Camillo di Christian RoccaIn occidente Dio e morto è anche noi non ci sentiamo molto bene

Anticipato sulla copertina del magazine del New York Times, negli Stati Uniti c’è in uscita un nuovo saggio di Mark Lilla, storico e filosofo liberal della Columbia University nonché autorevole collaboratore della New York Review of Books, ovvero della rivista del più importante circolo intellettuale dell’establishment culturale newyorchese. Il tema del saggio è quello decisivo di questa epoca: il ruolo della religione nella politica, la fede, il laicismo e lo scontro di civiltà. Il libro si intitola “The Stillborn God – Religion, Politics and the Modern West” (Knopf). “Stillborn” è una parola molto forte, vuol dire “nato morto”, quindi “il Dio nato morto”. Lilla si riferisce con ogni probabilità al concetto elaborato dal pensatore cattolico Etienne Gilson, il quale aveva usato il termine “Stillborn God” per descrivere il Dio del filosofo Cartesio, “un Dio che non sarebbe potuto vivere perché era il Dio del cristianesimo ridotto a una mera condizione di principio filosofico, cioè a un ibrido di fede religiosa e pensiero razionale”. Secondo Lilla, questo è il tipo di Dio che la “teologia liberale” del Diciannovesimo secolo ha provato a offrire alla società occidentale, nella speranza di riuscire a conciliare intellettualmente le verità morali della fede biblica con le realtà della vita politica moderna. Questa teologia liberale è stata coccolata dalla sinistra, ma “alla fine della Prima guerra mondiale ha preso una svolta apocalittica e gli ‘uomini nuovi’, entusiasti di abbracciare il futuro, hanno cominciato a generare giustificazioni teologiche per le più ripugnanti – e senza-Dio – ideologie dell’epoca: nazismo e comunismo”.
“The Stillborn God” sarà nelle librerie americane l’11 settembre, ma il Foglio è riuscito a leggerlo in anteprima. Il libro è una riflessione brillante, a tratti ambigua, sulla fragilità del moderno esperimento occidentale di separazione tra fede e politica, in un momento in cui la passione religiosa e la battaglia per portare la vita politica sotto l’autorità di Dio sono all’ordine del giorno. “The Stillborn God” non offre soluzioni, né piani d’azione, ma prova a spiegare che la grande battaglia ideologica oggi in corso non è tra il presente e il passato, né tra “noi” e “loro”, ma tra due grandi tradizioni di pensiero, tra due modi diversi di considerare la condizione umana. Lilla è un laico, ma come i più grandi pensatori laici è quasi ipnotizzato dal pensiero religioso, non può vivere con la religione, ma nemmeno può farne a meno. La sua idea è che, in occidente, Dio sia morto e che in qualche modo anche noi non ci sentiamo tanto bene.
“Noi occidentali – si legge sulla copertina del Times anticipatoria del saggio – troviamo incomprensibile che le idee teologiche continuino a infiammare le menti degli uomini, agitando le passioni messianiche che possono lasciare le società in rovina. Abbiamo creduto che questo non fosse più possibile, che gli esseri umani avessero imparato a separare le questioni religiose da quelle politiche e che la teologia politica fosse morta nell’Europa del Sedicesimo secolo. Ci siamo sbagliati. Siamo noi a essere la fragile eccezione”.
La riflessione di Lilla è centrata su quella che lui chiama “Grande Separazione” avvenuta in occidente, non tra stato e chiesa, ma tra teologia politica e filosofia politica. “Il problema è nostro – scrive Lilla – Poco più di due secoli fa abbiamo cominciato a pensare che l’occidente fosse sulla pista di sola andata verso una democrazia laica e moderna e che le altre società, una volta messe sullo stesso binario, ci avrebbero inevitabilmente seguito. Malgrado questo non sia accaduto, continuiamo a mantenere una fede implicita nel processo modernizzatore e diamo la colpa dei ritardi a estenuanti circostanze come la povertà e il colonialismo”. Secondo Lilla, noi viviamo “su un’altra costa” e, malgrado il nostro passato, non ci accorgiamo che dall’altra parte, ovvero nel mondo musulmano, le istituzioni politiche sono concepite in termini di autorità divina e di redenzione spirituale.
