e i Paesi dei Balcani occidentali nel processo decisionale dell’Ue sin dall’inizio. Questo significa impegnarsi in un’autoriflessione per capire perché i Paesi del Sud e dell’Est del mondo non sono solidali con la lotta dell’Ucraina per la sovranità e l’indipendenza.

Le strategie che implicano zone cuscinetto e sfere d’influenza, e che di conseguenza implicano la “spendibilità” dei piccoli Paesi in contrapposizione agli interessi nazionali delle grandi potenze, fanno parte del retaggio imperialista o coloniale. Questo è il tipo di discorso che Mosca usa e capisce. Quando l’Ucraina, la Moldova, la Georgia e più recentemente la Bielorussia hanno cominciato a mostrare un crescente interesse per un futuro democratico, europeo sotto l’egida della Nato, la Russia ha messo sul tappeto le sue “preoccupazioni in materia di sicurezza”.

Queste preoccupazioni erano infondate. L’Occidente globale non era una minaccia per la Russia. Al contrario, le potenze europee come la Germania e il Regno Unito ne erano perfino partner commerciali. Per tutti gli anni Novanta la Russia è stata anche un partner di pace per la Nato, ma il dilagare dei movimenti democratici nei Paesi vicini ha creato un precedente che minacciava Vladimir Putin e il suo regime.

I leader dell’Europa occidentale hanno preso in considerazione le preoccupazioni della Russia, mantenendo i Paesi “dell’Est” a debita distanza. La regione si è così trovata in una zona geopolitica grigia. L’Unione europea e la Nato hanno occasionalmente mostrato segni di apertura verso questi Paesi, celebrando retoricamente la loro autonomia e i loro sforzi di democratizzazione, ma senza mai passare all’azione.

Il momento in cui l’Occidente si è avvicinato di più all’idea di rafforzare i legami con l’Ucraina è stato al vertice Nato di Bucarest del 2008, quando alcuni capi di Stato, tra cui il presidente degli Stati Uniti George W. Bush Jr, si sono espressi a favore dell’adesione dell’Ucraina e della Georgia alla Nato. Ma in seguito non c’è stata alcuna azione concreta in questa direzione.

Francia, Germania e altri Stati dell’Europa occidentale si sono fortemente opposti all’iniziativa, citando le “preoccupazioni per la sicurezza” della Russia. All’Ucraina e alla Georgia non è stato offerto un piano d’azione per l’adesione, né la dichiarazione del vertice ha generato un’agenda della Nato incentrata su un ulteriore allargamento. Da quel momento l’Ucraina e la Georgia hanno partecipato solo marginalmente ai piani della Nato.

L’invasione della Georgia da parte della Russia nel 2008 non ha spinto la Nato a investire di più nelle sue capacità militari, né tanto meno in quelle di Paesi come l’Ucraina, la Georgia o la Moldova. Gli aiuti statunitensi alla Georgia dopo l’invasione si sono concentrati sulla ricostruzione e non comprendevano aiuti militari. Anche dopo il febbraio del 2022 l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel ha mantenuto la sua decisione del 2008 di opporsi a un piano d’azione per l’adesione dell’Ucraina. Solo ora, con la sua determinazione a combattere la Russia, l’Ucraina ha finalmente posto fine alla sua condizione di pilastro del sistema di zone cuscinetto.

La società ucraina si sta avviando verso una rapida trasformazione. Gli ucraini hanno deciso di scegliere l’identità europea auspicata da Habermas e Derrida. È il momento per l’Europa di accogliere questa scelta e di rispondere alla richiesta dell’Ucraina. Questa scelta potrebbe sembrare in contraddizione con la tesi pacifista sostenuta da Habermas e Derrida nel contesto dell’invasione dell’Iraq, ma è coerente con il loro messaggio più ampio.

Se l’Europa decidesse che un’Ucraina libera e non amputata di parti del suo territorio non è più nel suo interesse e cessasse di aiutare l’Ucraina a raggiungere i suoi obiettivi, Kyjiv perderà la guerra. Il risultato non sarà una popolazione docile, felice di rinunciare alla propria sovranità e al proprio territorio in cambio della sicurezza. Ci troveremo invece di fronte a un Paese pesantemente armato e agguerrito, che sprofonderà nel caos sociale e politico. In questo scenario, la Russia vince e l’Europa perde.

Vincere la guerra, tuttavia, non è sufficiente. Per vincere la pace l’Europa deve accelerare il suo programma di decolonizzazione della sua politica estera e opporsi all’esistenza di una gerarchia internazionale di privilegi. Deve ammettere l’errore di aver accettato la politica delle “sfere di influenza” e ridefinire, di conseguenza, il proprio ruolo geopolitico.

