Camillo di Christian RoccaIl Senato liberal non ha i numeri per dire no al piano Bush sull'Iraq

Milano. Non ci sarà nessuna risoluzione del Senato di Washington contro il nuovo piano di Bush per l’Iraq, almeno per ora. La risicata maggioranza del Partito democratico, ottenuta alla elezioni di metà mandato lo scorso novembre, ha perso sonoramente la prima importante battaglia congressuale con il partito di Bush proprio sulla questione più importante e più cara agli elettori di sinistra: l’Iraq. Non c’è stato l’annunciato rompete le righe dei senatori repubblicani, nemmeno da parte di quei senatori apertamente contrari all’invio delle 21.500 truppe in Iraq. Soltanto due conservatori hanno votato con i democratici, a fronte di un democratico che ha votato con i repubblicani. Le complicate regole di Capitol Hill hanno portato i leader dei due partiti a uno scontro procedurale che, nelle parole di John Dickerson di Slate, somigliano a uno scioglilingua: “Prima che i senatori potessero dibattere sul piano di Bush hanno dovuto dibattere del dibattito in sé. Per andare avanti con questo dibattito i senatori hanno dibattuto l’ordine di dibattimento del dibattito. Dopo tutto questo dibattito, il Senato ha deciso di non dibattere nulla”. Senza dimenticare che, se anche si fossero messi d’accordo, le risoluzioni in votazione non sarebbero state comunque vincolanti per il presidente.
E’ successo che il democratico Harry Reid voleva che si discutesse, quindi che si votasse, soltanto la mozione bipartisan Warner-Nelson (l’uno repubblicano, l’altro democratico) contraria all’invio delle truppe, ma si è opposto alla richiesta del leader repubblicano, Mitch McConnell, di consentire un voto anche sull’altra mozione bipartisan McCain-Lieberman (l’uno repubblicano, l’altro democratico eletto da indipendente) favorevole alla nuova strategia bushiana ma legata a precisi impegni che il governo iracheno avrebbe dovuto rispettare. McConnell voleva, inoltre, che le mozioni fossero approvate a maggioranza qualificata, 60 voti, e che si discutesse anche una terza mozione, quella del repubblicano Judd Gregg, secondo cui il Congresso non può tagliare i fondi ai soldati già presenti sul campo di battaglia. Per superare l’opposizione procedurale dei repubblicani, esattamente come nella scorsa legislatura accadeva a parti rovesciate, i democratici avrebbero dovuto raccogliere 60 voti, ma ne hanno ottenuti soltanto 49, perdendo il loro senatore Lieberman e convincendo soltando due repubblicani, Olympia Snowe e Norm Coleman, due conservatori che nel 2008 saranno impegnati in una difficile campagna di rielezione in stati liberal o spaccati a metà. Lo stesso primo firmatario della mozione cara ai democratici, John Warner, ha votato contro la scelta democratica di forzare il voto soltanto sulla sua risoluzione, escludendo le altre. La stessa cosa ha fatto l’altro grande oppositore di Bush dentro il Partito repubblicano, Chuck Hagel. Alla fine anche il leader democratico Reid ha votato contro la sua stessa mozione anti-ostruzionismo, ma in questo caso adoperando uno stratagemma che gli consentirà di riaprire la questione quanto prima. La partita, infatti, non è ancora chiusa, anche se la non decisione del Senato di lunedì sera potrebbe convincere la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, a non far votare sull’Iraq nemmeno l’House of Representatives. Nelle prossime settimane il tema Iraq sarà comunque all’ordine del giorno, visto che il Congresso dovrà approvare la richiesta della Casa Bianca di finanziamento della nuova strategia irachena.
Difficile, in questo caso, che i democratici si possano prendere una rivincita e bloccare i fondi ai soldati del generale David Petraeus, nel frattempo già insediatisi in Iraq. Del resto la scelta dei democratici di forzare il voto sulla propria risoluzione e di escludere le altre due nasceva dal timore che la terza mozione, quella di Judd Gregg contro il taglio dei soldi per i soldati in battaglia, potesse essere l’unica capace di ottenere i 60 voti necessari per essere approvata. Se i democratici avessero accettato di votare anche la risoluzione Gregg avrebbero regalato una grande vittoria a Bush. Rifiutando di votarla, hanno comunque evitato al presidente una sconfitta.

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