Camillo di Christian RoccaIl gospel neokennediano di Obama

New York. Barack Obama è accusato di essere vago, di non essere specifico, di non fornire i dettagli del suo programma politico. “Where is the beef? dov’è la ciccia?”, si chiedono i commentatori scettici sulla campagna elettorale del senatore nero dell’Illinois fino ad ora centrata sul suo status da rock star. Lui, Obama, risponde che ancora è presto, che questa è la fase dell’incontro, dell’ascolto, del dialogo e che poi verrà anche quella del programma. Intanto fa conoscere i nomi dei suoi consiglieri di politica estera, Tony Lake, Samantha Power, Susan Rice, ex clintoniani pro-democracy e interventisti liberal che gli hanno preparato un discorso sulla sua visione globale dell’America che è piaciuto soprattutto al neoconservatore Robert Kagan. Due giorni fa, al Senato, ha presentato insieme al più socialmente conservatore dei candidati repubblicani, Sam Brownback, una proposta di legge durissima con chi continua a condurre affari con l’Iran. L’Obanomics, secondo l’Economist, sarà una politica economica più liberista di quella hillariana, a giudicare dai suoi consiglieri. Ma, al contrario di Hillary Clinton che punta tutto sulla competenza e sulla preparazione tecnica, Obama si affida alle sue consolidate parole d’ordine di speranza e audacia, oltre che alla sua voce incantevole. Obama parla di fede, di conciliazione, di futuro, puntando sulla “vision thing”, sulla necessità di far sognare i suoi elettori con idee e suggestioni transpartitiche e finalizzate sulla rottura della polarizzazione politica degli ultimi decenni. Lo chiamano, infatti, sia a destra sia a sinistra, RFK 2.0, da Robert Francis Kennedy detto Bob. Il suo ultimo discorso è un capolavoro kennediano che ha generato un entusiasmo straordinario tra gli studenti della Southern New Hampshire University. Obama non ha spiegato il suo piano per riformare la sanità né il suo progetto sulle tasse, ha fatto un lungo e appassionato discorso sul diventare adulti, sul mettersi sempre in gioco e sul perseverare, a dispetto di una società, di una cultura e di una politica cinica, frivola ed egoista. Obama è partito dalla Bibbia, come fa spesso, citando un versetto della Lettera di San Paolo ai Corinzi: “Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato”. Crescere, ha spiegato il candidato alla presidenza, non è soltanto una questione di età, un’inevitabile progressione che può essere misurata da una serie di eventi, come la laurea, il primo lavoro eccetera: “La maturità non viene fuori da un evento specifico – ha detto Obama – emerge come una qualità del proprio carattere” ed è minacciata dalla tentazione di pensare solo a se stessi, di essere sospettosi del cambiamento, di non credere che sia possibile che una persona possa realmente fare la differenza. “E’ questo il vero test della crescita: volete essere osservatori passivi del mondo come è oggi oppure cittadini attivi nel riformare il modo in cui il mondo dovrebbe essere? Nella vostra vita e nella vita del vostro paese, vi batterete per abbandonare le cose da bambino?”. Agli studenti universitari, Obama ha parlato della costante battaglia della crescita personale, mettendoli a parte delle lezioni da lui stesso imparate durante la sua esperienza al college da ribelle, da arrabbiato, da uno che considerava lo studio, la responsabilità e l’impegno come convenzioni obsolete. “Ho imparato che il mondo non girava intorno a me stesso” e “ho capito che bisogna provare a mettersi nelle scarpe degli altri”, “non perché abbiamo un obbligo verso coloro che sono meno fortunati, anche se in realtà ce l’abbiamo, non perché abbiamo un debito nei confronti di coloro che ci hanno aiutato ad arrivare dove siamo, anche se in realtà ce l’abbiamo. Piuttosto perché abbiamo un obbligo verso noi stessi e perché la nostra salvezza individuale dipende dalla salvezza collettiva”.

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