Camillo di Christian RoccaManca solo Lucibello

Francesco Saverio Borrelli capo dell’Ufficio indagini della Federcalcio, come ai bei tempi della procura della Repubblica di Milano. Prima dichiarazione: “Dopo mani pulite, ecco piedi puliti”. E che sarà mai. Sono solo coincidenze, no? Lo scandalo del calcio non c’entra nulla con tangentopoli, anzi merita un’anatema chi fa due più due. Questa tesi negazionista è sostenuta anche da quei pochi che al tempo si opposero alla rivoluzione del tintinnio delle manette, perché non si possono mischiare le cose serie con le miserie del calcio. Alcune differenze tra i due scandali italiani, in verità, sono evidenti. A bordo campo, per esempio, non s’è ancora visto un personaggio paragonabile a Giuseppe Lucibello. A questo giro non ci sono stati (ancora) arresti, non ci sono stati (per fortuna) suicidi, non ci sono stati pentiti, come lamentava Giuseppe D’Avanzo su Repubblica. Prevale lo stile Greganti, più che quello Larini. Il resto però è difficile da liquidare alla voce coincidenze.
Lo schema di gestione dei due scandali è il medesimo: un intreccio di interessi consolidati utilizza un vuoto di potere e sfrutta una miccia accesa quasi per caso per mettere le mani su una torta mica male. Gli ingredienti sono gli stessi: un cinghialone, un’inchiesta della magistratura, un grande processo pubblico, con l’aggiunta di una giusta dose di moralizzatori e di voltagabbana. Il tutto ben cucinato grazie ai servigi di alcuni stimati studi professionali. Anche i piccoli intoppi e le cadute di stile sono sovrapponibili, allora come oggi: i favori, le regalie, qualche giudice compiacente, i moralizzatori moralizzati, la pochade e un gran fiorire di teorie complottistiche. L’esito finale si preannuncia identico: allora fu la risistemazione degli equilibri di potere e l’abbuffata delle privatizzazioni, stavolta in gioco c’è il controllo dell’industria del calcio e l’assetto del sistema bancario. I particolari fanno impressione e non solo perché spesso i protagonisti sono gli stessi. Anche le parole d’ordine uguali. Ci sono quelli che a muro caduto si battono il petto perché pensavano che il sistema fosse marcio, ma non fino a questo punto. E ci sono quelli che accusano gli addetti ai lavori di non potere non sapere. Se allora c’erano le sgrammaticature di Di Pietro a far da sottofondo semantico, stavolta ci sono quelle di Moggi e c’è già chi parla di sistema di ammonizione ambientale.
Luciano Moggi interpreta la parte del cinghialone, l’involontaria chiave di volta per la conquista del potere. Suo figlio Moggino ricorda Bobo Craxi e ciò che gli capitò agli albori di mani pulite, quando fu messo sulla graticola per aver fatto da procuratore e sponsor di Mario Chiesa. L’inerzia dell’operazione è uguale identica, in un contesto di illegalità diffusa, con avvisi e preavvisi di garanzia a mezzo stampa, con mille “forse sarà indagato”, con intercettazioni illegali date in pasto al pubblico e con le solite e spesso inutili ispezioni ministeriali. Il ruolo dei grandi giornali è il medesimo, con Corriere e Gazzetta (stesso gruppo, stesso patto di sindacato) in prima fila a condurre le danze, ma con qualche riluttanza. I megafoni delle procure non conoscono tregua, come allora. Notizie prive di interesse giudiziario o sportivo o politico ricevono ampio spazio, altre più importanti vengono ammorbidite (il miliardo di Gardini al Pci, le richieste di Carraro a favore della Roma e il designatore che risponde al Milan e all’Inter e alla Samp). I giornali fantasticavano sul tesoro di Craxi, ora fioccano i titoli sul tesoro di Moggi. Le monetine del Raphael fanno il paio con i fischi a Buffon. Vai avanti Di Pietro, urlavano radio e tv, ora lo slogan è vade retro Lippi. Non mancano i moralizzatori che vogliono ridare l’onore perduto a questo o quello, ma sono costretti a rinunciare perché erano usi ad aprire i frigoriferi, come Martelli. I sospetti di manine e manone sono all’ordine del giorno: nel 1993 era la Cia, stavolta sono le spie nerazzurre al soldo di Tronchetti Provera. Stormi di voltagabbana si alzano in cielo a ogni stagione. Le teste cadono una dietro l’altra, le case di politici e calciatori perquisite in tempo per i tg di mezzogiorno. Il triangolo politica-industria-magistratura è lo stesso, così come il ruolo ambiguo del sistema Fiat: un po’ sotto accusa, un po’ no. Lo studio del grande penalista Federico Stella ha fornito la cornice giuridica, stavolta l’architetto è quel Guido Rossi che nel 1993 fu chiamato a sistemare la Montedison. I vertici tra le procure c’erano allora e ci sono ancora oggi. Così come i conflitti di competenza. Il “porto delle nebbie” stavolta sarebbe il tribunale di Torino, un po’ perché si è permesso di archiviare le inchieste, un po’ perché alcuni magistrati ricevevano biglietti e parcheggi, le famose cadute di stile ammesse da Di Pietro. Formidabile e decisivo il commento di Di Pietro, ieri, alla nomina di Borrelli: “Si può dire che si è fatto decisamente un passo avanti rispetto a tangentopoli perché, a differenza di quanto è avvenuto allora, oggi si può dire che c’è un effettivo ricambio di classe dirigente”.

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