Camillo di Christian RoccaLa coalition of the wrong ora tenta la grande manipolazione

Not in your name, ha scritto il Times. Gli iracheni non sono andati a votare a vostro nome, cari e simpaticissimi liberal. E dico della sinistra intelligente e moderna, quella che sa sta stare al mondo e vuole essere la coscienza critica del paese, certo non dei post e neo comunisti che parlano di "elezioni farsa" negli stessi termini, alla lettera, di Al Zarqawi. Qualcuno, per esempio, è in grado di distinguere le frasi di Zarqawi, di Diliberto o di Occhetto a proposito delle elezioni di domenica? Uno ha detto che il voto "rappresenta una farsa americana"; l’altro che "si tratta di una farsa condotta dalle forze occupanti davanti a tutto il mondo"; il terzo che "una vera sinistra oggi deve dire di no alle elezioni farsa in Iraq".
Ma la coalition of the wrong, quelli che non ne hanno azzeccata una, non è composta soltanto di questi irriducibili antiamericani, i quali tutto sommato sono pittoreschi e continuano a recitare la loro parte in commedia. No, dentro, e con un ruolo attivo, ci sono quelli che nonostante abbiano sbagliato analisi, previsione e tutto quanto, pretendono di fare la morale a quella parte del paese che prima hanno indottrinato con notizie farlocche e ora sbertucciano perché non capisce il valore delle elezioni irachene.
Prendete Repubblica, per esempio. Domenica, giorno del voto, accanto ai soliti articoli e titoli pessimistici e allarmistici, ha dedicato cinque pagine, neanche fosse Lady D, al povero Saddam che "scrive poesie" e "cura una piccola palma" rinchiuso da quei bruti yankee in una cella di Baghdad di "tre metri per quattro". Lunedì, incassata la sconfitta, è cominciata la grande manipolazione. Vittorio Zucconi ha scritto che gli americani sono i soliti infingardi perché, con la stampa complice, hanno accreditato "il sospetto di un probabile disastro" per abbassare "il gioco delle aspettative".
Poi, meritoriamente, Rep. ha pubblicato (sebbene mondato dei primi due paragrafi e del finale) l’ottimo articolo di Michael Ignatieff comparso sul magazine del New York Times il giorno prima. Ignatieff esisteva e scriveva queste cose anche prima. Eppure su Repubblica prima non si pubblicava, dopo sì. Ieri, accanto ad Adriano Sofri che queste cose ha sempre scritto e che Repubblica ha sempre ospitato, è sceso in campo il direttore Ezio Mauro. Il suo articolo era tutto un elogio della "fondazione embrionale della civitas", "l’avvio di un percorso di uscita dalla subalternità del suddito e del fedele", "l’ingresso nel mondo arabo del concetto di cittadinanza" eccetera. Pareva Wolfowitz. E poi: "Mi stupisce francamente che di fronte a tutto questo un pezzo della sinistra insista nel negare l’evidenza e cerchi di nascondere il significato, spiegando in nome dell’occupazione americana che le elezioni non erano libere". Ma come, si stupisce? Per mesi il suo giornale ha scritto esattamente questo, e ora non se ne capacita? E di che? Del fatto che la sinistra legge Repubblica?
La frase chiave di Mauro, già usata in altre occasioni, è questa: l’unilateralismo americano "ha prodotto risultati, ma resta tuttavia un errore". Così. Che cosa voglia dire è oscuro. Un errore è un errore. Non può produrre buoni risultati, viceversa non sarebbe più un errore, ma una cosa giusta.

Il prodotto dell’intervento in Iraq
La stessa cosa capita negli Stati Uniti. Anche lì gli scettici illuminati, chi non credeva possibile il risultato di domenica, riconoscono la straordinarietà dell’evento pur continuando a sostenere che la politica del cambio di regime è stata profondamente sbagliata. Così il New York Times.
Fareed Zakaria, invece, è un conservatore liberal, un editorialista favorevole all’intervento in Iraq ma scettico sulla possibilità di esportare la democrazia senza la contemporanea presenza di una società liberale. Su Newsweek ha scritto che le elezioni irachene sono certo un passo in avanti, ma che le prospettive della democrazia si sono allontanate. Motivo? Perché gli iracheni sono andati a votare senza aver letto il suo libro sulla democrazia liberale. Testuale. Zakaria nel 2003 ha scritto un libro e un articolo per delineare, scrive, "le tre condizioni che l’Iraq avrebbe dovuto rispettare" per diventare una vera democrazia. Oggi, spiega Zakaria, l’Iraq "va male in tutte e tre".
E’ vero che la democrazia non è solo un meccanismo di scelta del governo. Ma è altrettanto vero che la democrazia riguarda soprattutto la scelta dei leader. Questo hanno fatto gli iracheni domenica. Questo avevano promesso gli alleati. Questo ha prodotto l’intervento in Iraq. Not in your name.

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