Camillo di Christian RoccaStati Uniti dell'abbondanza

L’America è il paese dell’abbondanza, la società del benessere, la patria dei consumi. Questa esasperata agiatezza americana e, di conseguenza di gran parte del resto del mondo, è il cuore polemico di due libri appena pubblicati negli Stati Uniti. Il primo, “Consumed” (“Consumati”) di Benjamin Barber, sostiene che questa opulenza in realtà corrompa i giovani, infantilizzi gli adulti e si inghiotta in un solo boccone la democrazia. Il secondo libro, “The Age of Abundance” (“L’Era dell’abbondanza”) di Brink Lindsey, sostiene esattamente l’opposto, cioè che lo straordinario benessere raggiunto negli ultimi sessant’anni abbia trasformato in modo più liberale la democrazia, la politica e la cultura occidentale. Benjamin Barber è professore all’Università del Maryland, un intellettuale clintoniano pentito (specie dopo la decisione di Bill Clinton di non nominarlo presidente del National Endowment for the Humanities), è stato consulente di politica estera del candidato radical democratico Howard Dean, collabora a Repubblica e deve la sua notorietà a un libretto scritto nel 1995, quindi prima dell’11 settembre, dal titolo “Jihad vs. McWorld”. In quel libro, diventato un bestseller planetario dopo gli attacchi all’America del 2001, Barber ha spiegato come le tensioni tra il radicalismo religioso e il capitalismo occidentale (Jihad contro McWorld) fossero una delle risposte possibili alla domanda che dopo l’undici settembre tutti si sono posti, cioè “perché ci odiano?”. Il nuovo libro, “Consumed”, sembra voler suggerire – almeno secondo la recensione non benevola del New York Times – che è ovvio che ci detestino, una volta visto all’opera il consumismo infantile della società americana. L’elenco delle lamentele di Barber sul grande supermercato americano è il solito, peraltro non molto diverso da un’eventuale lista compilata nel mondo islamista: i film di Hollywood, i videogiochi, il fast food, i centri commerciali, la cultura popolare diventata spazzatura eccetera (Barber ne è talmente inorridito al punto da credere che i “Brad e Jen”di cui parlano tutti siano “Brad Pitt e Jennifer Lopez”, invece che Brad Pitt e Jennifer Aniston come sa qualunque americano abbia acceso la tv negli ultimi anni). Secondo Barber, l’eccessivo consumismo della società occidentale ha provocato ineguaglianze globali insanabili, un enorme mercato ridotto ormai a due soli tipi di clienti: il povero del mondo sottosviluppato, senza mezzi e con enormi bisogni insoddisfatti; e il ricco del mondo occidentale, dotato di mezzi ma privo di bisogni reali. L’accusa di Barber al nuovo capitalismo globale è quella di creare beni non necessari, come l’iPod o le consolle per i videogiochi, per sostenere la crescita dei propri profitti. Il dramma, secondo Barber, è che i consumatori occidentali ci cascano, credono davvero che questi nuovi e inutili prodotti siano imprescindibili per la loro vita, quindi comprano, spendono, consumano fino a esserne travolti e consumati. Barber racconta una società desolata, senza principi, senza speranza. I giovani, secondo Barber, crescono attaccati alla tv e ai videogiochi senza la possibilità di conoscere i veri e tradizionali piaceri dell’infanzia (Barber, però, non dice quali sarebbero). Gli adulti, invece, sono le altre vittime di questa etica dell’infantilizzazione che trasforma i cittadini in consumatori e induce gli adulti a perseguire stili di vita infantili. “Il curioso problema di avere più del necessario”, ha commentato ironicamente Brink Lindsey non nel suo libro, ma nella recensione per il Wall Street Journal del libro di Barber. Brink Lindsey è un libertario, vicepresidente del principale centro studi liberista di Washington, il Cato Institute. In teoria è lui quello di destra e Barber quello di sinistra. In realtà, Lindsey trova progressista il giovanilismo della società moderna e si stupisce per una certa nostalgia della vita borghese e della società di un tempo che si evince dalle argomentazioni di Barber. Se Barber vede nella