Transazione negataLe sanzioni secondarie alla Russia iniziano a funzionare (ma non ancora abbastanza)

Le restrizioni introdotte a fine dicembre stanno iniziando a ottenere i primi effetti, soprattutto in Turchia. Chiunque faccia affari con entità russe sanzionate rischia di essere tagliato fuori dal sistema finanziario statunitense

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Il commercio tra la Russia e la Turchia sta rallentando, le aziende turche non riescono più a ricevere pagamenti dalle controparti russe e stanno chiudendo i conti bancari usati per le esportazioni nel Paese. Secondo il Kommersant, il principale quotidiano del mondo degli affari russo, il commercio russo-turco rischia di fermarsi completamente. Le esportazioni in Russia a febbraio sono diminuite di un terzo rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, le importazioni (per lo più petrolio) si sono quasi dimezzate. Ankara ha definito la situazione come la conseguenza di una causa di forza maggiore su cui può fare poco, poiché le banche stanno interrompendo le transazioni per il timore delle sanzioni secondarie alla Russia introdotte dagli Stati Uniti il 22 dicembre dell’anno scorso.

Questa misura è lo strumento più potente e temuto della capacità di coercizione economica statunitense, e il più controverso. Una volta introdotte, gli operatori (banche e imprese) sono costretti a diventare estremamente cauti anche solo ad avvicinarsi alla violazione delle regole, diventando parte attiva nella pressione contro l’economia del Paese sanzionato indipendentemente dalle decisioni dei loro governi.

Ciò avviene perché in questo caso il meccanismo sanzionatorio è automatico, non richiede indagini, né il consenso dei Paesi terzi. Se i clienti di una banca hanno una transazione con persone fisiche o entità societarie incluse nell’interminabile elenco degli Special Designated Nationals (Sdn), la banca e l’azienda in questione vengono immediatamente esclusi dal sistema finanziario statunitense, uscendo di fatto dal sistema globale.

Un esempio recente della potenza delle sanzioni secondarie è l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa) nel 2018, una decisione unilaterale di Donald Trump che – senza stracciare formalmente un patto che restava sottoscritto da Cina, Russia, Regno Unito, Francia, Germania e Unione europea – lo ha neutralizzato rendendo impossibile fare affari con l’Iran senza essere esclusi dall’economia statunitense.

La Reuters riporta che ci sono problemi analoghi anche con le transazioni della Russia con gli Emirati Arabi Uniti e con la Cina, soprattutto per quel che riguarda il commercio del petrolio, con le compagnie russe che si trovano costrette ad affrontare ritardi nei pagamenti. In questo caso a preoccupare gli operatori è la combinazione tra le sanzioni secondarie e il price-cap sul greggio russo, introdotto a dicembre 2022 dal G7 e dall’Ue.

Le banche di questi Paesi hanno aumentato i controlli iniziando a chiedere documentazione aggiuntiva per assicurarsi che gli accordi siano conformi ai massimali di prezzo del price-cap, e che tutte le società e le persone coinvolte nelle transazioni non facciano parte dell’elenco SDN. Reuters menziona alcune delle grandi banche che stanno intensificando i controlli: le turche Ziraat e Vakifbank; le emiratine First Abu Dhabi Bank, Dubai Islamic Bank e Mashreq; e le cinesi Chinese Icbc e Bank of China.

L’ordine esecutivo del presidente Biden è stato emanato poco più di tre mesi fa e questi sono solo i primi effetti delle sanzioni secondarie, che nel corso del 2024 faranno molto male all’economia russa. Tuttavia, rimane una questione di fondo che non bisogna mai dimenticare quando si parla di sanzioni: anche se queste misure iniziano a sortire gli effetti desiderati, nel mondo è pieno di Paesi che vogliono continuare a fare affari con la Russia e aiutare il regime di Vladimir Putin a sopravvivere.

Ieri la governatrice della Banca centrale russa Elvira Nabiullina ha incontrato l’ambasciatore iraniano a Mosca per discutere di come intensificare la cooperazione bancaria tra Russia e Iran. A dicembre il governatore della Banca centrale iraniana Mohammad Reza Farzin ha dichiarato che Mosca e Teheran avrebbero firmato entro marzo 2024 un accordo per commerciare esclusivamente con le loro valute nazionali, senza usare dollari statunitensi.

Pochi giorni fa un’inchiesta del Financial Times ha rivelato che la Russia sta violando le sanzioni delle Nazioni Unite fornendo petrolio alla Corea del Nord, probabilmente come forma di pagamento per le munizioni e gli armamenti che riceve dal regime di Kim Jong-un. Pyongyang è soggetta a un tetto rigoroso sui trasferimenti di petrolio, una sanzione imposta nel 2017 dal Consiglio di sicurezza dell’Onu (quindi anche da Mosca) dopo una serie di test sulle armi nucleari.

Come scrive il politologo Hal Brands nella sua ultima analisi per Foreign Affairs, nonostante non stiano costruendo un sistema di alleanze ufficiali e strutturate come quelle degli Stati Uniti, i legami tra le autocrazie revisioniste dell’Eurasia – Russia, Cina, Iran e Corea del Nord – si stanno intensificando e sono estremamente pericolosi.

«Nonostante le sanzioni occidentali e le orribili perdite militari, Mosca ha continuato a portare avanti la guerra grazie ai droni, ai proiettili e ai missili forniti da Teheran e Pyongyang. L’economia russa è rimasta a galla perché la Cina ha assorbito le esportazioni russe, e fornito ai russi microchip e altri componenti a duplice uso», scrive Brands, che poi conclude: «Proprio come Adolf Hitler fece affidamento sulle risorse eurasiatiche per contrastare il blocco britannico, Putin fa affidamento sull’Eurasia per contenere i danni del suo confronto con l’Occidente».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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