Camillo di Christian RoccaLa sicurezza nazionale bipartisan di Princeton

Milano. Ci sono voluti tre anni di studio, il contributo intellettuale di 400 esperti di politica estera, la copertura bipartisan di esponenti di primissimo livello sia del Partito repubblicano sia di quello democratico e il timbro prestigioso della Woodrow Wilson School of Public and International Affairs dell’Università di Princeton per elaborare le novanta pagine intitolate “Forging a World of Liberty under Law”, “Creare un mondo di libertà sotto la legge”. E’ il primo tentativo post 11 settembre di scrivere una strategia di sicurezza nazionale americana condivisa a destra come a sinistra per affrontare le sfide e i pericoli del XXI secolo, dall’islamismo radicale in medio oriente alla proliferazione nucleare, dall’Iran alla Cina, dalla diffusione delle epidemie alla potenziale crisi energetica e ambientale. Il documento è firmato dal Princeton Project on National Security presieduto dall’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Bill Clinton, Anthony Lake, e dall’ex segretario di stato di Ronald Reagan, George Shultz. Il testo è stato redatto da due professori: la clintoniana Anne-Marie Slaughter, pronta a occupare posti di primo piano in caso di vittoria democratica nel 2008, e dal conservatore pragmatico e realista John Ikenberry. Un testo che nasce, dunque, fuori dai consueti circoli intellettuali dell’Amministrazione Bush, sebbene molti di loro – da Bob Kagan a Bill Kristol, da Charles Krauthammer a Bernard Lewis – hanno collaborato e partecipato ai lavori insieme con Madeleine Albright, Henry Kissinger, Francis Fukuyama, Charles Kupchan e tanti altri.
L’idea di fondo dello studio di Princeton è l’elaborazione di una strategia sulla sicurezza nazionale che vada oltre la vecchia e ormai obsoleta dottrina del “contenimento” ideata da George Kennan, ma anche quella di riadattare in modo accettabile sia a destra sia a sinistra i due documenti strategici sulla sicurezza nazionale presentati dalla Casa Bianca nel 2002 e nel 2006. La strategia di sicurezza americana, si legge nel documento di Princeton, dovrà avere tre obiettivi: proteggere la madrepatria, mantenere in buona salute l’economia globale, assicurare un ambiente internazionale benigno attraverso la diffusione della democrazia liberale.
La democrazia, dunque, è al centro della strategia di sicurezza nazionale bipartisan, ma a patto che sia ordinata dal rispetto della legge. “Le Amministrazioni Clinton e Bush concordano sull’importanza della promozione della democrazia”, ma votare e basta non serve, scrivono i saggi di Princeton, è necessario che i governi siano popolari, responsabili e rispettosi dei diritti umani. Per ottenere questo risultato, l’America non deve puntare sul suo essere “l’unica superpotenza mondiale”, anzi dovrà incoraggiare le democrazie liberali ad aumentare la loro forza militare in modo da poter affrontare, insieme, le sfide delle prime decadi del secolo. Gli Stati Uniti dovranno lavorare all’interno delle organizzazioni internazionali, malgrado “il sistema creato dopo la guerra mondiale sia andato in frantumi”. Le Nazioni Unite andrebbero cambiate radicalmente, ampliando il Consiglio di sicurezza, togliendo il diritto di veto e codificando il diritto all’ingerenza negli affari interni nel caso uno stato non sappia o non voglia garantire la sicurezza dei propri cittadini. Ma i saggi bipartisan sanno perfettamente che una riforma seria è improbabile, per cui propongono di creare, subito, un “Concerto delle democrazie”, di cui farebbero parte soltanto i paesi liberal-democratici: “Se, poi, l’Onu non potrà essere riformato, il Concerto servirà alle democrazie liberali come forum alternativo dove poter ottenere l’autorizzazione all’azione collettiva, incluso l’uso della forza”.
La guerra preventiva di George Bush non è esclusa dal documento clintonian-realista: “Gli attacchi preventivi sono strumenti fondamentali per combattere i network terroristici, ma devono essere proporzionati e basati su intelligence circostanziate. L’uso della forza preventiva contro stati deve essere molto raro, impiegato soltanto come ultima possibilità e autorizzato da un’istituzione multilaterle”. Qualsiasi soluzione di lungo periodo per il medio oriente deve includere la politica dei due stati, uno israeliano e uno palestinese, e uno sforzo per porre le basi favorevoli alla nascita di democrazie liberali nella regione. “L’America deve prendersi i rischi per assicurare che l’Iran non sviluppi la capacità nucleare militare” e “deve mettere in chiaro che per l’Iran la vita da potenza nucleare, se dovesse accadere, sarebbe un’esperienza largamente miserabile”.
La Cina, infine, “non deve essere fermata né contenuta”, ma “dovrà essere coinvolta in un modo che l’aiuti a diventare un’azionista responsabile” del nuovo ordine mondiale.

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