Camillo di Christian RoccaI nuovi disfattisti

A fine agosto dello scorso anno, Il Foglio ha pubblicato in anteprima un lungo saggio dal titolo "La Quarta guerra mondiale: come è cominciata, che cosa significa e perché dobbiamo vincerla". Era un formidabile testo di Norman Podhoretz, scritto per la rivista Commentary e poi definito da David Brooks del New York Times "uno dei dieci migliori articoli dell’anno". Quel saggio, ora raccolto in un volume per le edizioni Lindau, ripercorreva i grandi temi del dibattito culturale post 11 settembre e, in particolare, spiegava con eleganza e chiarezza la guerra scatenata dal totalitarismo islamo-fascista, la lezione del passato, le sfide che l’occidente è costretto ad affrontare per difendere la sua libertà e, ancora, l’essenza della presidenza di George W. Bush, la sua politica, l’intervento in Afghanistan e poi in Iraq, la dottrina del primo colpo, la rivoluzione del regime change e l’impegno generazionale per la democrazia e la libertà in medio oriente. Scritte per esteso e tutte insieme, sono le cose che Il Foglio ha raccontato negli ultimi tre anni.
Il nuovo testo che pubblichiamo in questo inserto è il seguito di quel fortunato saggio. Norman Podhoretz, quattro mesi dopo, registrata la riconferma di Bush alla Casa Bianca, ha scritto la seconda parte della sua riflessione, quasi una risposta ai critici e a coloro che ancora oggi non ne vogliono sapere di riconoscere l’esistenza di un nemico che ci ha dichiarato guerra. La breccia oggi è sul fronte interno occidentale, spiega Podhoretz, "gli insorti e i loro sostenitori" in medio oriente "sanno che la battaglia per l’Iraq non sarà vinta o persa in Iraq, bensì negli Stati Uniti d’America". E’ qui da noi che si può perdere la partita. Non è una questione di destra o di sinistra, Podhoretz accusa entrambe: "E’ vero che l’isolazionismo della sinistra nasce dalla convinzione che l’America sia un male per il resto del mondo mentre quello di destra dalla convinzione che il resto del mondo sia un male per l’America. Ciononostante, le due correnti sono confluite, riversandosi nello stesso canale di una feroce opposizione a qualsiasi cosa abbia fatto Bush in risposta agli attentati dell’11 settembre". Il paleocon iper conservatore Pat Buchanan e il radicale di sinistra Noam Chomsky, per Podhoretz pari sono.
L’intellettuale newyorchese ha dunque raccontato quella che definisce "La guerra alla Quarta guerra mondiale" (è questo il titolo originale sul numero di febbraio 2005 di Commentary), cioè ha esaminato i filoni politici e intellettuali, di destra come di sinistra, che si augurano il fallimento della Dottrina Bush oppure che auspicano un secondo mandato controrivoluzionario, che restauri la più tradizionale politica di non ingerenza democratica negli affari interni altrui. Una politica, però, che non ha evitato né l’11 settembre né la diffusione dell’odio antioccidentale nel mondo islamico.
Podhoretz spiega che le prime mosse di Bush (Rice al posto di Powell, fiducia a Rumsfeld e Porter Goss alla Cia) confermano e rilanciano la politica della promozione della libertà e della democrazia. Il "Freedom speech" pronunciato giovedì dal presidente, insieme con l’audizione al Senato di Condoleezza Rice, non solo hanno già dato ragione a Podhoretz, hanno addirittura ampliato quel progetto.
Podhoretz, 74enne, è con Irving Kristol il fondatore del movimento intellettuale neoconservatore. Era una delle colonne portanti della sinistra intellettuale newyorchese degli anni 60 e 70, con Susan Sontag, Norman Mailer e i guru della controcultura leftist. Podhoretz e i neocon, che allora non si chiamavano ancora così, furono ripudiati dai loro antichi compagni di strada quando provarono a difendere i valori liberali e americani che credevano in pericolo a causa del crescente antagonismo della sinistra liberal. I neoconservatori nacquero proprio quando la sinistra smise di guardare l’America come la nuova Gerusalemme, come la terra promessa delle libertà e delle opportunità. "My love affair with America", la mia storia d’amore con l’America, è uno dei libri più famosi di Podhoretz, in cui spiega la straordinarietà del sogno americano che lui stesso ha esaudito. Nato povero a Brooklyn da genitori scappati dalla persecuzione in Polonia, l’adolescente Podhoretz faceva fatica a parlare inglese, poi riuscì a frequentare l’università e a servire il suo paese per due anni nella Germania post nazista. Diventò un fine polemista, un anticomunista rigoroso, un letterato e, infine, un esegeta dei Profeti. Il suo giornale, Commentary, fu la palestra culturale dell’Amministrazione Reagan, la fucina della lotta all’impero del Male. Nel 1975, Podhoretz contribuì a scrivere uno dei discorsi più potenti, oltre che più anticipatori della sfida attuale, che un ambasciatore americano abbia mai pronunciato alle Nazioni Unite. In occasione dell’approvazione della famigerata risoluzione che giudicava "razzista" il sionismo, Daniel P. Moynihan disse: "C’è qualcuno convinto che chi ci attacca sia motivato dalle cose sbagliate che facciamo. Hanno torto. Ci attaccano per le cose buone che facciamo. Perché siamo una democrazia". In questa frase c’è l’essenza dell’analisi idealistico-pragmatica dei neocon. E c’è, come ha detto Bush inaugurando il suo secondo mandato, anche la politica ufficiale degli Stati Uniti: "La migliore speranza per avere la pace a casa nostra è espandere la libertà in tutto il mondo".

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