Urne aperteIl ruolo cruciale del conteggio dei voti nel più grande anno elettorale della storia

La vera essenza della democrazia risiede nello spoglio delle schede. Gli Stati Uniti e l’Estonia mostrano due approcci diversi nell’uso delle voting machine

LaPresse

Quest’anno quasi quattro miliardi di persone in tutto il mondo saranno chiamate a votare alle elezioni politiche: Stati Uniti, Lituania, Croazia, Russia, Indonesia, India, Regno Unito sono solo alcuni dei paesi coinvolti, oltre naturalmente ai cittadini europei che dovranno eleggere il Parlamento dell’Unione. Il 2024 sarà quindi il più grande anno elettorale della storia. Ma come (e non chi) voteranno?

Un interessante articolo recentemente pubblicato sulla prestigiosa Mit Technology Review fa il punto sul tema delle cosiddette Voting Machine, le macchine elettroniche per la gestione del voto (dispositivi di marcatura delle schede elettorali e altro) e sistemi Dre (direct-recording electronic). Si tratta di macchine pensate negli Stati Uniti (dove sono state introdotte a partire dalla fine degli anni Ottanta) per rendere molto più rapide ed efficienti le modalità di voto e/o lo spoglio delle schede elettorali. Per capirci, il direttore delle elezioni della Contea di Mohave (Arizona), Allen Tempert, ha stimato che, senza l’uso di voting machine, il conteggio manuale di tutte le centocinquemila schede elettorali delle future elezioni richiederebbe almeno duecentoquarantacinque persone al lavoro ogni giorno, comprese le vacanze, per quasi tre settimane.

L’autore dell’articolo, concentrandosi sugli Stati Uniti, pone l’accento sul fatto che le tre più grandi case produttrici di tali marchingegni (che hanno il novanta per cento del mercato americano) usano codici sorgenti proprietari per il funzionamento del software e non desiderano quindi che diventino pubblici considerandoli «proprietà intellettuale».

Con una ben diversa prospettiva si sta muovendo un’organizzazione senza scopo di lucro chiamata VotingWorks guidata dal fondatore Ben Adida (con alle spalle un dottorato di ricerca al Crytptography and Information Security del Mit e dopo aver lavorato come ingegnere in Square e Mozilla) che invece ha adottato un approccio Open Source rendendo totalmente pubblici i codici sorgente delle loro macchine elettroniche per lo spoglio elettorale.

In questo contesto la tesi di Adida è semplice: «Un sistema di voto open-source è un sistema in cui non ci sono segreti su come funziona», «Tutto il codice sorgente è pubblico per essere visto dal mondo, perché quindi nel 2023 stiamo contando i voti con qualsiasi software proprietario?».

Non è una questione meramente tecnica. Basti ricordare la cosiddetta “Big Lie” scatenata da Donald Trump dopo aver perso le elezioni del 2020. Si tratta di ristabilire un rapporto di fiducia (già molto incrinato considerato il crescente numero delle astensioni) tra i cittadini elettori e le rispettive democrazie. Sempre che ciò sia possibile: un sondaggio svolto da NPR/Ipsos a un anno esatto dall’attacco del sei gennaio a Capitol Hill rileva che il sessantaquattro per cento degli americani crede che la democrazia statunitense sia «in crisi e a rischio di fallimento».

Addirittura, due terzi degli intervistati repubblicani sono d’accordo con l’affermazione che «la frode elettorale ha aiutato Joe Biden a vincere le elezioni del 2020». E questo nonostante innumerevoli riconteggi, tribunali, commissioni ecc. tutti senza eccezione abbiano respinto la conclusione che l’elezione sia stata rubata. Non sorprende quindi che l’emittente Fox di Rupert Murdoch, sostenitrice della “Grande bugia”, abbia offerto nell’aprile dello scorso anno per chiudere la controversia legale promossa da Dominion – che ha accettato – quasi ottocento milioni di dollari!

Sta di fatto che, a distanza di un anno, solo meno della metà dei repubblicani afferma di essere disposta ad accettare i risultati delle elezioni del 2020, un numero che è rimasto praticamente invariato rispetto all’anno prima! VotingWorks di Adida lavora oggi con diverse contee americane (nel Mississippi, New Hampshire, Georgia e Wisconsin). Nella logica di mantenere alto il grado di fiducia dei cittadini elettori, ha mantenuto la possibilità di verificare il cartaceo consentendo agli elettori di contrassegnare le schede elettorali a mano e/o tramite touchscreen.

Interessante il caso dell’Estonia, primo paese al mondo ad aver utilizzato la tecnologia digitale per il voto a partire dal 2005. Ha investito così tante risorse economiche nella tecnologia (con più di 150 server distribuiti) che ha reso il suo sistema in questi anni esente da vulnerabilità. E per la prima volta nelle elezioni generali dell’anno scorso sono stati espressi più voti digitali rispetto alle schede cartacee fisiche: ma ci sono voluti quasi trent’anni! Questioni tecniche quali, algoritmi crittografici, l’implementazione della verificabilità universale, un sistema di identità molto forte, decentralizzazione dei server e altro sono condizioni necessarie ma non sufficienti. «L’obiettivo non è solo avere un sistema sicuro, ma avere una democrazia sicura», ha detto David Dueñas-Cid, professore associato all’Università Kozminski in Polonia, a Euronews Next. Dueñas-Cid dal 2021 sta portando avanti un lavoro di ricerca chiamato “Electrust” che, concentrandosi in particolare sulle esperienze di 4 paesi (Polonia, Norvegia, Svizzera ed Estonia), intende approfondire il rapporto di fiducia nei confronti dei sistemi di voto digitali e relative implicazioni.

In Italia lo scorso dicembre è stata portata a termine la prima simulazione di voto online (non collegata a nessuna reale votazione), realizzata dal Ministero dell’Interno per gli italiani residenti all’estero nelle circoscrizioni consolari di Londra, Monaco di Baviera, Stoccolma e Charleroi (circa tredicimila persone). Dei duemilaseicentottantuno elettori autenticatisi, hanno completato la procedura digitale di voto duemilacinquecentocinquantasette con riguardo alla scheda del Senato e duemilacinquecentonovantasei relativamente a quella della Camera. Più del settanta per cento dei partecipanti alla simulazione si colloca nella fascia di età tra venti e quaranta anni e circa il venti per cento tra quaranta e sessanta anni.

Un primo piccolo passo ma nella giusta direzione se pensiamo al fenomeno dell’astensionismo involontario rappresentato da un lato dalle persone che hanno difficoltà di mobilità e non sono quindi in condizioni di recarsi al seggio elettorale (in Italia pari a circa 4,2 milioni al di sopra dei sessantacinque anni), dall’altro da coloro che per ragioni di lavoro o studio nel giorno del voto si trovano lontani dal comune di residenza, stimati in circa 4,9 milioni di persone. Per un totale in Italia di circa nove milioni di potenziali elettori!

«It’s not the voting that’s democracy, it’s the counting» faceva dire nella commedia Jumpers (1972) il commediografo inglese Tom Stoppard a Dotty in risposta al marito George Moore, professore di Filosofia. Con un gioco (molto serio) di parole potremmo dire con lei che in democrazia ciò che conta non è (tanto) il voto ma il conteggio!

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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