celebrazione della gioventù uno degli effetti collaterali della società consumistica, Lindsey lo spiega come il risultato positivo del progresso raggiunto: “L’economia diventa sempre più complessa e richiede più lavoratori altamente specializzati, così abbiamo esteso la fase adolescenziale per stare sempre di più a scuola. Con i sistemi contraccettivi e nessuna necessità di ulteriore lavoro manuale nei campi, ci assumiamo più in là la responsabilità di sposarci e di avere figli. Cure migliori, cibo più economico e più tempo libero ci hanno consentito di concentrarci sempre di più nel mantenere giovani i nostri corpi”. Lindsey non nega che oggi la maggior parte dei consumi sia discrezionale, visto che i bisogni di base come il vitto, l’alloggio e l’abbigliamento, riescono a essere pagati da una frazione del reddito e sono dati per scontati. “Siamo passati – ha scritto Lindsey nel suo libro usando volutamente una terminologia cara a Carlo Marx – dal “regno della necessità al regno della libertà”. Marx, naturalmente, credeva che questa trasformazione sarebbe avvenuta grazie al comunismo, ma l’utopia pianificata e centralizzata è finita come è finita e “il regno della libertà” alla fine è arrivato come stadio successivo del capitalismo. Lindsey riconosce che il capitalismo si sia nutrito e abbia anche profittato della crescente infantilizzazione della società, ma ricorda a Barber che anche l’ostilità al capitalismo e ai consumi materiali ha avuto un ruolo decisivo nel causare il cambiamento culturale che lui stesso ora condanna. La cultura antagonista dei ribelli sessantottini, per esempio, era una contestazione antiautoritaria e giovanilistica che promuoveva un modello di vita centrato sulla soddisfazione di qualsiasi desiderio personale, nulla a che vedere con la cultura del profitto, ma neanche con l’etica protestante di cui Barber parla con nostalgia. “Quello che a Barber oggi sembra puerile, allora sembrava spontaneo e autentico – commenta Lindsey – Piaccia o no, quell’atteggiamento ha messo sul mondo in cui viviamo oggi un inconfondibile marchio”. La differenza tra la lettura di Barber e quella di Lindsey della società america e occidentale è questa: Barber vede una straordinaria quantità di offerte consumistiche e le interpreta come il segnale che la società stia diventando sempre più materialistica. Lindsey sostiene, al contrario, che più beni possediamo, meno siamo interessati ad accumularne ulteriori e, anzi, più cerchiamo soddisfazione nella ricerca di quei valori postmaterialistici che mettono l’accento sulla qualità della vita, più che sugli obiettivi economici. In “The Age of Abundance”, Lindsey non dimentica che la povertà è ancora di questo mondo, ma crede che ci siano tutte le ragioni buone per sperare che il regno della libertà possa continuare a espandersi, che l’opulenza di massa di cui hanno goduto gli occidentali nell’ultimo mezzo secolo un giorno probabilmente non lontano arriverà a beneficiare anche le regioni meno fortunate della Terra. La tesi di Lindsey è che la liberazione dalle necessità materiali abbia segnato un mutamento fondamentale della condizione umana e abbia avviato un profondo e convulsivo cambiamento sociale. Fino agli anni Cinquanta la battaglia quotidiana di gran parte delle persone nel mondo occidentale era que
lla per trovare da mangiare e da vestirsi. Ma grazie al boom economico americano e poi occidentale sono emersi una nuova serie di bisogni da soddisfare: la ricerca dell’autodeterminazione da un lato e la richiesta di un ritorno ai valori tradizionali dall’altro. Negli anni Sessanta è cresciuta la prima generazione di americani che non ha conosciuto la povertà e, di conseguenza, che non ne ha mai avuto paura. Sono i cosiddetti baby-boomers, i figli del boom economico, che si sono ribellati alla prudenza, alla cautela, ma anche all’autorità dei genitori e si sono pure parecchio divertiti. Secondo Lindsey, questo non sarebbe mai potuto accadere senza l’abbondanza di massa. La ricerca di stili di vita alternativi, si legge nel libro di Lindsey, è