La non banalità del beneNon abbiamo la pace per diritto, ma perché abbiamo sconfitto le dittature

Dobbiamo comprendere la natura e l’origine del beneficio di cui godiamo e le ragioni per cui fortunatamente viviamo in un clima intiepidito nelle solite strade e nell’integrità dei quartieri familiari anziché su una scena di rovine e cimiteri come in Ucraina

AP/Lapresse

Ieri era molto spiacevole, almeno per gli anziani freddolosi come me, lavorare fermi alla scrivania con la temperatura che c’era. Molto fastidiosa quella pioggia incarognita; molesto quell’umido insinuato dappertutto nei locali presidiati da insultanti termosifoni gelidi.

Quant’è diverso però starci ventiquattrore, in quel modo, con l’unico aggravio di un maglione in più e in ogni caso con la sicurezza che si tratta di un disagio precario, rispetto a vivere per settimane, per mesi, non soltanto in un freddo ben più rigido, ma sapendo che non si tratta di una inopinata e breve coda invernale, bensì dell’operazione speciale militare intrapresa da chi «sta puntando sui suoi obiettivi e nel frattempo cerca di non spaventare la popolazione».

Il risveglio pacifista su una scena panoramica di infreddolito impegno civile e di desolazione per il fascismo che violenta i palinsesti democratici della Rai merita ogni considerazione, senz’altro, ma andrebbe descritta al bambino ucraino sotto la pioggia che depone cibo sulla tomba della madre morta di stenti. I comizi dell’internazionale poverista e sovranista che denunciavano il rincaro delle bollette per effetto delle sanzioni erano nobilmente orientati all’assicurazione del mandato supplementare, che va anche bene, ma sarebbe stato interessante mandarne l’audio nei seminterrati pieni di bambini che per problema non avevano la morosità a fine mese, ma l’assassinio del padre e lo stupro della madre.

Non si tratta di invocare misura, quando ci lamentiamo di una tenue avversità, perché «c’è chi sta peggio». Si tratta di comprendere la natura e, soprattutto, l’origine del privilegio di cui gode chi, mettendo domani il naso fuori di casa, incontra un clima intiepidito nelle solite strade e nell’integrità dei quartieri familiari anziché su una scena di rovine e cimiteri.

Quel privilegio non viene da nessun vagheggiamento di pace, da nessun appello costituzionale al ripudio della guerra, da nessuna funzione diplomatica prestata alle ipocrisie di chi, provando orrore per tutte le armi, prova meno orrore per quelle in mano agli aggressori che per quelle da dare agli aggrediti.

Quel privilegio viene da altro, e cioè dal fatto che le forze del bene, le forze armate del bene, ottant’anni fa, a costo di sacrifici spaventosi, si sono messe insieme per sconfiggere le forze del male. E quel privilegio si apprezza se si capisce che la pace scaturita da quello scontro non era e non è un diritto: era ed è un fatto, un fatto di cui si fa manutenzione non consentendo alle forze del male di prevalere. Esattamente come è un fatto il freddo ucraino: diverso dal nostro non perché è più intenso, ma perché è stato contrapposto al nostro diritto di stare in pace.

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