Camillo di Christian RoccaLa battaglia della ragione di Ratzinger vista dagli Stati Uniti

New York. Il manifesto dell’identità ellenistica, cristiana ed ebraica, quindi occidentale, elaborato da Papa Ratzinger con il suo discorso di Ratisbona pubblicato ieri dal Foglio, è stato raccontato agli americani da Ian Fisher, con un lungo articolo sul New York Times centrato sul razionale richiamo papale al divorzio tra l’occidente e la sua fede. Il teologo conservatore George Weigel, biografo di Karol Wojtyla e autore di “La Cattedrale e il Cubo” (Rubbettino), dice al Foglio che Papa Benedetto XVI “ha dato un importante contributo all’intera riflessione occidentale sulla questione decisiva del nostro tempo, che è questa: l’occidente ha le idee e l’impegno morale necessari a difendere la sua civiltà?”. Secondo Weigel, papa Ratzinger ha affrontato il nodo centrale delle due guerre culturali che l’Europa sta affrontando, ovvero “la battaglia per difendere la ragione, il realismo morale, il bene comune e la battaglia contro l’islam jihadista”. Il teologo americano, valutando l’importanza delle parole di Ratzinger, si augura che il discorso “venga letto in modo accurato – oltre che preso a cuore – sia dentro la curia romana sia tra i potenti del mondo”.
L’approccio di William Galston, studioso della Brookings Institution ed ex capo delle politiche interne alla Casa Bianca di Bill Clinton, è più critico, anche se riconosce che “il Papa è certamente nel giusto quando sostiene che la civiltà occidentale e il dialogo interreligioso procedono più facilmente se la ragione torna a essere il punto centrale del concetto di Dio”. Il punto, spiega Galston, è che “su questo non c’è un accordo dentro l’islam, il giudaismo e lo stesso cristianesimo, tanto che Ratzinger ha l’onestà intellettuale di ammetterlo”.
Lo studioso liberal dice al Foglio che “una concezione di Dio basata sulla libertà piuttosto che sulla ragione non è affatto estranea alla Bibbia” e ricorda quanto “Mosè Maimonide si sia impegnato a trovare le ragioni divine dei comandamenti, eppure anche lui – e a maggior ragione la tradizione rabbinica da cui ha attinto – è stato costretto ad ammettere la sconfitta”. Secondo Galston, “si potrebbe dire che Dio non ha creato l’universo contro la ragione, ma anche che la ragione non gli è servita a creare l’universo”. Il consulente di Clinton non crede che “la prospettiva di una discussione seria con i teologi musulmani possa migliorare se si comincia a presentare, come ha fatto il Papa,  una concezione di Dio e della relazione tra fede e ragione che la gran parte dei musulmani non può accettare. Sostenere che ci sia ‘un intrinseco avvicinamento tra la fede biblica e l’interrogarsi filosofico greco’ è un nobile ed ottimistico atto di fede, piuttosto che la conclusione di una logica filosofica o il prodotto di una ricerca storica”.
Il laicismo, sindrome del cristianesimo
Il direttore del Weekly Standard, Bill Kristol, non ha avuto modo di leggere il testo papale nella sua interezza, ma è convinto che “la guerra santa sia una minaccia reale che deve essere combattuta”, sicché per affrontarla “c’è bisogno di conoscenza e di capire le molteplici forme dell’islam, compreso il perverso mix tra islam e nichilismo che ha prodotto il terrorismo jihadista”. Secondo Kristol, “dobbiamo capire anche noi stessi, ecco perché l’insegnamento del Papa può essere molto utile in questa battaglia”.
Uno dei decani del movimento neoconservatore, Norman Podhoretz, è più tiepido di Kristol: “Sono certamente d’accordo con l’idea che molti laicisti non sono capaci di comprendere la natura e la realtà della fede religiosa, ma mi viene da aggiungere che ci sono anche molte persone di fede che hanno grandi difficoltà a capire le altre religioni”. Christopher Caldwell, editorialista del Financial Times e autore di un saggio di prossima pubblicazione sulle comunità islamiche in Europa, sostiene che “Giovanni Paolo II era convinto che la grande divisione del mondo fosse quella tra religione e miscredenza, pensava cioè che cristiani, musulmani e buddisti praticanti avessero più cose in comune rispetto ai non credenti”. Secondo Caldwell, è questo il motivo per cui ha centrato il suo pontificato sul dialogo interreligioso, mentre “Benedetto XVI sembra pensare che credere sia la condizione naturale di tutti gli uomini e che il laicismo sia un problema specifico del cristianesimo, addirittura quasi una forma di cristianesimo”. Sono molti, dice l’opinionista americano, “i pensatori francesi che spiegano come il cristianesimo abbia creato il laicismo in un modo che nessuna altra religioni ha fatto, da Rémi Brague a Pierre Manent, ed è per questo che Ratzinger si impegna così tanto nel dialogo intrareligioso, conversando con pensatori e filosofi laici da Paolo Flores d’Arcais a Jürgen Habermas”.
Secondo Caldwell, “piuttosto che convincerli a credere, il Papa sembra voglia provare a convincerli che sono già cristiani, perché per lui la grande divisione è tra la sfera della cristianità, che include l’ala laico-atea-agnostica, e la sfera delle altre religioni”.

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