stata guidata dagli studenti universitari, i cui numeri si sono moltiplicati negli anni Sessanta. I baby-boomers al college, ha scritto l’Economist, sono stati la prima generazione americana con parecchio tempo libero a disposizione e abbastanza denaro da potersi permettere di partecipare alle estati dell’amore, agli happening di autocoscienza e alle sedute di yoga. Quel benessere diffuso, secondo Lindsey, ha creato di conseguenza i due movimenti culturali che ancora adesso dominano la vita politica americana. Il primo è la sinistra antagonista, i cui seguaci volevano esplorare le nuove libertà e si sono impegnati per i diritti civili, per i diritti delle donne e per l’ambiente. Il secondo movimento, nato in reazione agli eccessi sex, drugs and rock and roll della sinistra antagonista, è il cristianesimo socialmente conservatore Così mentre i critici del capitalismo americano, come Barber, sostengono che la società dei consumi abbia prodotto una cultura materialistica banale, superficiale e irragionevole, un liberista come Lindsey racconta come il capitalismo abbia al contrario scatenato un’ondata di desiderio spirituale. Il movimento dei diritti civili, la rivoluzione sessuale, l’ambientalismo, il femminismo, il boom del fitness, il miglioramento della sanità, l’orgoglio omosessuale, la fine della censura, la nascita della classe creativa, ma anche la riscoperta della fede, secondo Lindsey, sono tutti fenomeni politici, civili, sociali e spirituali creati dal benessere generato dal capitalismo. L’effetto collaterale è l’attuale guerra culturale americana tra la sinistra liberal e la destra religiosa che, secondo Lindsey, è una diretta conseguenza dell’età dell’abbondanza in cui viviamo. “I ruoli della sinistra e della destra non possono essere descritti semplicemente come i progressisti e i reazionari”, scrive Lindsey. Entrambi sono una risposta parziale, e allo stesso contraddittoria, alle sfide poste dal benessere di massa. La sinistra e la destra americane sono diverse da quelle europee, essendo entrambe sostanzialmente liberali e non contaminate dalle ideologie totalitarie del secolo scorso, ma in generale si può dire che, sia di qua sia di là dell’Atlantico, la sinistra moderna è più disposta a esplorare le nuove possibilità tecniche e sociali offerte dalla società dell’abbondanza, anche se allo stesso tempo nutre una feroce diffidenza nei confronti delle istituzioni capitalistiche che hanno creato tutte queste nuove meravigliose opportunità. La destra tradizionalista, invece, difende il capitalismo e lo stile di vita del ceto medio, eppure è ostile al fermento culturale e sociale che il capitalismo e lo stesso ceto medio producono. In sintesi, spiega Lindsey, “una delle due parti attacca il capitalismo apprezzandone i frutti, mentre l’altra lo celebra, denunciando i suoi frutti come velenosi”. Entrambe, sinistra e destra, sostengono di rappresentare la vera anima della società e della cultura americana, ma nessuna delle due riesce a creare un nuovo consenso che ponga fine alla guerra culturale di cui si parla sui giornali. Ma c’è davvero questo guerra culturale? Lindsey sostiene che è un residuo del passato, che la maggioranza degli americani non si riconosce completamente né negli uni né negli altri – né nei guerrieri liberal, né nei crociati conservatori – perché da un lato condivide i tradizionali valori americani (patriottismo, legge e ordine, etica del lavoro, famiglia) e dall’altro il suo atteggiamento, anche sulle questioni razziali e sessuali, è molto più aperto e tollerante rispetto a quello delle precedenti generazioni. La controprova parziale è il gradimento che i sondaggi nazionali rilevano a favore dei candidati presidenziali più distanti dall’ortodossia di partito, Hillary e Obama tra i democratici, Giuliani, Thompson e McCain tra i repubblicani. “Malgrado tutto il gran parlare di guerra culturale – spiega Lindsey – la maggioranza degli americani non è belligerante”. E il merito è della società consumistica.

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