Exit Strategy

New York. A fine agosto Karl Rove lascerà la Casa Bianca e, almeno per ora, anche la politica. L’amico di George W. Bush, lo stratega del presidente e l’architetto di tre straordinarie e consecutive vittorie elettorali repubblicane ha annunciato il suo ritiro da Washington prima con un’intervista al Wall Street Journal e poi con un emozionato annuncio sul prato della Casa Bianca, scatenando le prime illazioni sui reali motivi della sua uscita di scena. “Semplicemente è giunto il momento”, ha detto Rove nell’intervista già definita “la sorpresa di agosto” dai blog su Internet. Rove ha confermato le voci secondo cui da almeno un anno avrebbe voluto lasciare il suo ruolo di vice capo dello staff della Casa Bianca, più o meno da quando sono finite nel nulla giudiziario le accuse informali sul suo coinvolgimento nel cosiddetto scandalo “Plamegate”, l’ipotesi di complotto della Casa Bianca per punire un oscuro ex diplomatico anti Bush. La sconfitta alle elezioni di metà mandato di fine 2006 gli ha fatto cambiare idea, anche per non voleva dare l’impressione di lasciare la barca col motore in avaria. Le urgenze politiche, come il dibattito sull’immigrazione e la nuova strategia irachena, lo hanno riportato in prima linea, ma ora il capo dello staff della Casa Bianca, Josh Bolten, ha imposto ai principali collaboratori del presidente che non lasceranno entro il primo settembre di rimanere fino all’ultimo giorno di Bush alla Casa Bianca, ovvero fino al 20 gennaio 2009. Così il nome di Rove si aggiunge a quelli dei tanti big che negli ultimi mesi hanno lasciato l’Amministrazione, dal capo degli speechwriter Michael Gerson, al consigliere presidenziale Dan Bartlett, al direttore del budget Rob Portman, ai vice consiglieri per la sicurezza nazionale J.D. Crouch e Meghan O’ Sullivan, agli strateghi politici Sara M. Taylor e Peter H. Wehner. Nel sistema politico americano il ricambio dei consiglieri è naturale, a maggior ragione quando si avvicina il termine del secondo e ultimo mandato presidenziale (“ti seguirò a breve”, ha detto ieri Bush), ma l’uscita di scena Rove è più rumorosa, non solo perché è il più importante degli advisor di Bush e il più odiato dai democratici, ma anche perché è il consigliere politico più influente della storia americana, oggetto di studi, di decine libri e di documentari sul suo conto. Soltanto un paio di giorni fa, il titolo della copertina dell’Atlantic Monthly era: “La presidenza Rove”. Lui ride, ha detto al Journal, ogni volta che i giornali gli attribuiscono questa e quella mossa di Bush, confermando ciò che disse in un’intervista di un paio d’anni fa Laura Bush a proposito della sopravvalutazione mediatica del ruolo di Rove nell’Amministrazione, ma l’idea che sia Karl Rove il “cervello di Bush” difficilmente svanirà con la sua uscita di scena Ora tutti si chiedono quali siano davvero le ragioni delle sue dimissioni. I maligni sospettano che Rove abbia voluto evitare l’obbligo di testimoniare sotto giuramento davanti al Congresso nell’inchiesta sul licenziamento di sei procuratori distrettuali da parte del ministro della Giustizia, Alberto Gonzales. Rove ha parlato, come fanno tutti in questi casi, di motivi familiari e ha annunciato che tornerà molto più spesso in Texas, oltre che in Florida, per stare più vicino a suo figlio. Di certo c’è che non se ne va sbattendo la porta né in disaccordo col presidente, visto che nell’intervista al Journal difende fino all’ultima virgola le azioni della Casa Bianca. Rove, inoltre, prevede che nei prossimi mesi il gradimento del presidente tornerà su buoni livelli e che nel 2008 rivincerà un candidato repubblicano, quasi sicuramente contro Hillary Clinton. Potrebbe aiutare Jeb Bush Ai bei tempi, l’uscita di Rove dalla Casa Bianca in piena campagna elettorale 2008 avrebbe scatenato la caccia per capire a quale candidato repubblicano Rove avrebbe prestato i suoi servizi. Oggi non è più così, almeno pubblicamente. Alle primarie Rove non sosterrà nessun candidato, anche se a Washington gira voce che nel giro bushiano il favorito sia Mitt Romney. Rove, 56 anni, su impulso di Bush, scriverà un libro sui suoi anni alla Casa Bianca, farà il conferenziere, insegnerà in qualche università ed è aperto ad accettare consulenze nel mondo degli affari, insomma il tipico e remunerativo percorso post governativo degli ex potenti di Washington. Poi, eventualmente, al prossimo giro presidenziale del 2012 potrebbe essere il tempo di dare una mano alle chance di Jeb Bush, il fratello del presidente nonché ex governatore di successo della Florida. “E’ meglio che si trovi una persona più giovane – ha detto Rove – sennò mia moglie mi uccide”.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter