Camillo di Christian RoccaA Washington e a Baghdad

Milano. Qual è l’alternativa al piano Bush sull’Iraq? I democratici americani, contrarissimi all’idea di inviare più truppe a Baghdad, non riescono a trovarne una molto diversa dal ritiro puro e semplice dei soldati, cioè dall’ammissione della sconfitta americana (non solo di Bush) in terra mediorientale. Una scelta radicale che, per ora, soltanto una piccola minoranza del partito che ha vinto le elezioni di metà mandato sembra disposto a presentare al pubblico americano. Le iniziative legislative dei deputati e dei senatori più anti Bush, da Dennis Kucinich a Ted Kennedy, sono state accantonate dai leader del partito, almeno per ora, ma Bush deve tenere conto che negli ultimi giorni l’inerzia politica di Washinton s’è spostata parecchio su posizioni ritiriste. In prima fila c’è John Edwards, ex sostenitore della guerra, poi pentito, e ora candidato pacifista alle presidenziali del 2008. Di conseguenza anche Hillary Clinton si è riposizionata e per la prima volta ha cominciato a criticare non soltanto la gestione della guerra, ma anche la decisione di invadere l’Iraq. Edwards vorrebbe il rientro immediato di 50 mila uomini e critica i suoi colleghi, da Hillary Clinton a Barack Obama, non ancora convinti del fatto che bloccare i finanziamenti sia la mossa corretta. Gli uomini di Hillary hanno risposto a tono a Edwards, mostrando le divisioni all’interno del Partito democratico, mentre Obama in settimana dovrebbe annunciare la formazione di un comitato esploratore per la sua candidatura.
Nel giro di quindici giorni l’asse politico s’è spostato in modo preoccupante per la Casa Bianca, che tra i democratici può contare sull’isolato sostegno di Joe Lieberman. Ufficialmente la posizione comune è quella di una risoluzione non vincolante che, nei prossimi giorni, si limiti a esprimere l’opposizione del Congresso al piano Bush, senza però impedire la sua esecuzione. Ma più passano i giorni più si fa largo il fronte ritirista. Alla Camera, Nancy Pelosi ha dato incarico al deputato Jack Murtha di valutare come si possa bloccare il finanziamento della nuova missione, mentre al Senato Christopher Dodd sta preparando un nuovo testo che chiede al Congresso di riautorizzare l’aumento delle truppe deciso da Bush.
(segue dalla prima pagina) L’opzione che potrebbe guadagnare consensi nei prossimi giorni è proprio quella di Murtha, il quale con uno stratagemma propone di bloccare l’invio di nuove truppe in Iraq perché, in questo caso, l’intero esercito americano resterebbe “a corto di riserve strategiche” in caso di conflitto con l’Iran o la Corea del nord. Se questa impostazione bellicista dovesse diventare maggioritaria, si assisterà a una corsa contro il tempo: “Non so quanti soldati la Casa Bianca riuscirà a mandare in Iraq prima che la legge sia pronta e venga approvata dal Congresso”, ha ammesso Murtha. I primi soldati sono già partiti e, come ha detto ieri il consigliere per la Sicurezza nazionale Stephen Hadley, una volta che i soldati sono in battaglia, i democratici non negheranno loro i fondi. In ogni caso, assicurano alla Casa Bianca, il Pentagono ha già i fondi necessari alla nuova missione nel bilancio già approvato per il 2007. Il presidente dell’Appropriations Committee della Camera, il pacifista David Obey, conferma che a causa della complessità del budget militare sarà difficile trovare un modo per proibire in modo selettivo il finanziamento alle nuove truppe.
Resta il problema dell’alternativa. Intervistato da “60 minutes”, Bush ha detto che “è da irresponsabili opporsi a tutto, non proponendo niente”. Secondo il presidente, “chi rifiuta di concedere una possibilità al mio piano ha l’obbligo di offrire un’alternativa che abbia una migliore chance di successo”. Ma Bush deve guardarsi anche dalle critiche degli amici, come l’ex generale Jack Keane, considerato l’architetto ideologico, insieme con Fred Kagan, dell’aumento delle truppe. Keane sostiene che il Pentagono stia ritardando le operazioni e voglia tenersi come riserva 2 delle 5 brigate in viaggio per Baghdad: “Quei soldati servono tutti, adesso”. Anche Bill Kristol critica la decisione di affidare la prima fase del nuovo piano al generale uscente Bob Casey, visto che David Petraeus non è stato ancora nominato.

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