Camillo di Christian RoccaCrisi e passioni del New York Times, la bibbia multiculti d'America

New York. La Bibbia del giornalismo liberal, ovvero il New York Times, sta vivendo un momentaccio sia editoriale sia economico, malgrado resti immutato il glamour internazionale della testata e ora si appresti a traslocare nel nuovo grattacielo di Renzo Piano da 52 piani e 850 milioni di dollari in costruzione sull’ottava avenue, tra la quarantesima e la quarantunesima strada di Manhattan. Il giornale dei record è in una crisi finanziaria, di lettori e d’identità senza precedenti. Il tentativo di trasformare l’organo dell’élite liberal di New York nell’unico vero quotidiano nazionale non sta riuscendo al management della società di Arthur Ochs Sulzberger junior, chiamato dai suoi critici “pinch”, pizzicotto, per rimarcare la differenza di autorevolezza esistente tra lui e il ben più solido padre, Arthur Ochs Sulzberger senior, il quale invece era noto come “punch”, pugno. A livello nazionale, il Times vende meno dell’agile Usa Today e finanche del finanziario Wall Street Journal. Il paradosso è che, avendo scelto questa strategia nazionale, ora il Times non è più nemmeno il primo quotidiano della città, dove vende soltanto 260 mila copie, meno dei due tabloid locali, il Daily News e il New York Post. Senza contare che quasi centomila lettori al giorno sono passati al conservatore New York Sun. Nella sua edizione cartacea, il Times vende un milione e centomila copie, che salgono a un milione e settecentomila la domenica quando costa 3 dollari e mezzo e pesa quasi un chilo. Il ricavo annuo è superiore al miliardo e mezzo di dollari, ma pare non basti a pagare lo straordinario impegno giornalistico e a produrre profitti sufficienti. Il Times ha puntato su Internet, investendo in varie società della rete. L’edizione online è il miglior sito giornalistico gratutito del mondo, anche se ora alcuni contenuti, come gli editoriali e l’archivio, sono a pagamento (quasi 50 dollari l’anno). Sul web, il New York Times ha circa 40 milioni di lettori al mese, i quali tra abbonamenti e pubblicità producono 200 milioni di ricavi annui. La società di Sulzberger ha investito anche nella televisione, creando la Broadcast Media Group, ma gli affari non sono andati come previsto, sicché qualche giorno fa ha deciso di vendere le nove televisioni per concentrare gli sforzi sul core business, cioè sul giornale cartaceo. La crisi finanziaria del Times corre di pari passo con quella identitaria, come hanno di recente raccontato il New York Magazine e Vanity Fair. L’ultima débacle del giornale, prima ancora del ruvido editoriale contro il discorso del Papa a Ratisbona, è di martedì scorso. Quel giorno i newyorchesi hanno votavato alle elezioni primarie del Partito democratico per varie cariche locali, statali e federali. Come sempre, il Times ha pubblicato un editoriale con i suggerimenti di voto. In alcuni casi, come quello di Hillary Clinton, l’esito era largamente scontato, ma nelle tre occasioni in cui la partita era aperta, le scelte del New York Times (David Yassky per la Camera, Ken Diamondstone per il Senato statale e Mark Green per il posto di procuratore generale) non sono state seguite dai newyorchesi e i tre prescelti dal Times sono stati sconfitti. Il risultato evidente è che oggi il New York Times non risulta soltanto estraneo all’America conservatrice, ma anche agli elettori democratici di New York. L’origine dell’editoriale su Benedetto XVI Come tutti i quotidiani americani, il Times è composto di due giornali in uno. Il giornale delle notizie e delle analisi è separato dalle pagine degli editoriali. La responsabilità del notiziario è del direttore, il liberal moderato Bill Keller, un eccellente giornalista sposato in seconde nozze con Emma Gilbey, giornalista inglese ed ex compagna di John Kerry. Le pagine op-ed del Times sono guidate da una donna, Gail Collins, ma esprimono la linea e il pensiero dell’editore. Collins è la quintessenza del radical-chicchismo newyorkese: femminista intelligente e muscolare, una volta al comando delle pagine degli editoriali ha scatenato una crociata per