Camillo di Christian RoccaAyaan Hirsi Ali tra i libertari

New York. Minuta, timida e protetta da due guardie del corpo, Ayaan Hirsi Ali è di una bellezza magnetica, capace di togliere il fiato perfino alla platea di ricchi uomini d’affari e austeri studiosi liberisti che, martedì mattina, l’ha invitata al Waldorf Astoria di Manhattan come ospite d’onore del “Seminario 2007” del Cato Institute, il principale think tank liberale d’America. L’amica e collega del regista olandese Theo van Gogh ha detto di trovarsi perfettamente a suo agio davanti a quattrocento libertari e liberisti. Ma avrebbe preferito trovarsi davanti a quattrocento musulmani, ai quali avrebbe spiegato perché l’islam fa male innanzitutto a loro stessi. Ayaan Hirsi Ali è una donna laica ed europea, costretta a riparare in America, all’American Enterprise Institute, a causa di quel relativismo culturale che lei stessa ha definito come uno dei pericoli maggiori per la civiltà occidentale. Il modo in cui Ayaan parla di religione, di cristianesimo e di islam, definiti “due superstizioni”, è distante dal modo di pensare degli americani, abituati – come ha ricordato lei stessa – a non criticare mai la religione, in omaggio alla propria storia e al politicamente corretto. Le parole della Ali sono sembrate forti anche per una platea libertaria e newyorchese come quella del Cato. Quando affronta il tema, l’autrice di “Infedele” respinge la tesi di un islam in sé buono e pacifico, rovinato e dirottato da gruppi estremisti o ayatollah fondamentalisti. “L’islam – ha detto Ali – è nemico della libertà, come dottrina. Si basa sulla schiavitù, sulla sottomissione, fa prevalere la sfera collettiva su quella individuale. L’individuo non esiste, se non come fantasia che permette di sopravvivere dentro il sistema. Io a questo sistema mi sono ribellata”. Ayaan Hirsi Ali parla come un’Oriana Fallaci pacata e serena (al Foglio ha detto che “dobbiamo molto a Oriana, una donna coraggiosa e saggia, il cui lavoro spesso non è stato capito”). Al contrario di molti laici delle due sponde dell’Atlantico, la Ali però non è preoccupata dall’estrema religiosità della società americana: “In questi sette o otto mesi in cui ho vissuto qui, non mi sono imbattuta in questa famosa religiosità americana, del resto questo è un paese dove si è liberi di socializzare con chi si vuole e io semplicemente ho scelto di non frequentare persone religiose”. La forza dell’America, ha detto, è quella di “una società civile forte, non dipendente dallo stato e molto attenta e vigile. Non mi pare un gran problema se in Alabama è difficile abortire o non vedono di buon occhio le relazioni gay, si è comunque liberi di prendere un autobus e abortire o vivere poco più in la”. C’è da stare all’erta, piuttosto, per il tentativo di “indottrinare i bambini con la superstizione creazionista” e per il pericolo costituito da chi, in America, si converte all’islam: “Bisogna preoccuparsene perché l’islam, come tutte le superstizioni, sa essere molto persuasivo”.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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