Rivedere il modo in cui funziona la politica di allargamento è fondamentale. Anni di aiuti (insufficienti) alla Moldova, all’Ucraina e ai Balcani occidentali hanno dimostrato che l’assistenza finanziaria non porta a cambiamenti. I Paesi candidati devono essere trattati da pari a pari ed essere coinvolti nel processo decisionale e legislativo dell’Ue fin dall’inizio dei negoziati di adesione.

In questo scenario, per esempio, la Macedonia del Nord non avrebbe bisogno di superare gli ultimi ostacoli verso la piena adesione per partecipare al processo decisionale dell’Ue negli altri capitoli “provvisoriamente chiusi”. Coinvolgere i Paesi candidati nella ristrutturazione delle diverse politiche europee prima dell’adesione con pieno diritto di voto porrebbe le relazioni tra l’Ue e i potenziali nuovi membri su un piano di maggiore parità. Inoltre, permetterebbe al processo di adesione di recuperare parte della credibilità che ha perso dopo anni di promesse non mantenute nei Balcani occidentali.

La posizione neutrale o antioccidentale dei Paesi del Sud globale nella guerra tra Russia e Ucraina è un ulteriore invito agli europei a riconsiderare la loro visione colonialista del mondo, a riconoscere i propri errori e a spiegare in maniera più chiara le proprie intenzioni.

Anche se il termine “Sud globale” non coglie la diversità dei Paesi che aggrega, la maggior parte di essi è unita da una posizione comune sulla guerra. Rifiutano di schierarsi e accusano l’Occidente di aver esagerato ancora una volta. Secondo i sondaggi, oltre il 60 per cento della popolazione mondiale è neutrale o favorevole alla Russia. Queste opinioni si riscontrano in prevalenza nei Paesi dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia. Nessun Paese dell’Africa o dell’America Latina ha imposto sanzioni alla Russia. L’Occidente è sempre più isolato.

Questa situazione non è solo il risultato di una sfiducia storica nei confronti dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti: è anche il prodotto di una disinformazione e di un’apologia filoimperialista di matrice europea e americana. La narrazione secondo cui l’Ue e la Nato si sarebbero estese troppo nella “sfera d’influenza” russa è stata ampiamente diffusa in Occidente da personalità pubbliche e politiche che mantengono una visione coloniale del mondo secondo cui i diritti e gli interessi nazionali delle “grandi potenze” prevalgono su quelli dei “piccoli Stati”.

Per contrastare l’influenza di queste narrazioni l’Europa dovrebbe investire ingenti risorse economiche e diplomatiche per informare e coinvolgere i leader e l’opinione pubblica del Sud globale nel proprio processo decisionale. In questo modo l’Europa potrà dimostrare di non ignorare più la posizione di Paesi ai quali aveva precedentemente conferito lo status di “piccola nazione” subalterna. Invece di considerarsi in una posizione dominante gli occidentali dovrebbero riconoscere, di fronte a un’opinione pubblica globale, che per decenni gli ucraini hanno lottato da soli, senza l’assistenza dell’Ue o della Nato, per la loro indipendenza contro le interferenze russe.

L’Occidente dovrebbe anche riconoscere che i Paesi del Sud globale nutrono legittime preoccupazioni riguardo all’adesione a un ordine mondiale guidato dall’Occidente, che non include ancora le preoccupazioni economiche e di sicurezza dei Paesi in via di sviluppo. Una politica estera europea di successo è quella che incoraggerebbe il Sud globale a ritenere l’Occidente responsabile della sua mancanza di apertura nei confronti delle richieste di assistenza e inclusione dell’Ucraina prima dell’invasione del 2022.

Dovrebbe essere chiaro a tutti i decisori politici che gli ucraini si stanno preparando a vincere la guerra. Per ottenere questa vittoria, faranno ciò che riterranno opportuno, finché potranno e al meglio delle loro capacità militari e politiche. Questo implica un deciso rifiuto di qualsiasi negoziato; gli ucraini non vogliono regalare al nemico ponti d’oro per ritirarsi. Qualsiasi posizione che non riconosca come giusta la richiesta dell’Ucraina e non comprenda l’entità del debito che l’Occidente ha accumulato nei confronti di quelle che ha a lungo percepito come nazioni piccole e sacrificabili, rimane legata alla visione coloniale.

Il futuro postcoloniale dell’Europa sarà determinato da come essa agirà e da come penserà di riemergere dalla battaglia per l’Ucraina. L’esito di questa battaglia non sarà determinato solo da quanto accade sul fronte orientale, ma sarà anche una battaglia per la pace in Ucraina.

La risposta dell’Europa alla richiesta dell’Ucraina di sostenere la sua ricostruzione democratica postbellica non è facoltativa. Se l’Europa deludesse le aspettative dell’Ucraina, significherebbe che ha rinunciato alla nascente resistenza contro le proprie tendenze imperialiste e contro le tendenze imperialiste altrui. In gioco ci sono l’indipendenza, la sovranità, la democrazia e la stabilità dell’Ucraina nel dopoguerra.

Traduzione di Giulia Federica Gadoni | Voxeurop

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