Camillo di Christian RoccaAppeseament zero

New York. L’ex sindaco di New York Rudy Giuliani ha anticipato la sua visione strategica del mondo nel caso il prossimo anno riuscisse a ottenere la candidatura del Partito repubblicano e poi a vincere le elezioni presidenziali del 4 novembre 2008. Chi credeva che con la prossima uscita di scena di George W. Bush fosse finita l’era di una politica estera aggressiva contro i nemici degli Stati Uniti dovrà ricredersi, perché secondo Giuliani “il male deve essere affrontato, non pacificato”. In testa ai sondaggi delle primarie repubblicane, anche se non è amato dalla base più tradizionale per le sue posizioni liberal su aborto, armi e immigrazione, Giuliani ha accolto l’invito di Foreign Affairs per elaborare il suo programma di politica estera. La rivista è l’house-organ del Council on Foreign Relations, il salotto buono dell’establishment internazionalista americano, noto per la sua stretta adesione alla scuola di pensiero realista. A luglio, Giuliani ha creato il suo team di politica estera. Nomi e curriculum dei componenti esaltano le credenziali antiterroristiche dell’ex sindaco di New York. Norman Podhoretz, uno dei padri fondatori del movimento neoconservatore, conferma al Foglio di far parte della squadra di advisor di Giuliani e l’ex sindaco dice in giro che sta leggendo il suo nuovo libro, “La IV guerra mondiale”, pubblicato due anni fa in Italia su queste colonne e poi dall’editore Lindau. Gli altri consiglieri sono veterani delle Amministrazioni Reagan e strateghi di think tank conservatori come la Hoover Institution e la Heritage Foundation. C’è l’ex diplomatico Charlie Hill, già direttore degli affari arabo-israeliani al Dipartimento di stato e ambasciatore in Israele; il falchissimo ex senatore Bob Kasten; l’analista di questioni militari e professore ad Harvard Stephen Rosen; l’esperto di questioni giuridiche legate al terrorismo Peter Berkowitz; lo studioso di sicurezza nazionale Kim Holmes e, infine, uno dei grandi accusatori dell’inefficacia della scuola diplomatica del Dipartimento di stato, Martin Kramer. Con questi nomi in squadra una cosa è certa, commentano gli osservatori politici: Giuliani non cercherà l’appeasement con i nemici degli Stati Uniti e l’articolo su Foreign Affairs lo conferma in pieno. Giuliani punta su un percorso che porti l’America verso “una pace realistica”, vale a dire che tenga conto dei reali pericoli che gli stati sono costretti ad affrontare. “Siamo tutti membri della generazione 11 settembre”, scrive Giuliani alla prima riga. Il pieno riconoscimento della grande sfida del ventunesimo secolo è arrivata con gli attacchi a New York e Washington, malgrado i terroristi islamisti avessero iniziato ad attaccare il mondo parecchi anni prima. Secondo Giuliani, “questa guerra sarà lunga e siamo ancora alle sue prime fasi”. L’ex sindaco individua i tre compiti del prossimo presidente: vincere la guerra dei terroristi contro l’ordine globale; rafforzare il sistema internazionale che i terroristi cercano di distruggere (Nato, alleati europei e nordamericani, Africa e cercare terreni comuni con Russia e Cina, senza però chiudere gli occhi di fronte agli abusi); estendere i benefici del sistema internazionale al resto del mondo, promuovendo diritti umani, democrazia, ma soprattutto buon governo. “Il mondo è un posto pericoloso” Secondo Giuliani, “l’idealismo deve definire i nostri obiettivi e il realismo ci deve aiutare a riconoscere la strada che dobbiamo percorrere per raggiungerli”. Il realismo che intende Rudy Giuliani è l’esatto opposto di quello che va di moda nei circoli dell’establisment: “Il mondo è un posto pericoloso e non possiamo permetterci di assecondare nessuna illusione sui nemici che abbiamo di fronte. La guerra che ci hanno dichiarato i terroristi è stata incoraggiata dalle nostre azioni irrealistiche e incongruenti prese in risposta agli attacchi del passato. Una pace realistica può essere raggiunta solo attraverso la forza. Una pace realistica non è una pace che possa essere raggiunta accettando il pensiero di politica estera della scuola realista. Questa dottrina definisce gli interessi dell’America in modo troppo stretto ed elude i tentativi di riformare il sistema internazionale secondo i nostri valori”. Il Giuliani-pensiero è chiaro, ancora di più se declinato sui più importanti dossier all’ordine del giorno: Iran (“quelli con cui negoziamo devono sapere che l’America ha anche altre opzioni”) e Palestina (“non è nel nostro interesse assistere alla creazione di un altro stato che sostiene il terrorismo”).

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