Camillo di Christian RoccaIl Cheney di Hillary

Anche il Partito democratico e Hillary Clinton hanno il loro Dick Cheney, il loro uomo nero, il loro influentissimo consigliere politico ed economico che, secondo l’accusa di una parte consistente dello stesso mondo liberal americano, porterà il partito alla rovina e un repubblicano alla Casa Bianca. Il Cheney di Hillary è Robert E. Rubin, il segretario al Tesoro negli anni del boom economico clintoniano, il guru della Rubinomics, il teorico liberal del pareggio di bilancio, del libero commercio e dell’abbandono della vecchia politica democratica e keynesiana del “tassa e spendi” (tax and spend). I suoi suggerimenti sono ascoltatissimi, ma – secondo l’accusa dell’ala liberal del partito – sono perfidi, non destinati ad aiutare i democratici né i bisogni della loro base elettorale, ma la potente lobby delle grandi banche d’affari.
Ex copresidente della banca di investimenti Goldman Sachs, dopo gli anni alla guida della politica economica americana Rubin è tornato nel mondo bancario, diventando presidente del comitato esecutivo della più grande banca commerciale americana, la Citibank, ingigantendo così le accuse sul suo conflitto di interessi, talmente evidente da far sembrare innocui gli antichi rapporti tra Cheney e l’Halliburton, la società di cui è stato presidente.
L’attacco politico e ideologico a Rubin è stato lanciato da una delle più prestigiose riviste liberal di Washington, The American Prospect. Il titolo di copertina di questo mese spiega tutto: “Attrazione fatale” e poi “Quando Robert Rubin parla, i democratici ascoltano. A loro rischio e pericolo”. L’articolo è di uno dei fondatori della rivista, Robert Kuttner, ed è di una durezza rara, di quella solitamente riservata ai ritratti sulla malvagità di Cheney. Il paragone Rubin-Cheney non è esplicito, ma gli elementi comuni tra i due personaggi sono molteplici: il conflitto di interessi, la presa del partito per conto di una potente lobby, il dirottamento dei principi cardine della sua tradizione politica, il misterioso ruolo dietro le quinte, lo zampino in ogni grande scandalo finanziario del paese, l’influenza di un piccolo think tank.
Rubin non è uguale a Cheney, è la sua versione liberal e salottiera. A differenza del vicepresidente, che è del Wyoming, il newyorchese Rubin non è noto per le sue battute di caccia né per il suo spirito greve della prateria, ma per gli studi ad Harvard e Yale. Uomo di grande fascino intellettuale, Rubin è apprezzato in tutti i circoli democratici che contano, ma anche oltre, sia a Washington sia a New York. La sua rete di relazioni nel mondo della politica e della finanza non ha eguali ed è quella che lo risparmia ogni volta che si trova pericolosamente nei paraggi di uno scandalo, spesso in modo più consistente dei mille pettegolezzi che girano su Cheney e che si leggono sulle prime pagine dei giornali. Rubin, a differenza del vice di Bush, esce da ogni situazione di potenziale rischio sempre senza che quasi nessuno si accorga ci sia mai entrato. Difficile trovare un articolo di giornale che contenga una critica, quasi impossibile. I suoi legami spaziano dal mondo accademico – a un certo punto ha avuto il suo protégé ed ex vice al governo, Larry Summers, alla presidenza di Harvard – fino al circolo politico della Capitale e, soprattutto, al mondo degli affari e della gigantesca macchina dei finanziamenti elettorali che muove la politica americana. Rubin in due parole è l’uomo di collegamento tra il Partito democratico e la sua più potente base elettorale: Wall Street.
Qualsiasi ruolo svolga – presidente di una banca, capo dei consiglieri economici della Casa Bianca, segretario al Tesoro – Rubin si trova sempre nel punto di snodo decisivo. George W. Bush ha provato a replicare il ruolo di Rubin nella sua Amministrazione, scegliendo nel secondo mandato, come segretario al Tesoro ma anche come “ambasciatore” a Wall Street, Henry Paulson, ovvero il successore di Rubin alla presidenza della Goldman Sachs.
Rubin ha lasciato formalmente la politica a causa della sconfitta democratica del 2000, in realtà non se ne è allontanato di un millimetro. E’ sempre stato accanto a John Kerry, nel suo fallito tentativo di sconfiggere George W. Bush del 2004. Quando Nancy Pelosi, pochi mesi fa, ha convocato il gruppo parlamentare democratico per i primi due briefing della nuova legislatura, ne ha organizzato uno sulla sicurezza nazionale con tre esperti di diverso orientamento, e uno sull’economia con Robert Rubin, naturalmente da solo.