consentire l’ammissione delle donne al National Golf Club di Augusta, in Georgia. La sua visione del mondo post 11 settembre sembra simile a quella espressa la settimana scorsa da una delle più famose star televisive d’America, Rosie O’Donnell, che in diretta tv è riuscita a dire che “il cristianesimo radicale è pericoloso quanto il fondamentalismo islamico”. Con l’eccezione delle rubriche del conservatore David Brooks e del libertario John Tierney, le sue pagine sono un continuo richiamo al relativismo culturale e a non sopravvalutare la natura della minaccia islamista, quest’ultima meno pericolosa dei reali danni inflitti da Bush alle libertà civili. In questo contesto è nato l’editoriale anti Ratzinger di sabato. Bill Keller è diventato direttore del giornale dopo il clamoroso disastro del 2003 creato da Jayson Blair, il cronista falsario e pupillo del precedente direttore Howell Raines. Quella vicenda è, di fatto, la biografia del New York Times, non tanto per la quarantina di falsi e di plagi, ma per l’ideologia politicamente corretta che impera nelle stanze del quotidiano. Gli articoli di Blair, infatti, ricevevano smentite su smentite e c’era un capo redattore che supplicava la direzione di fermare questo cronista troppo disinvolto. Ma Blair è afroamericano ed era stato assunto con la “affirmative action” che favorisce le minoranze etniche. Raines credeva fosse sconveniente licenziare un ragazzo di colore da una redazione wasp ed ebraica, perché sarebbe sembrato un atto di razzismo. Raines, del resto, è un liberal dell’Alabama e come molti liberal del sud degli Stati Uniti soffre del senso di colpa per la segregazione e le ingiustizie subite dalla gente di colore. Così, anziché licenziare il falsario, la direzione lo ha protetto in nome della tutela della diversità e del multiculturalismo. La catastrofe è stata assoluta. L’arrivo del moderato Keller ha messo per un breve periodo le cose a posto, senonché i suoi modi gentili e la scarsa volontà di partire lancia in resta contro Bush hanno creato scompensi fuori e dentro la redazione. La sinistra radicale ha cominciato ad accusare il Times di essere troppo debole, quasi un portatore d’acqua della Casa Bianca a cominciare dalla vicenda delle armi di distruzione di massa in Iraq la cui presenza era stata annunciata da scoop proprio dal New York Times. Due episodi hanno cambiato lo scenario. Il primo è stato quello della cronista Judith Miller, incarcerata dal procuratore federale Patrick Fitzgerald per non aver voluto riferire il nome della sua fonte nella vicenda del Ciagate. Sulzberger ha difeso strenuamente la Miller, anche se in redazione le imputavano di essere diventata la buca delle lettere di Bush. La prima firma del giornale, Maureen Dowd, le ha dedicato un articolo di fuoco nella pagina degli editoriali, chiamandola “donna di distruzione di massa”. Una volta uscita di galera, da innocente, Miller è stata costretta a dimettersi. Il secondo episodio riguarda più direttamente il direttore Keller. Prima delle elezioni del 2004, il suo cronista James Risen gli aveva portato lo scoop sul programma segreto con cui la National Security Agency aveva messo sotto controllo le telefonate di presunti terroristi stranieri effettuate negli Stati Uniti. L’Amministrazione aveva chiesto al Times di non pubblicare la notizia, per non compromettere la lotta al terrorismo. Keller aveva accettato. Al Times non l’hanno presa bene. Alcuni mesi fa, forse perché Risen stava per mandare in stampa un libro, Keller ha deciso di pubblicare la notizia, malgrado in un inc
ontro alla Casa Bianca, Bush gli avesse personalmente detto: “Se lo fate avrete il sangue nelle vostre mani”. Keller ha pubblicato e ora, secondo il New York Magazine, la Casa Bianca gliela vuol far pagare. La vicenda ha confermato ai conservatori i propri pregiudizi, ma il paradosso è che all’interno non credono affatto di fare un giornale di sinistra. Gail Collins, qualche giorno fa, ha ammesso che i suoi editoriali sono nella tradizione liberal del giornale, ma ha sfidato chiunque a dimostrare che, su tasse o politica estera, il New York Times sia un quotidiano liberal.