Camillo di Christian RoccaGuai repubblicani

Milano. John McCain contro Dick Cheney, una risoluzione del Senato contro il piano Bush sull’Iraq e gli uomini di Cheney contro quelli di George W. Bush. Improvvisamente, in soli due giorni, si è scoperto che il mondo repubblicano non è un monolite e, soprattutto, che la Casa Bianca non è un covo di cospiratori coordinati e guidati dal vicepresidente, piuttosto un’istituzione spaccata a metà tra il potente staff di Bush e il soccombente ufficio di Cheney. E’ successo tutto martedì, con una coda ieri mattina. Sul nuovo giornale washingtoniano “The Politico”, il senatore John McCain ha accusato Cheney di essere la causa principale della gestione terribilmente negativa della guerra in Iraq: “Il presidente ha ascoltato troppo il vicepresidente, anche se la responsabilità ultima resta di Bush. Però è stato consigliato davvero male da Cheney e, soprattutto, da Donald Rumsfeld”. McCain è da anni un sostenitore della necessità di inviare più truppe in Iraq, un’idea che Rumsfeld e Cheney hanno snobbato in tutti i modi.
La commissione Relazioni internazionali del Senato, invece, ieri ha votato una risoluzione non vincolante contraria all’invio di più truppe in Iraq di cui si parla da giorni, e ora il testo passerà in aula. A Bush è andata meglio del previsto perché soltanto il senatore Chuck Hagel, da sempre scettico sulla dottrina Bush, ha votato con i democratici, mentre l’altro indiziato, il senatore Norm Coleman del Colorado, ha deciso di votare a favore del nuovo piano affidato a David Petraeus. Non solo. Tutti gli emendamenti dei senatori democratici, volti a rendere più dura la risoluzione, sono stati battuti a maggioranza. La novità più grossa però è arrivata dal processo per ostruzione alla giustizia e falsa testimonianza nei confronti di Lewis “Scooter” Libby, l’ex capo di gabinetto di Dick Cheney costretto alle dimissioni dopo il suo coinvolgimento nel Ciagate. L’avvocato di Libby ha accusato la Casa Bianca di aver pensato a proteggere Karl Rove, il principale consigliere di Bush, accettando che l’uomo di Cheney diventasse il capro espiatorio dello scandalo spionistico-gossipparo che l’anno scorso ha tenuto bloccata mezza Washington.
(segue dalla prima pagina) Il processo è quello nato dall’inchiesta federale sul Ciagate, l’indagine fatta partire un paio d’anni fa dall’Amministrazione Bush per scoprire quale funzionario federale avesse svelato al giornalista Bob Novak il nome e l’identità (forse) segreta di Valerie Plame, analista della Cia e moglie dell’ambasciatore Joseph Wilson. Sotto processo non c’è finito nessuno se non Libby, ma non per aver svelato il nome della Plame, cosa che peraltro si è scoperto in seguito non essere un reato, piuttosto per essersi contraddetto negli interrogatori. Secondo l’accusa, le contraddizioni di Libby erano un falso volto a nascondere qualcosa, mentre secondo la difesa il capo dello staff di Cheney si è semplicemente ricordato male alcuni particolari. L’avvocato di Libby non ha soltanto accusato la Casa Bianca di aver voluto proteggere Rove, ma ha anche svelato l’esistenza di una nota scritta da Cheney che conferma questa ricostruzione.
La mossa di Libby ha sconvolto i circoli politici di Washington, perché tutti si aspettavano una difesa centrata sul fatto, ormai accertato, che non ci fu un piano della Casa Bianca per screditare l’ambasciatore Wilson e sua moglie Valerie Plame, visto che il primo funzionario dell’Amministrazione a parlare con i giornalisti del ruolo di Valerie Plame fu il sodale di Colin Powell, Richard Armitage, uno dei pochi dentro l’Amministrazione che si opponeva alla dottrina Bush e alle idee di Cheney. C’è, però, chi è convinto che l’idea di distanziarsi da Karl Rove, l’uomo più odiato dai liberal americani, sia uno stratagemma della difesa per conquistarsi la giuria popolare, visto che in una città largamente di sinistra come Washington è molto facile che i suoi componenti siano oppositori di Bush. Si sa già, anzi, che quattro giurati su dodici sono persone fortemente critiche dell’operato della Casa Bianca.
Il Ciagate nasce dalla missione di Joseph Wilson in Niger del 2002 per indagare sui tentativi iracheni di acquisto di uranio nigerino. Una decina di mesi dopo quel viaggio, Wilson ha scritto un articolo sul New York Times accusando la Casa Bianca di aver manipolato le informazioni di intelligence per giustificare l’invasione. In realtà, si è scoperto dopo che, di ritorno dal Niger, l’ambasciatore Wilson alla Cia aveva confermato il tentativo di acquisto di uranio. La tesi di Wilson era che Bush e Cheney avessero giustificato la guerra in Iraq, non tenendo conto della sua missione e accreditando il falso dossier creato nel 2000, non si sa per conto di chi, da Rocco Martino, un ex collaboratore del Sismi passato a lavorare per i servizi francesi. Ma nel discorso sullo Stato dell’Unione 2003, Bush ha fatto riferimento a notizie di intelligence inglesi e Londra ha ufficialmente escluso che la sua fonte fosse il falso dossier italo-francese.

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