Camillo di Christian RoccaHillary non chiede scusa sull'Iraq per non rinnegare il suo Bill

Milano. Hillary Clinton chieda scusa. La sinistra americana e i grandi editorialisti discutono sul mancato mea culpa iracheno dell’ex first lady. Hillary è stata una delle più convinte sostenitrici della guerra in Iraq, anche per ragioni politico-familiari visto che la dottrina della destituzione di Saddam, le notizie di intelligence sui legami Baghdad-al Qaida e il coinvolgimento iracheno nel terrorismo internazionale risalgono agli anni di suo marito Bill. L’idea che Bush possa aver ingannato Hillary sulle armi di Saddam non sta in piedi, visto che l’ex first lady stava alla Casa Bianca quando quelle analisi di intelligence sono state elaborate. Le sue posizioni sono rimaste salde per due o tre anni anche di fronte alle prime difficoltà irachene, tanto che, secondo la “peace-mom” Cindy Sheehan, Hillary e Bush sono la stessa cosa. Negli ultimi tempi, però, Hillary ha cambiato idea e ha intrapreso, come ha scritto il New York Times, “una costante evoluzione dall’essere stata una delle più ferme sostenitrici della guerra a una delle principali critiche dell’Amministrazione”. Agli elettori pacifisti questo calcolato e meditato spostamento a sinistra non basta: vogliono che si scusi, come ha fatto John Edwards, altro ex entusiasta del cambio di regime a Baghdad.
Hillary si è spinta fino a dire che “sapendo ciò che sappiamo ora, non avrei autorizzato il presidente a invadere l’Iraq”, ma a una buona parte dei democratici non basta. Sicché a ogni incontro elettorale in Iowa o in New Hampshire, è costretta a trovare un modo diverso per sviare la solita e insistente domanda: senatrice, perché non chiede scusa? C’è chi giura che, prima del caucus dello Iowa, Hillary sarà costretta a pentirsi, viceversa perderebbe le primarie. La strategia del “prima o poi si stancheranno di questa faccenda delle scuse” non ha funzionato. Il calcolo dei consiglieri di Hillary è chiaro: spingersi il più possibile nel popolare fronte pacifista in occasione delle primarie, ma senza avventurarsi troppo a sinistra, in modo da poter tornare al centro al momento delle elezioni generali. La situazione è pericolosa per Hillary perché prima di vincere le elezioni dovrà battere gli avversari alle primarie.
L’atto di contrizione sembra impossibile, perché se lasciasse definire la sua politica dai sondaggi il profilo presidenziale perderebbe consistenza. Christopher Hitchens, su Slate, ha ricordato l’efficacia, la perentorietà priva di ambiguità dei discorsi di Hillary contro “il tiranno Saddam” e, in particolare, il discorso al Senato dell’ottobre 2002 con cui ha autorizzato Bush a usare la forza per fermare “la ricostruzione degli arsenali chimici e batteriologici” e “gli aiuti, il sostegno e l’ospitalità” forniti da Saddam “ai terroristi, compresi quelli di al Qaida”. E’ sufficiente rileggersi Hillary per liquidare la teoria del complotto Bush-Cheney: “Nel 1998 gli Stati Uniti hanno cambiato la politica sull’Iraq, passando dal contenimento al regime change e hanno cominciato a esaminare le opzioni per rendere efficace tale cambiamento”. Ed è stata la stessa Hillary a ricordare, con orgoglio, che “il presidente Clinton con gli inglesi e altri ha ordinato un assalto aereo intensivo di 4 giorni sull’Iraq, l’operazione Desert Fox, su siti conosciuti o sospettati di contenere armi di distruzione di massa”.

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