Camillo di Christian RoccaIl grande scisma liberal (Passeggiate americane – 2)

I sondaggi dicono che quasi due terzi degli americani credono che il loro paese si stia dirigendo verso la direzione sbagliata. Non solo. Giorno dopo giorno aumenta il loro fastidio nei confronti del presidente George W. Bush e del Congresso in mano ai repubblicani. Incompetenza, arroganza e corruzione sono le cose più contestate al presidente e al partito che guidano ininterrottamente il paese, l’uno dal 2001 e l’altro dal 1995. Otto anni di Casa Bianca e sedici di Congresso sembrano aver stancato anche chi è abituato a votare il Grand Old Party di Bush. Malgrado l’economia vada più che bene, la disoccupazione sia molto bassa, i proprietari di casa aumentino e la Borsa abbia raggiunto vertici impensabili, gli americani imputano a chi sta al potere a Washington l’attuale clima di incertezza globale, l’aumento dell’immigrazione clandestina, l’enorme deficit di bilancio, il fallimento degli aiuti a New Orleans, l’impasse iracheno e finanche l’alto prezzo della benzina. I giornali della East Coast e i network liberal suonano la grancassa del malcontento e fanno il resto.
Condizioni più favorevoli per il Partito democratico non potrebbero esserci, specie ora che comincia a venir meno anche la consueta fiducia nei repubblicani sui temi che riguardano la difesa nazionale. Riconquistare la maggioranza al Congresso l’8 novembre, e poi tornare alla Casa Bianca nel gennaio del 2009, dovrebbe essere un gioco da ragazzi per chi oggi si trova all’opposizione. Solo che così facile non è. La principale difficoltà è il Partito democratico stesso, in perenne crisi di identità. Già nel 2000, il centrosinistra americano è riuscito a perdere elezioni che sembravano impossibili da perdere. L’America usciva da otto strepitosi anni clintoniani in cui la ricchezza era cresciuta a dismisura, erano stati creati 22 milioni di posti di lavoro e il mondo desovietizzato pareva un posto idilliaco, tanto che Francis Fukuyama affrettatamente parlava di fine della storia. La mattina dell’11 settembre abbiamo scoperto che quell’ottimismo e quella mancanza di immaginazione altro non erano se non sensazioni ingannevoli. Ma nel 2000 nessuno lo sapeva ancora. Eppure i democratici sono riusciti ugualmente a perdere, malgrado avessero conquistato mezzo milione di voti in più dei repubblicani.
I democratici avevano in campo il vice di Clinton, Al Gore, colui che in teoria avrebbe dovuto essere il continuatore di quel bendidio. I repubblicani schieravano il poco attraente governatore del Texas George W. Bush, un politico con uno scarno curriculum da ricco figlio di papà e poco altro. Al Gore avrebbe dovuto stravincere senza nemmeno sudare, invece ha fatto di tutto per differenziarsi dal suo ex capo per paura che le scorie del sexgate di Monica Lewinsky lo potessero danneggiare. Ci riuscì così bene a differenziarsi e a convincere gli americani che lui era diverso da Clinton, da perdere le elezioni. Gore, inoltre, condusse una pazzotica campagna populista all’insegna dello slogan “people versus the powerful”, la gente contro i potenti, che suonava particolarmente ridicolo nella sua bocca, essendo vicepresidente da otto anni nonché rampollo di una delle più potenti famiglie politiche degli Stati Uniti allevato e cresciuto proprio per diventare un giorno comandante in capo alla Casa Bianca.
In quella sconfitta del 2000 c’è tutto il problema dei democratici americani, anche attuale. Non hanno un vero leader nazionale, con l’eccezione della molto odiata Hillary (Clinton, appunto) e dello sconfitto di otto anni fa Al Gore, trasformatosi in poco tempo da falco centrista a icona della sinistra antagonista. Nel partito prevalgono litigi e gelosie non solo personali, ma anche tattici e strategici. Emergono differenze incolmabili tra le due anime dei democratici, tra i centristi clintoniani e i liberal di sinistra. Gli uni sono accusati di essere “Bush light”, repubblicani sotto falso nome. I centristi invece credono che i liberal siano troppo radicali e scollegati dal resto dell’America. Da qui l’evidente incapacità del partito di trovare un messaggio chiaro e coerente su qualsiasi argomento all’ordine del giorno.
