Camillo di Christian RoccaEffetto domino

“Era già successo ai tempi della guerra del Vietnam: nel 1968 l’offensiva vietnamita del Tet era stata un disastro strategico per l’esercito comunista, nel 1972 la campagna di bombardamenti di Natale – condotta dal nuovo comandante americano inviato dalla Casa Bianca per riparare gli errori precedenti – aveva devastato il fronte nordvietnamita. L’America stava vincendo sul campo la guerra. Appena qualche mese prima, gli elettori americani avevano scelto di riconfermare Richard Nixon alla presidenza e di non fidarsi del candidato democratico George McGovern, il cui slogan pacifista “Come home, America” è ora ricordato come uno dei più disastrosi di sempre. Eppure, l’esito della guerra fu deciso a Washington qualche mese dopo, quando la politica, i giornali e l’opinione pubblica decisero che la partita era ormai invincibile, se non già persa. L’idea kennediana di intervenire militarmente per fermare l’effetto domino sui paesi vicini se i comunisti avessero prevalso in Vietnam fu giudicata folle, malgrado gli sviluppi successivi confermarono ampiamente i timori dell’avanzata “rossa” nella regione.
In questi giorni a Washington si gioca una partita molto simile…”
(Il Foglio, 2 agosto 2007)
Whatever your position is on that debate, one unmistakable legacy of Vietnam is that the price of America’s withdrawal was paid by millions of innocent citizens whose agonies would add to our vocabulary new terms like “boat people,” “re-education camps,” and “killing fields.”
(George W. Bush, 22 agosto 2007)

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