Camillo di Christian RoccaManovre e piani segreti per (ri)conquistare l'Iraq e la Casa Bianca

New York. C’è grande movimento e confusione intorno alla politica irachena degli Stati Uniti, dopo la sconfitta elettorale dei repubblicani alle elezioni di metà mandato. Ieri George W. Bush ha incontrato James Baker, l’ex segretario di stato di Bush senior che guida l’Iraq Study Group, la commissione indipendente composta da dieci esperti che da mesi studia la situazione in Iraq attraverso colloqui con analisti, politici e militari per suggerire, a dicembre, un piano di correzione di rotta. Il rapporto ancora non c’è, ma le indiscrezioni parlano di un piano di rientro delle truppe nel medio periodo, di un rilancio degli sforzi per risolvere la questione arabo-israeliana e di una conferenza regionale, sul modello di quella di Dayton per la Bosnia, con l’Iran e la Siria, due dei paesi con cui gli Stati Uniti non intrattengono ufficialmente rapporti diplomatici.
Baker ha scambiato opinioni con Bush e, successivamente, con Dick Cheney, Condi Rice e altri funzionari dell’Amministrazione. Nei prossimi giorni il suo gruppo incontrerà anche gli esperti di politica estera dell’era Clinton, da Madeleine Albright, a Richard Holbrooke, a Sandy Berger, mentre ha già ascoltato i pareri dei neoconservatori Bill Kristol e Reuel Marc Gerecht, i quali chiedono da tempo l’invio in Iraq di un numero maggiore di truppe. Una posizione sposata anche dall’editoriale del New York Times di domenica, per provare l’ultimo tentativo di conquistare Baghdad.
Bush ha ribadito la disponibilità ad ascoltare le proposte del gruppo, anche se le scelte dell’Amministrazione saranno vincolate alle richieste dei generali americani sul campo e al ripensamento della strategia militare a cui sta lavorando il generale Peter Pace al Pentagono. Ieri il generale John Abizaid ha incontrato in Iraq il premier Al Maliki, il quale ha appena annunciato un rimpasto di governo. Il generale ha ribadito agli iracheni che gli Stati Uniti continueranno a sostenere il processo politico democratico, oltre che ad addestrare il nuovo esercito.
Oggi Baker parlerà con Tony Blair, mentre nei giorni scorsi ha incontrato a New York l’ambasciatore iraniano all’Onu. Ieri sera Blair ha detto che il mondo dovrà dire chiaramente a Iran e Siria che cosa fare per aiutare a risolvere la situazione in Iraq, così come anche le conseguenze che corrono, se ne ostacolano la soluzione.  Nei circoli politici e giornalistici di Washington, il tentativo di Baker viene presentato come l’ultima possibilità per evitare il disastro in Iraq, ma domenica il Washington Post ha avanzato il dubbio che le proposte dell’Iraq Study Group possano essere molto diverse dalle operazioni tattiche già adottate negli scorsi mesi dall’Amministrazione Bush, al punto che c’è già qualcuno che sospetta una raffinata operazione del clan Bush per dare una “copertura bipartisan” alla politica del presidente. Michael Rubin, sul Wall Street Journal di ieri, ha notato che l’idea di aprire un negoziato con iraniani e siriani va alla ricerca di una stabilità di breve periodo a spese della sicurezza nel lungo, come dimostra quella famosa stretta di mano tra Saddam e Donald Rumsfeld del 1983 che ironicamente ora è diventata la politica della sinistra liberal, oltre che della destra realista.
La pace a Washington, più che a Baghdad
David Brooks ha scritto sul New York Times che il piano Baker potrebbe contribuire a portare la pace a Washington, più che a Baghdad. Il punto è che entrambi i partiti vorrebbero risolvere la questione irachena in tempi brevi: i repubblicani per non esserne inseguiti anche alle prossime elezioni, i democratici perché non vorrebbero trovarsi il caos iracheno tra i piedi qualora riuscissero a tornare alla Casa Bianca nel 2008.
Le prime mosse dei leader democratici però non vanno in questa direzione. L’altro ieri hanno annunciato una risoluzione per l’avvio del ritiro delle truppe in sei mesi, malgrado non spetti a Capitol Hill la conduzione della politica estera e nonostante almeno un paio di risoluzioni Onu, la 1.483 e la 1.511, impongano il contrario. La prossima speaker della Camera, Nancy Pelosi, sosterrà la candidatura a leader di maggioranza di John Murtha, il più grande sostenitore del ritiro immediato delle truppe e della loro risistemazione dentro le basi dei paesi vicini, pronte eventualmente a intervenire se ce ne fosse bisogno. Non è detto che i democratici potranno contare sul voto decisivo di Joseph Lieberman, eletto come indipendente. Il senatore non ha escluso l’ipotesi di passare ai repubblicani, qualora la politica di sicurezza nazionale dei democratici prendesse una piega disfattista.

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