Come uscire da questo cul-de-sac è il tema di oggi, come di sempre. Nel 2004 la scelta di candidare John Kerry è stata perdente, anche perché sommava in un’unica persona due debolezze: un record di voti al Senato che per i moderati era considerato troppo di sinistra, e una difficoltà a compiere scelte chiare sui grandi temi cari ai liberal. Kerry però era il perfetto rappresentante di un partito che è favorevole all’aborto, ma anche un po’ contro. Che è contrario ai matrimoni gay, ma anche un po’ a favore. Che è protezionista, ma anche liberista. Che è interventista e isolazionista. Insomma che non è né carne né pesce.
Non piaceva praticamente a nessuno, Kerry. Proprio per questo è stato scelto alle primarie del 2004. I democratici si erano illusi di poter vincere scegliendo un ex eroe militare, dimenticandosi però la successiva carriera da militante pacifista del senatore. Due anni dopo quella sconfitta, lo schema e il dilemma restano tali e quali. Per le elezioni del prossimo novembre, i democratici hanno puntato su candidati reduci dall’Iraq e dall’Afghanistan, ma resta la contraddizione di un partito che non si capisce ancora se sia contrario o favorevole a Iraqi Freedom e se in medio oriente voglia vincere oppure ritirarsi. Più della metà dei senatori Dems, e tra costoro tutti i big del partito, nel 2002 hanno autorizzato Bush a usare la forza. Nel corso degli anni, quasi tutti hanno votato a favore dei rifinanziamenti della missione in Afghanistan e in Iraq. Kerry ha votato contro nel 2003, quando nel partito sembrava imporsi la stella pacifista di Howard Dean, ma in campagna elettorale se ne è pentito. Kerry ha provato a giustificarsi con una frase (“in realtà prima di aver votato contro, ho votato a favore del finanziamento”) che è diventata emblematica del fallimento suo e del suo partito su un tema così cruciale. Due anni dopo, a elezioni perse, Kerry ha votato a favore insieme con tutti i colleghi democratici. Ora Kerry chiede il ritiro delle truppe, così come altri leader del partito. Ma Hillary Clinton e gli altri big in possibile corsa per la Casa Bianca non ci pensano nemmeno. Di nuovo, gli americani non conoscono la linea dei democratici. Quella dei repubblicani potrà non piacere più, ma almeno si sa che cosa vogliono fare.
Michael Grunwald, sul Washington Post di qualche giorno fa, ha sintetizzato nemmeno tanto ironicamente il paradossale dibattito interno ai democratici: sono troppo di sinistra, ma lo sono anche troppo poco. Parlano troppo, o troppo poco, di aborto, di sicurezza nazionale, di porto d’armi. Sono troppo metropolitani, cosmopoliti, troppo deboli, troppo laici. Sono patetici quando fanno finta di interessarsi ai problemi dell’America rurale o quando vanno a messa per far vedere che condividono i valori dei fedeli. I democratici sono diventati uno strumento dei gruppi di interesse, dei loro finanziatori, dei loro sondaggisti, dei loro consulenti politici. Sono l’emergente maggioranza demografica del paese secondo alcuni, mentre secondo altri sono minoranza nella Right Nation. Pensano troppo alla tattica e trascurano la strategia, non parlano col cuore, ma a volte sono troppo appassionati. Non si curano di chi va in chiesa, di chi vive nell’entroterra, di chi abita nei grandi sobborghi extraurbani. I democratici non hanno un messaggio nazionale o, almeno, hanno paura di esporre un messaggio nazionale unificante. Devono far di più contro Bush, ma devono anche smetterla di essere ossessionati dal presidente. Sono troppo sconnessi dalla realtà circostante per capire che cosa vogliono davvero gli elettori, oppure troppo codardi per dire le cose che gli elettori non vorrebbero sentirsi dire.
C’è chi dice che i democratici dovrebbero imitare la potente organizzazione intellettuale dei repubblicani che aiuta il Grand Old Party a produrre le formidabili idee conservatrici, ma c’è anche chi vorrebbe che i liberal prendessero esempio da quell’attitudine anti-intellettuale tipica sempre dei repubblicani, i quali badano al sodo e non si preoccupano di formulare grandi idee. Al di là dei consigli contrastanti, la sensazione è che i democratici non abbiano una posizione condivisa su nulla, salvo l’anti-bushismo. Il senatore Barack Obama, stella nascente dei Dems, ci scherza su: “Non è vero che non crediamo in niente – ride – E’ una critica davvero ingiusta: noi crediamo fortemente in… niente”.
L’incertezza sui democratici si accentua ogni volta che gli Stati Uniti affrontano gravi crisi internazionali, ogni volta che la politica estera e la difesa degli interessi americani piombano al centro del dibattito. Questo dai tempi del Vietnam in poi. Prima il partito della sicurezza nazionale era proprio quello democratico, come ricorda Peter Beinart nel suo libro appena pubblicato che si intitola “The Good Fight: Why Liberals – and Only Liberals – Can Win the War on Terror and Make America Great Again”. Nel centrosinistra americano il dibattito sui temi di politica estera e di difesa risale al 1947, quando il partito si divise tra il vicepresidente di Franklin Delano Roosevelt, Henry Wallace, e Harry Truman. Wallace era convinto che con i comunisti si potesse trovare un accordo per battersi contro i rigurgiti fascisti e reazionari in patria come all’estero. Truman era di tutt’altro avviso. Wallace addirittura uscì dal partito e si presentò alle elezioni da indipendente per affermare le sue tesi. Prevalse Truman e da allora fino agli Settanta i democratici sono stati la casa dei Cold Warriors e degli anticomunisti più accesi. Nessuno lo ricorda mai, nemmeno George Clooney nel suo film “Good night and good luck”, ma il famigerato senatore Joe McCarthy era un grande amico dei Kennedy. Non solo. Assunse come collaboratore della sua Commissione per le attività antiamericane proprio Bob Kennedy, facendo da padrino alla sua prima figlia. I metodi di McCarthy erano discutibili, ma nel merito aveva ragione: al governo e nel paese c’erano molti americani che lavoravano come spie per l’Unione Sovietica, come si è saputo con la scoperta del Venona Project, svelato dal senatore democratico Daniel Patrick Moynihan. McCarthy non ricevette mai una parola di critica da parte di John Fitzgerald Kennedy, il quale non soltanto lo considerava “un grande patriota”, ma spiegava che non avrebbe potuto chiedere la sua censura “per le cose che ha fatto quando Bob lavorava nel suo staff”.
La guerra ideologica e unilaterale per fermare l’avanzata comunista in Vietnam fu concepita da Kennedy e combattuta dal suo successore alla Casa Bianca, il democratico Lyndon Johnson. Il fallimento di quell’operazione militare e geopolitica ha fatto tornare in auge l’ala Wallace del partito, pacifista e convinta che gli Stati Uniti siano spesso una causa dei mali del mondo contemporaneo. Il risultato di questa trasformazione è stata una serie infinita di disfatte elettorali, interrotta dall’elezione di Jimmy Carter avvenuta più che altro a causa dello scandalo Watergate e delle dimissioni di Richard Nixon. L’eccezione è stata Bill Clinton, negli ultimi sessanta anni l’unico presidente democratico a essere riuscito a farsi rieleggere. Clinton deve la sua vittoria anche alla presenza sulla scheda elettorale di un forte terzo candidato più di destra che di sinistra, il miliardario texano Ross Perot, capace di ottenere nel 1992 il 19 per cento – quasi venti milioni di voti – e l’8,5 nel 1996. Ma l’ex governatore dell’Arkansas è riuscito inoltre a riportare il Partito democratico in un alveo più tradizionale, meno radicale, più responsabile senza per questo perdere di vista gli obiettivi sociali progressisti.