La dottrina Rubin, la cosiddetta Rubinomics, non è certo l’unica politica economica del campo democratico. Oggi è molto di moda, anzi è in crescita, il populismo isolazionista dell’ala “mid e southwestern” del partito, contraria ai trattati di libero scambio e sospettosa della globalizzazione. Non ci può essere nulla di più distante dalla Rubinomics, eppure l’avversario storico resta il classico keynesismo liberal democratico, quello favorevole a usare l’arma del deficit pubblico per stimolare l’economia. La Rubinomics, invece, è il rigorismo tecnocratico e bancario di sinistra, lo stesso che piace da matti al centrosinistra europeo e, in particolare, a quello italiano: punta sugli effetti che il pareggio di bilancio ha sui tassi di interesse e, di conseguenza, sull’aumento degli investimenti privati e sui consumi.
L’idea economica di Rubin è opposta a quella bushiana dei tagli delle tasse finanziati dal deficit di bilancio. La settimana scorsa, tra le proteste dei clintoniani, la Casa Bianca ha stimato la crescita attuale dell’economia americana come più solida di quella degli anni Novanta, anche perché rafforzata da quasi otto milioni di nuovi posti di lavoro da quando, nel 2003, è entrato in vigore il secondo giro di tagli fiscali deciso da Bush. Il Wall Street Journal ha legato questo dato a una critica della Rubinomics, ma la teoria economica dell’ex segretario al Tesoro non piace nemmeno ai più tradizionali economisti liberal, come Robert Reich e John Stiglitz, i quali già ai tempi di Clinton chiedevano di destinare meno soldi alla riduzione del deficit e di investirne una buona parte nella ricerca, nello sviluppo, nelle tecnologie, nelle infrastrutture e nell’educazione. Il Tesoro di Rubin, invece, ha portato i bilanci federali a un inaudito surplus che, secondo il guru di Clinton, sarebbe servito al momento dell’esplosione dei costi previdenziali e sanitari. I risultati positivi raggiunti dalla Rubinomics negli anni Novanta sono sotto gli occhi di tutti, anche se il premio Nobel Stiglitz sostiene che, se ci fossero stati gli investimenti tecnologici da lui invocati, ci sarebbe stata una crescita economica ancora più forte.
The American Prospect si sofferma a lungo sulle ricette economiche care a Rubin e ricorda tutte le volte che i suoi consigli hanno fatto male ai democratici: dal suggerimento a Walter Mondale di inserire nel programma del 1984 l’aumento delle tasse, fino all’indicazione data a Clinton di puntare sul pareggio di bilancio invece che sulle questioni sociali, come la riforma sanitaria di Hillary. Il problema, ha scritto Kuttner sulla sua rivista, è che che queste posizioni non sono soltanto coerenti con una politica economica di tipo centrista, ma che “sono esattamente ciò che ti saresti aspettato da un banchiere”.
L’elenco delle accuse stilato da The American Prospect è lunghissimo. La Goldman Sachs, per esempio, è stata la prima sottoscrittrice dei titoli messicani prima e dopo il passaggio del trattato Nafta. E’ stata anche, continua il mensile liberal, la banca di investimenti che alla fine degli anni Ottanta ha gestito la privatizzazione della società telefonica messicana, la Telmex che oggi vuole comprarsi l’italiana Telecom. La firma del Nafta ha portato in Messico tanti soldi stranieri, molti dei quali sono andati a beneficio delle speculazioni dell’ex banca di Rubin e dei suoi clienti.
Una clausola del trattato di libero commercio tra gli Stati Uniti e i paesi dell’America centro-settentrionale, scritto da Rubin, prevedeva la possibilità che le banche americane potessero comprare istituti di credito messicani. The American Prospect ha notato come, di ritorno nel settore privato, Rubin abbia negoziato per la Citigroup l’acquisto di Banamex, la principale banca messicana, per dodici miliardi e mezzo di dollari. Rubin, inoltre, è riuscito a convincere Clinton a far ritirare il Glass-Steagall Act, la legge del 1933 che teneva separate le banche d’affari come la Goldman dagli istituti commerciali come la Citi, per prevenire le speculazioni degli anni Venti. “La premessa – ha scritto Kuttner – era di promuovere la competizione, ma l’effetto è stato quello di creare maggiori concentrazioni”. Quando la legge del 1933 è stata infine abrogata, nel 1999, a Washington il nuovo provvedimento veniva comunemente chiamato “Citigroup Authorization Act”. Il finanziere Sanford Weill è riuscito infatti, grazie a Rubin, a unificare l’impero di assicurazioni, banche commerciali e d’affari diventato poi la Citigroup e di cui oggi Rubin è presidente del comitato esecutivo. Il suo primo stipendio annuale è stato di 40 milioni di dollari.
