Camillo di Christian RoccaLa spericolata politica estera di Obama

New York. Se George W. Bush o Dick Cheney avessero pronunciato un discorso di politica estera come quello che mercoledì sera il senatore democratico Barack Obama ha tenuto al Woodrow Wilson International Center for Scholars di Washington ci sarebbero ancora i picchetti di protesta per strada e decine di allarmati editoriali sui giornali di tutto il mondo a denunciare l’arroganza imperialista e guerrafondaia di questa Amministrazione. Ma ad aver detto che l’America si riserva senz’altro il diritto di intervenire militarmente in un paese straniero, in modo unilaterale e preventivo, al fine di sconfiggere i terroristi islamici è stato il candidato alla Casa Bianca che più fa sognare l’opinione pubblica liberal di qua e di là dell’Atlantico, compreso il prossimo leader del partito democratico italiano, Walter Veltroni. Barack Obama è stato minaccioso nei confronti del Pakistan, pur riconoscendo le palesi difficoltà del presidente-dittatore Pervez Musharraf nell’affrontare l’avanzata islamista radicale nel suo paese. Il senatore nero – oggi il principale avversario interno di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca – è stato più che risoluto nello spiegare agli americani che la guerra contro i terroristi islamici va combattuta davvero perché la minaccia è grave e i nemici dell’America sono seriamente pronti a colpire di nuovo. La sua tesi però è che questa guerra non vada combattuta in Iraq, ma piuttosto in Afghanistan e, semmai, in Pakistan. Obama ha sorvolato sui motivi per cui reputa necessario ritirarsi dall’Iraq e rafforzare la presenza militare in Afghanistan, come se fossero fronti separati di due guerre diverse, ma ha detto senza giri di parole che se sarà eletto presidente non esiterà a inviare truppe americane anche in Pakistan, nel caso l’intelligence dovesse individuare i luoghi dove si nascondono i terroristi che minacciano l’America: “Se Musharraf non agisse, lo faremo noi”. Obama ha anche minacciato il regime di Islamabad, caracollante alleato di Washington nella guerra globale al terrorismo, di ridurre gli aiuti finanziari americani se continuassero le sue ambiguità. Un passo ben oltre qualsiasi pressione posta in questi anni dall’Amministrazione Bush sul regime di Musharraf, tanto da aver scatenato l’ira dei blogger di sinistra che in Obama avevano individuato il loro candidato ideale e una certa incredulità tra gli altri candidati democratici alla Casa Bianca. Hillary Clinton ha preferito non commentare, dopo gli scontri con Obama delle settimane scorse e forte dei 21 punti di vantaggio che gli concede l’ultimissimo sondaggio Nbc, mentre il governo pakistano ha dato di “ignorante” al senatore nero. Il New York Post ha ironizzato su un approccio alle questioni internazionali che sembra centrato sulla stramba dottrina del “parla con i tuoi nemici, invadi i tuoi amici”. I giornali hanno titolato “Obama, il duro” in tutte le possibili declinazioni, come nelle rosee aspettative degli esperti della sua campagna guidati dall’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Bill Clinton, Tony Lake. Qualcuno s’è avventurato fino a paragonare Obama a Jack Bauer, lo spregiudicato agente antiterrorismo della serie tv “24”.
(segue dalla prima pagina) Sul fronte conservatore le reazioni al discorso muscolare di Barack Obama sono state ancora più variegate. La Casa Bianca, per una volta, ne ha approfittato per dare di sé l’immagine di forza pragmatica e moderata, il falchissimo senatore repubblicano John McCain ha trovato “semplicistica” la ricetta del collega democratico e altri hanno sottolineato la follia di voler invadere un paese che possiede armi nucleari. I commentatori di area conservatrice si sono divisi tra chi considera le parole di Obama vaghe e chi segnala come il senatore abbia preso a prestito da Bush e da Rudy Giuliani concetti e parole chiave. I più critici notano che Obama non ha mai usato le espressioni “guerra al terrorismo” o “fascismo islamico”, ma c’è chi sottolinea che l’impianto teorico del discorso, le espressioni “sono i terroristi ad aver dichiarato guerra a noi” e alcune delle proposte concrete riflettano posizioni già adottate dall’Amministrazione e non siano lontane da quell’ideologia interventista semplicisticamente definita “neocon” dagli opinionisti.
La domanda più ricorrente a Washington, però, è se questo discorso di Obama (il secondo, dopo lo speech di Chicago di aprileaccolto con grandi apprezzamenti da Robert Kagan e da altri analisti vicini alla Casa Bianca) sia l’elaborazione di una nuova strategia sull’egemonia globale americana, soltanto più cinica e realista di quella bushiana, oppure semplicemente una mossa tattica per recuperare terreno dopo le gaffe commesse nel corso di due dibattiti televisivi. Obama non è mai stato chiarissimo e, come gli ricorda sovente Hillary Clinton, non ha un’esperienza di politica internazionale che possa rassicurare gli americani. Il suo team di esperti è lo stesso che a Bill Clinton suggeriva di sostenere l’allargamento della comunità delle nazioni democratiche, ma ora sembra alla ricerca di una sintesi tra questa dottrina idealista e la più cinica Realpolitik, in un paradossale ribaltamento di posizioni per cui la tradizionale politica estera liberal oggi è sostenuta da Bush e rigettata dai legittimi proprietari, mentre quella tipica della destra repubblicana affascina sempre di più i democratici. Obama si barcamena tra dichiarazioni ad effetto sull’America come “ultima e migliore speranza sulla terra”, proclami a voler “mantenere la nostra influenza nell’economia mondiale” e conferme che “l’obiettivo dell’America sarà sempre quello di promuovere la libertà”, in un gioco di sponda per cui in un articolo su Foreign Affairs mostra la sua faccia pragmatica, mentre nei discorsi pubblici accende la passione idealista. I pilastri della sua politica estera sono comunque la critica alla guerra in Iraq, molto popolare tra gli elettori delle primarie democratiche, e la rivendicazione del diritto a usare la forza militare unilaterale e preventiva, fondamentale per mostrarsi adeguato a ricoprire il ruolo di comandante in capo.
La missione impossibile di Obama è quella di superare Hillary sia a sinistra (grazie al no all’Iraq) sia a destra (con la politica estera muscolare), senonché ha il problema dell’esperienza non solo internazionale, ma anche alla dura battaglia politica interna. Pressato dai giornalisti o dai concorrenti, Obama non riesce ad attenersi allo script preparato dai suoi strateghi. Una volta s’è dimenticato di citare Israele tra gli alleati dell’America in medio oriente. Quando gli hanno chiesto che cosa farebbe se i jihadisti facessero detonare due bombe nucleari ha parlato dei soccorsi, scordandosi di eventuali operazioni militari contro gli stragisti. Al dibattito tv della Cnn ha detto che da presidente avrebbe incontrato i leader degli stati canaglia, regalando un assist favoloso a Hillary. Il discorso di mercoledì, e i titoli sul Pakistan, sono arrivati in tempo per fermare gli sfottò clintoniani, ma già ieri gli è scappato che contro al Qaida non userebbe armi nucleari “in nessuna circostanza”. In un attimo ha provato a recuperare, consapevole di aver fatto un altro regalo all’espertissima Hillary.

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