Camillo di Christian RoccaGli ideologi non erano i neocon, ma gli esperti e i diplomatici

Gli iracheni dunque avevano una voglia pazzesca di libertà, come ampiamente previsto dai maltrattati teorici dell’esportazione della democrazia. A noi occidentali, stanchi di pratiche democratiche, basta un po’ di maltempo oppure una bella giornata di sole per disertare in massa le urne. In Iraq, dove la democrazia non c’è mai stata e dove gli esperti di geopolitica ci dicevano che non sarebbe mai potuto accadere ciò che è successo domenica, gli iracheni hanno sfidato i kamikaze islamico-fascisti e le minacce dei nostalgici di Saddam pur di aggrapparsi a un futuro democratico.
L’alta affluenza alle urne e questa gran voglia di democrazia hanno stupito soltanto chi ha dato credito alle analisi Lilli Gruber-style. Costoro troveranno altri argomenti per continuare a spararle grosse (indizio: si rischia la dittatura della maggioranza sciita, quindi la guerra civile). Certo non potranno essere loro ad accorgersi del grande malinteso intellettuale di questi anni post 11 settembre, che è questo: la straordinaria partecipazione al voto, prima in Afghanistan e poi in Iraq, dimostra che gli ideologi non erano i neoconservatori, le cui idee hanno ricevuto l’entusiastica conferma dei diretti interessati, piuttosto i professorini del politicamente corretto fuori e dentro l’amministrazione Bush. L’idea iniziale dei neocon, che piaceva al Pentagono, era quella di abbattere il regime di Saddam e di installare subito un governo di oppositori che si impegnasse a ricostruire il paese, preparare una nuova Costituzione e portare il paese alle urne. Quest’idea rivoluzionaria è stata presto accantonata da un presidente criticato da mezzo mondo e impegnato a ottenere la riconferma alla Casa Bianca. Per un anno Bush ha tenuto duro, ma non è stato Bush. Ha dato ascolto ai realisti, quelli di cui ora si è innamorata la sinistra italiana, e ai diplomatici di carriera del Dipartimento di Stato. Tre settimane dopo la caduta di Saddam, Bush ha sostituito l’ex generale Jay Garner (l’architetto dell’autonomia dei curdi) con il diplomatico Paul Bremer, ha coinvolto le Nazioni Unite, ha affidato tra gli applausi dei giornali liberal le chiavi dell’Iraq ai diplomatici con laurea a Yale e cravatta regimental. Anziché dare subito il potere agli iracheni, un’idea considerata pericolosa e "estremista" e "neocon", gli arabisti del Dipartimento di Stato e della Cia, cioè gli avversari dei neocon, hanno provato a governare il paese giudicandolo ancora incapace di auto-amministrarsi. Cose buone ne hanno fatte, come la de-baathificazione, senza la quale sciiti e curdi, cioè l’80% degli iracheni, non avrebbero iniziato il cammino democratico. Ma il risultato è stato disastroso, così come è disastroso nel Kosovo tuttora governato dalla comunità internazionale. L’esercito di liberazione è diventato, tecnicamente, di occupazione e i sospetti sulle reali intenzioni degli americani, alimentati dalla propaganda di Al Jazeera, dei terroristi e dei nostalgici del regime, sono aumentati. Per un anno l’Iraq è stato governato dalla coalizione occidentale ed è diventato un laboratorio dove i veri ideologi, cioè i diplomatici di professione, hanno provato ad applicare quello che hanno imparato sui manuali di Harvard e sugli editoriali del New York Times: e cioè che la democrazia non è esportabile, specie in Medio Oriente, quindi dobbiamo insegnargliela noi. Quel modello non ha funzionato perché se mancava la luce la colpa era del governo, cioè degli americani; se non c’era sicurezza la colpa era di Bremer. Non ci fosse stato l’Ayatollah Sistani a insistere sul processo elettorale, discuteremmo ancora di egida dell’Onu e di forze multinazionali arabe. Eppure la stampa ha continuato ad accusare di "estremismo ideologico" i neoconservatori, cioè gli unici che non pretendevano di fornire alcuna soluzione studiata a tavolino se non quella di lasciare liberi gli iracheni di badare a se stessi. Le cose infatti sono migliorate il 30 giugno scorso quando la sovranità è passata agli iracheni. Gli ideologi hanno tentato di imporre la loro visione anche sulle elezioni, provando a spostarle e spiegando che non c’erano le condizioni. Il Times lo ha scritto ancora sette giorni fa. La realtà del Medio Oriente li ha smentiti.

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