Poi c’è il caso Enron, il più clamoroso scandalo finanziario degli ultimi anni. Alla Casa Bianca c’era Bush. Rubin era alla Citigroup. Nel novembre 2001, mentre la compagnia energetica texana stava crollando sotto il peso dei bilanci falsi e saccheggiati dai suoi manager, Rubin ha telefonato a Robert Fisher, il sottosegretario al Tesoro. Gli ha chiesto se, per caso, non fosse una buona idea che il dipartimento del Tesoro suggerisse alle agenzie di credito di attendere un poco prima di valutare al ribasso il debito Enron. La Enron, secondo The American Prospect, a quel punto doveva 750 milioni alla banca di Rubin. Il sottosegretario di Bush ha resistito alle pressioni e quando qualcuno ha fatto sapere alla stampa della telefonata, il dipartimento del Tesoro e “una fonte vicina a Rubin” hanno diramato due comunicati stampa complementari che hanno convinto i giornali che le pressioni di Rubin sono state ipotetiche e, soprattutto, non interessate.
Accuse di conflitti di interesse a parte, la critica più forte a Rubin è quella di non essere affatto un liberal né un democratico, ma un repubblicano alla Eisenhower. Il mastino del Watergate, Bob Woodward, in un libro ha ricordato che Bill Clinton, nel corso di un meeting sulla politica economica della sua Amministrazione, con un misto di sarcasmo e disgusto commentò così la sua linea economica: “Ma dove sono finiti i democratici? Siamo tutti repubblicani alla Eisenhower… Siamo favorevoli a ridurre il deficit, al libero commercio e al mercato dei titoli di stato…”.
La scomunica di Rubin e l’accusa di essere, in realtà, un avversario politico è circostanziata con i buoni rapporti tra l’economista clintoniano e l’Amministrazione Bush. Non soltanto con l’ex presidente della Goldman Sachs, ora segretario al Tesoro, Harry Paulson, ma anche con il capo del Consiglio nazionale economico di Bush, Steve Friedman, ex copresidente della Goldman Sachs ai tempi di Rubin. Ancora: Goldman Sachs e Citigroup sono tra le prime dieci grandi aziende finanziatrici sia dei democratici sia dei repubblicani.
L’influenza di Rubin sul Partito democratico continua attraverso il lavoro oscuro di un piccolo think tank, l’Hamilton Project, ospitato dal principale centro studi di centrosinistra, la Brookings Institution, un po’ come il famigerato Project for a New American Century neoconservatore si muoveva nei pressi, e nello stesso edificio, dell’American Enterprise Institute. L’Hamilton Project ha proposto un grande patto fiscale al presidente Bush: i democratici sostengono di limitare la spesa sanitaria e pensionistica e i repubblicani accettano di alzare un po’ le tasse al fine di pareggiare il bilancio. Solo la cocciutaggine antitasse di Bush, ha notato The American Prospect, ha impedito che si concludesse l’accordo. Il centro studi di Rubin promuove politiche di crescita economica ma è accusato di non occuparsi affatto di aspetti sociali. La linea è sempre quella della Rubinomics: pareggiare il bilancio, tassare e non spendere.
La domanda è se Rubin riuscirà a sconfiggere l’ala populista e antiliberista del Partito democratico, oggi di gran moda specie tra i deputati e tra alcuni dei nuovi senatori eletti nello scorso novembre. Loro contano poco però, è la Casa Bianca a decidere la politica economica. Quindi c’è da guardare al campo dei candidati 2008. Rubin è amico fraterno di Hillary e Bill, ma se le cose dovessero andare male per l’ex first lady, Bob Rubin è coperto: suo figlio Jamie è uno dei principali raccoglitori di fondi elettorali a Wall Street per Barack Obama. La sua vice capo dello staff è la principale consigliera di politica interna del senatore nero dell’Illinois e si potrebbe continuare a lungo con la lista delle connessioni. L’unico che potrebbe rigettare la Rubinomics è John Edwards, il quale nell’ultimo anno si è trasformato nel paladino del populismo economico, dell’aumento della spesa pubblica e delle tasse per pagare, per esempio, la copertura sanitaria per tutti gli americani. Eppure, conclude tristemente The American Prospect, se Edwards vincesse le primarie e se fosse il candidato democratico alla Casa Bianca avrebbe necessariamente bisogno di qualcuno che rassicuri Wall Street, di qualcuno che accompagni Edwards nei salotti buoni della finanza. Chi meglio di Robert Rubin?

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter