Camillo di Christian RoccaLa democrazia e il tutti a casa

Al Zarqawi è stato “terminated”, ha orgogliosamente annunciato ieri mattina il primo ministro iracheno. Ottimo, fantastico, meraviglioso, ma la battaglia purtroppo non è ancora terminata. La guerra contro gli stragisti di Allah continua come e più di prima – e poco importa, come ha detto ieri Donald Rumsfeld, che il governo italiano abbia deciso di abbandonarla. E’ giusto e comprensibile che i padri fondatori del nuovo Iraq (e chi li ha aiutati ad abbattere il loro torturatore) siano felici per la soppressione del capo di al Qaida in Iraq, ma non bisogna dimenticarsi della lezione del 13 dicembre 2003. Quel giorno il proconsole americano a Baghdad, Paul Bremer, si presentò in diretta televisiva e disse: “Ladies and gentlemen, we got it”, “Signore e signori, l’abbiamo preso”. Era stato catturato Saddam Hussein, un colpo mica male alla cosiddetta resistenza fascista e assassina che voleva fermare la transizione democratica dell’Iraq a colpi di mortaio. I nostalgici del dittatore si sono sporcati le mani di sangue e certo non sono riusciti a bloccare il processo democratico iracheno, ma l’immagine del loro duce in schiavettoni non ha moderato l’ideologia totalitaria e nichilista che li muoveva e li muove ancora oggi.
La morte di Zarqawi è un bene per il mondo arabo e islamico, ma non è ancora una liberazione dalla guerra santa. Non lo è nemmeno per noi generali o pacifisti in poltrona. Oggi sui giornali italiani leggeremo molte dichiarazioni entusiastiche per la fine di Zarqawi o forse soltanto frasi imbarazzate. Certamente non mancheranno le analisi dei soliti azzeccagarbugli che racconteranno come la sua uccisione in realtà costituisca una sconfitta per gli americani, mentre sono state già diffuse le prime comiche dichiarazioni di chi spiega che l’eliminazione di Zarqawi dimostri che la guerra non serve perché il terrorista è stato individuato dai servizi segreti, dimenticandosi però di quel piccolo particolare costituito da due bombe di precisione da 227 chili ciascuna sganciate dagli F-16 americani.
Il punto è che in occidente non si è mai organizzata una marcia o una protesta contro Zarqawi, piuttosto si è preferito giustificare le sue stragi, comprendere le sue ragioni, accusare chi lo stava combattendo. Il punto è che nel mondo islamico, Zarqawi non è un corpo estraneo, un incubo scacciato definitivamente ora che i caccia americani l’hanno ucciso. Il punto è come combattere il terrorismo e quale strategia opporre all’islamismo omicida. George Bush, Tony Blair, e finanche Silvio Berlusconi, un’idea ce l’hanno avuta. Ed è quella per cui ieri mattina, a Baghdad, un premier eletto democraticamente ha potuto annunciare ai concittadini la morte di Zarqawi. Il tutti a casa degli altri, non pare un’alternativa.