Il dibattito interno al partito è ancora questo: rilanciare o rigettare la lezione clintoniana. Le due parti portano idee e ragioni efficaci a sostegno dell’una e dell’altra tesi – libri, papers, documenti, sondaggi, studi, progetti – ma lo scontro non fa che evidenziare l’inadeguatezza del partito, anche in tempi di potenziali vacche grasse come adesso. Il risultato è un diffuso malcontento che spinge pericolosamente i democratici verso il loro passatempo preferito: fasciarsi la testa e dibattere sui motivi per cui non vinceranno le elezioni. La discussione è già cominciata, a seguito della sconfitta della candidata democratica alle suppletive del collegio californiano resosi libero per l’arresto per corruzione del deputato repubblicano Duke Cunningham.
Nelle ultime settimane le due anime del partito hanno cominciato a darsele di santa ragione. Da un parte c’è il Democratic Leadership Council, il centro studi clintoniano che sia sulla guerra al terrorismo sia sui temi economici e sociali spera in una chiara svolta centrista del partito. Le critiche a Bush sono più che altro di metodo e puntano sull’incompetenza dimostrata dalla squadra presidenziale, più che sulle scelte strategiche di fondo. Dall’altra parte c’è il crescente popolo degli arrabbiati radicali di Internet, guidato dal curatore di Daily Kos che è il più cliccato blog di sinistra d’America. Markos Moulitsas è un ragazzino ormai diventato una star nazionale. Insieme con un altro giovane blogger ha scritto un libro, “Crashing Gate”, che è una chiamata alle armi populista per togliere il controllo del Partito democratico all’establishment di Washington. Un messaggio molto simile a quello di cui si fece portatore Howard Dean due anni fa. Dean perse le primarie in modo netto, ma ora guida con quello stesso spirito il comitato nazionale del partito. Fino a un paio d’anni fa, Moulitsas era un perfetto sconosciuto. Ora scrive editoriali sui grandi giornali e la settimana scorsa alla convention annuale dei bloggers organizzata dal suo sito a Las Vegas si sono presentati i vertici del partito e molti dei possibili candidati alle presidenziali del 2008, da Wesley Clark a Mark Warner, da Tom Vilsack a Bill Richardson. Unica assente, guarda caso, Hillary Clinton. Sul suo blog Moulitsas ha definito l’ala centrista del partito “irrilevante e morente”, perché non ha nessuno dietro di sé. “Il problema – ha aggiunto Moulitsas – è che loro non se ne sono ancora accorti”. La tesi ricorda quella di Thomas Frank, il quale con “What the Matter with Kansas?” ha spiegato che a inseguire gli elettori e i valori del midwest, i democratici hanno tradito i propri ideali.
Gli uomini del Democratic Leadership Council rispondono con editoriali sul Washington Post. Uno di loro, Will Marshall, ha curato un libro con interventi di analisti ed esperti di politica estera democratici, da Kenneth Pollack a Larry Diamond, che si intitola “With All Our Might”, “Con tutta la nostra potenza”. La raccolta elabora esplicitamente “una strategia progressista per sconfiggere il jihadismo e difendere la libertà” che al netto degli errori è difficile da separare dalle idee bushiane. La ricetta è simile a quella del principale alleato di Bush, il socialista Tony Blair, per cui “un immediato o precipitoso ritiro dall’Iraq non è giustificato, anzi dovremmo mobilitare il popolo americano a favore di un’ampia e robusta sicurezza e di una presenza finalizzata alla ricostruzione”. Anche il principale avversario di Dean, il presidente del comitato democratico per la campagna elettorale di novembre, Rahm Emanuel, è intervenuto con un contributo centrista contenuto nel libro “The Plan – Big Ideas for America’s future”. A questo filone centrista, ma muscolare in politica estera, si iscrivono Peter Beinart, la rivista The New Republic, e gli analisti della Brookings Institution, popolata di ex funzionari clintoniani e pronti a giocare in un futuro governo democratico il ruolo che in questi anni – quelli di Bush – ha ricoperto l’American