Camillo di Christian RoccaE se vincesse il "clintoniano" Romney?

New York. Nei circoli politici di Washington c’è chi è disposto a scommettere che, a sorpresa, il vincitore delle primarie repubblicane sarà l’ex governatore mormone del Massachusetts Mitt Romney. I sondaggi nazionali per ora dicono il contrario, cioè che l’atletico, telegenico e ricco businessman originario del Michigan non ha alcuna possibilità. L’ultimo sondaggio è di un paio di giorni fa: Romney è quinto con il 6% dei consensi, contro il 30 del favorito Rudy Giuliani, il 19 di Fred Thompson (non ancora candidato), il 14 di John McCain. Eppure le probabilità di vittoria di Romney sembrano più alte, come si vedrà sabato allo Iowa Straw Poll, ovvero alle prove generali del voto di gennaio, organizzate tradizionalmente dal partito repubblicano per cogliere in anticipo la tendenza nel primo stato americano in cui si apriranno le urne. In Iowa, Romney ha 12 punti di vantaggio su Giuliani. Per non esporsi a figuracce, Giuliani e McCain non parteciperanno allo Straw Poll (ma il loro nome sarà sulla scheda) e sperano che candidati minori come Sam Brownback e soprattutto Mike Huckabee possano offuscare la vittoria di Romney. L’ex governatore del Massachusetts ha una strategia chiarissima: vincere a gennaio i primi due stati, l’Iowa e il New Hampshire, che per ragioni politiche e geografiche gli sono più vicini, in modo da guadagnare lo slancio necessario per essere competitivo negli stati più popolosi dove si voterà nei giorni successivi. I sondaggi locali gli danno ampiamente ragione, anche perché a differenza degli avversari, Romney ha già cominciato una poderosa campagna di spot elettorali. A favore di Romney non giocano soltanto il calendario e la geografia delle primarie, ma anche la raccolta fondi superiore a quella dei suoi avversari e, soprattutto, il fatto che i frontrunner Rudy Giuliani e John McCain non entusiasmano né la base evangelica né l’establishment repubblicano. Fino a nove mesi fa il candidato semi ufficiale del partito era George Allen, il senatore della Virginia che alle elezioni di metà mandato ha perso il seggio e ogni speranza presidenziale. Romney ha provato a occupare lo spazio di Allen, presentandosi come il vero candidato conservatore, a fronte dell’eticamente liberal Rudy Giuliani e del lento declino di McCain. I primi mesi però sono stati difficili, il suo vagabondare tra le posizioni liberal di quando sfidava Ted Kennedy in Massachusetts e quelle antiabortiste di oggi non convinceva. In questo vuoto si è inserito Fred Thompson, l’attore della serie tv Law & Order ed ex senatore del Tennessee. Thompson è balzato al secondo posto nei sondaggi, galvanizzando militanti e intellettuali d’area, convinti di aver trovato il nuovo Reagan, un conservatore tranquillo, solido e capace di riunire l’anima tradizionalista e quella libertaria del partito. Thompson però non ha ancora sciolto la riserva erischia di non trovare più il suo elettorato quando deciderà di entrare in corsa (pare il 3 settembre). Qui rispunta Mitt Romney. Ai dibattiti televisivi, dopo qualche affanno iniziale, le sue performance sono state sempre più convincenti. All’ultimo, in Iowa, ha fatto titolo una sua battuta sulla strana politica estera di Barack Obama che invita a discutere con i nemici e a invadere l’alleato pachistano: “In una settimana Obama è passato da Jane Fonda al dottor Stranamore”. Gli esperti vanno oltre e segnalano che Romney sarà un osso duro alle elezioni presidenziali, perché sa vincere in territori democratici (Massachusetts), perché potrebbe conquistare stati liberal (Michigan, dove suo padre è stato governatore), ma anche perché nel suo stato è riuscito a far approvare la copertura sanitaria universale, il sogno irrealizzato di ogni elettore di sinistra. Piano piano, Romney sta riuscendo a conquistare il sostegno dell’elite del partito, compresi alcuni membri della famiglia Bush. Doro Bush Koch, la sorella del presidente, raccoglie soldi per lui, mentre consiglieri e collaboratori della Casa Bianca lasciano intendere che sarà proprio Romney l’uomo su cui puntare. Lui dice di non essere una copia di Bush, non esita a sottolineare gli errori del presidente, ma continua a difendere l’operato di Bush e Cheney che “ci hanno protetti per sei anni”. La strategia di Romney ricorda la politica della “triangolazione” di cui era maestro Clinton, tanto che secondo la rivista The Politico, Romney è “un Bill Clinton con i pantaloni alzati”. Il rischio è di apparire opportunista, falso e disponibile a cambiare idea in base alla convenienza politica, al contrario dei duri e puri Giuliani e McCain.