Camillo di Christian RoccaFede privata e scelte pubbliche, lo strano caso di Mitt Romney

Milano. In Italia e in Europa abbiamo avuto il famoso caso di Rocco Buttiglione, il politico cattolico che, nominato Commissario dell’Unione europea, durante un’audizione parlamentare a Bruxelles di un paio d’anni fa disse pubblicamente di avere una chiara fede religiosa e relative convinzioni private a cui non avrebbe rinunciato per nessuna ragione al mondo, ma che certamente non avrebbero influito sulle sue scelte pubbliche. All’intellighenzia liberal italo-europea quella confessione-ammissione non è andata giù e, al di là della trappola procedurale tesagli dall’opposizione socialista per bloccare la sua nomina, effettivamente era e resta difficile credere che un politico possa compiere scelte pubbliche non influenzate dalle proprie convinzioni private, anche perché – se fosse così – scatterebbe l’accusa opposta, forse ancora più letale per un politico, quella cioè di non credere a niente e di agire non seguendo le proprie convinzioni, ma per convenienza politica o sotto dettatura di focus group, consulenti e sondaggisti.
In quell’occasione Buttiglione fu costretto a lasciare l’incarico europeo, perché – da cristiano – rivendicava il diritto di considerare il matrimonio esclusivamente come un patto tra un uomo e una donna. Negli Stati Uniti ora si è aperto un caso simile, anche se ancora è in uno stato embrionale. L’ha segnalato ieri Jacob Weisberg sul Financial Times, dopo una serie di articoli nei giorni precedenti sul Washington Post e sul Boston Globe. In gioco, di nuovo, c’è il dilemma etico della fede privata e del servizio pubblico.
La storia è quella di Mitt Romney, governatore uscente del liberalissimo Massachusetts, eletto con i conservatori e in lizza, sia pure ancora in maniera ufficiosa, alle primarie repubblicane del 2008. Romney è di religione mormone e fin qui il suo credo è sembrato l’unico vero ostacolo alla candidatura, per il resto sembrava perfetta sotto ogni punto di vista. Romney, infatti, è un conservatore che ha avuto un grande successo da imprenditore, il rampollo di una gran famiglia politica del Michigan che è riuscito a vincere le elezioni in uno stato di sinistra e che ha addirittura riformato il sistema sanitario eccetera eccetera. Eppure c’è questa cosa del mormonismo. In teoria Romney corre alla destra di John McCain e, soprattutto, di Rudy Giuliani alle primarie repubblicane. Giuliani è apertamente pro diritti dei gay, favorevole al diritto di abortire, all’uso delle cellule staminali e contrario alla libera circolazione delle armi. Sulle questioni etico-religiose, McCain ha un curriculum solidamente conservatore, ma è noto per aver polemizzato ferocemente con i leader fondamentalisti del movimento politico-evangelico, in occasione delle primarie del 2000 perse contro George W. Bush. E’ vero che ora McCain sta cercando di recuperare terreno e si è fatto invitare alla Liberty University del reverendo Jerry Falwell con cui sei anni fa aveva polemizzato, ma nel tempio della destra religiosa è andato a parlare di politica estera e non di temi etici, alimentando ancora una volta il sospetto che le sue recenti mosse siano dettate dall’opportunità politica di convincere gli elettori evangelici, più che da convinzione reale.
Romney fino a poche settimane fa non aveva problemi su questo punto, essendo solidamente pro life, contrario al matrimonio gay e alla sperimentazione sugli embrioni. Fin qui, infatti, sembrava che il grande ostacolo alla sua candidatura fosse soltanto quello dell’essere mormone, una religione che la comunità cristiana evangelica considera alla pari di una pericolosa setta. Ma di recente un gruppo di pressione evangelico ha rispolverato le sue posizioni durante la candidatura al Senato (contro Ted Kennedy) del 1994, favorevoli all’aborto, ai diritti gay eccetera. Chi è, dunque, Romney? Un conservatore moderato, il candidato dei valori religiosi o un politico ambizioso che si adatta a seconda della convenienza? Tanto più che gli antichi pregiudizi sui mormoni persistono, malgrado il successo della serie televisva “Big Love”, che racconta la storia quotidiana di una famiglia poligama dello Utah e nonostante la Chiesa mormone abbia ufficialmente abbandonato il culto della poligamia già nel 1890. La decisione antipoligamia era stata presa per far entrare lo stato dello Utah nell’Unione americana, ma nella realtà esistono ancora parecchie comunità poligame che coinvolgono circa quarantamila persone. La sola idea di un presidente mormone, la cui religione insegna che gli uomini che hanno vissuto con diverse mogli avranno più chance di entrare in Paradiso, sembra inaccettabile per i cristiani evangelici, il gruppo più organizzato all’interno del mondo conservatore americano.
Poco importa che, a differenza di McCain, di Giuliani, di George Allen e di altri possibili candidati repubblicani, Romney sia l’unico ad aver avuto una sola moglie. Romney ora è passato all’offensiva, provando a rassicurare la destra religiosa e puntando sul fatto che è un uomo di fede e che tra uomini di fede, non importa quale, alla fine ci si intende. E qui arriva l’articolo di Weisberg sul Financial Times e il dilemma sul credo privato e sull’incarico pubblico: il mormone Romney ha tutto il diritto e tutta la libertà di credere e di professare una religione nata da una truffa relativamente recente, quella ordita da John Smith, cioè dal fondatore della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Ma – secondo l’editorialista – “non dovrebbe candidarsi a guidare il paese”. Magari, ha scritto Weisberg, Romney non segue alla lettera tutti i precetti del mormonismo, ma in realtà non se n’è mai discostato né ha preso le distanze dal suo passato da missionario e da pastore “anziano” della Chiesa mormone. La difesa di Romney è simile a quella buttiglionesca: chiede infatti che le sue idee religiose restino un suo affare privato, visto che non influenzeranno le scelte pubbliche, come dimostrano i suoi anni da governatore. “Una delle grandi cose della nostra nazione – ha detto Romney nel 1994 – è che abbiamo tutti titolo ad avere una fede forte e personale, ma come nazione riconosciamo il diritto di tutti a credere a ciò che vogliono e di non imporre agli altri ciò che crediamo noi”.

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