Enterprise Institute. Due dei nuovi acquisti della Brookings sono Peter Beinart e Bill Galston. L’ex direttore di New Republic ha scritto “The Good Fight” per rilanciare la tradizione trumaniana dei democratici, sottratta al partito dai neoconservatori. Bill Galston, invece, è l’ex numero due delle politiche interne nella Casa Bianca di Clinton. Sedici anni fa, insieme con Elaine Kamarck, scrisse “The Politics of Evasion”, per spiegare come la sinistra liberal stesse correndo su un binario destinato all’ennesima sconfitta. Se i democratici non avessero preso posizioni più moderate – scrisse – avrebbero continuato a perdere. Clinton sposò la tesi di Galston ed entrò alla Casa Bianca. Ora Galston ha scritto un secondo saggio, “The Politics of Polarization”. La situazione non è cambiata rispetto a sedici anni fa, dice. I democratici necessitano più che mai di posizioni moderate. Il motivo più che politico è aritmetico: “In America ci sono più conservatori che liberal, quindi la sinistra deve conquistare più elettori di centro di quanti ne debba convincere la destra”. Un’idea rigettata dai liberal, dai bloggers e dall’analista Ruy Texeira, autore di “The emerging democratic majority” e titolare di un ascoltato centro di analisi strategiche “per la costruzione di una nuova maggioranza”. Poi c’è Bob Shrum, il veterano delle campagne elettorali dei democratici. Shrum vorrebbe che il partito si trasformasse in una coalizione populista arrabbiata e decisa. E’ molto ascoltato, malgrado con questa sua idea fissa abbia aiutato sei candidati democratici a perdere la Casa Bianca, da George McGovern a Ted Kennedy, da Dick Gephardt a Bob Kerrey, fino ad Al Gore e John Kerry. Negli ultimi anni, l’unico che non si valso della sua collaborazione è stato Clinton, il quale ha vinto.
Il 7 giugno i Democracy Corps di James Carville e Stanley Greenberg, altri due strateghi elettorali, hanno preparato un memo di dieci pagine con i suggerimenti per vincere le elezioni di metà mandato: nazionalizzare il voto, criticare Bush e l’establishment di Washington, affrontare con decisione i temi caldi – dall’Iraq all’immigrazione – senza essere evasivi. I linguisti George Lakoff e Geoffrey Numberg, separatamente, sostengono che i democratici in realtà abbiano soltanto problemi di linguaggio, che non riescano a comunicare idee che, presentate meglio, farebbero conquistare la maggioranza dei voti.
Il saggio più citato in questi giorni è di Michael Tomasky, pubblicato su The American Prospect. Sostiene che per tornare a vincere i democratici devono abbattere il loro attuale paradigma politico basato sull’individualismo radicale e poi sostituirlo con una politica del “bene comune”. I democratici dovrebbero mostrare di non essere soltanto il partito dei diritti e delle diversità – diritti civili, diritti dei gay, delle donne, diritti riproduttivi. Tomasky spiega che essere diventati negli anni Sessanta un’aggregazione di vari gruppi d’interesse ha costretto gli elettori che non condividono quegli specifici interessi ad allontanarsi. In sostanza, spiega, la sinistra non deve più sostenere le azioni positive o l’immigrazione o la copertura sanitaria universale perché di queste scelte beneficerebbero i neri, i latinos o i malati, ma dovrebbe provare ad argomentare i motivi per cui queste scelte rafforzerebbero il paese e i cittadini. “I democratici continuano a non avere una filosofia, un grande idea che unifichi le loro proposte e le converta dal confuso miscuglio di soluzioni limitate e specifiche odierno in una visione per la società”, ha spiegato Tomasky. Consigli che non piacciono a Joe Klein. Il saggista ha appena pubblicato “Politcs Lost”, un atto d’accusa contro l’esercito di consulenti e di analisti che determinano e condizionano le decisioni politiche, rendendo i candidati degli strumenti in mano ai focus group. Uno dei vari problemi del partito democratico di oggi .

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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