A volerla buttare in politica, cosa che Lilla si premura di non fare, la riflessione di “The Stillborn God” è una bocciatura della tradizionale idea liberal e neoconservatrice di poter cambiare le società che si trovano “sull’altra costa”, ma anche una critica laica a quel pensiero secolare che parla di modernità e di progresso con linguaggio quasi escatologico e, a sua volta, messianico. Il saggio di Lilla può essere considerato una versione religioso-centrica dell’analisi politica del fondamentalismo islamico contenuta in “Terrore e Liberalismo” di Paul Berman, malgrado poi giunga a conclusioni diverse. Berman aveva concentrato la sua riflessione sui sistemi politici del mondo islamico, analizzandone la specifica matrice musulmana, ma anche riavvolgendo il filo che li collega direttamente alle esperienze totalitarie occidentali. Lilla crede che gli aspetti teologici siano più importanti e preferisce affrontare la nostra storia, piuttosto che quella islamica, per provare a suggerire una chiave di lettura su ciò che sta succedendo in quella che lui definisce “l’altra costa” del mondo.
Lilla non ha bisogno di sottolineare i vantaggi del modello politico occidentale che tiene separata la sfera pubblica da quella religiosa. Cerca, piuttosto, di spiegare ai laici come lui i pericoli derivanti dalla certezza che questa sia la strada ineluttabile della nostra civiltà. I pensatori laici di questa epoca, sostiene Lilla, sono affascinati da un messianesimo al contrario: invece di aspettare l’imminente arrivo di Dio, ne celebrano la sua recente dipartita. Esattamente come i teologi spiegano tutto con la divina provvidenza, molti pensatori laici europei si affidano al “corso della storia” e rassicurano sulla perfetta leggibilità delle cose di questo mondo. Invece – scrive Lilla, aiutandosi con l’intera storia del pensiero teologico e filosofico occidentale – la Grande Separazione occidentale è un esperimento, quasi un’eccezione. Un’eccezione nell’eccezione, precisa Lilla, è il caso americano, dove l’afflato religioso della vita pubblica è ben evidente. Gli Stati Uniti, però, hanno una storia, una tradizione e una Costituzione quasi miracolose per come, insieme, siano riuscite a far coabitare una così devota professione di fede e una altrettanto limpida fedeltà alla Grande Separazione. “La nostra retorica politica – scrive Lilla – deve molto alle sette protestanti del Diciassettesimo secolo e vibra di energia messianica”, ma le grandi differenze religiose sull’aborto, sul matrimonio gay, sull’evoluzionismo, sulla ricerca embrionale, sulla preghiera nella scuola, sulla censura, sull’eutanasia, insomma sulle singole battaglie che compongono la guerra culturale americana, sono combattute e decise all’interno dei confini della Costituzione, con metodi e mezzi ben saldi dentro il sistema democratico. A una giornalista della radio pubblica, e liberal, Npr che un paio di giorni fa ha provato a estorcergli sdegno e commiserazione per le posizioni politiche della destra religiosa e bushiana, Lilla ha continuato a sottolineare che lo scontro politico americano avviene comunque dentro i confini costituzionali e democratici. Altrove non è così. In Europa occidentale, per esempio, la teologia politica è scomparsa soltanto alla fine della Seconda guerra mondiale, mentre nel mondo islamico è ancora viva e vegeta.
Lilla suggerisce di studiare la differenza tra teologia e filosofia politica e sostiene che il modo corretto sia cominciare da noi stessi: “La storia della teologia politica in occidente è istruttiva e non finisce con la nascita della scienza moderna né con l’Illuminismo né con la rivoluzione americana o francese”. La teologia politica è la scienza che studia il rapporto tra Dio e la società. E’ un sistema filosofico omnicomprensivo che indaga sulla condotta degli affari umani in connessione con l’esistenza di Dio, la struttura del cosmo, la natura dell’anima, l’origine delle cose e la fine dei nostri giorni. Tradurre questa teologia in una forma politica, spiega Lilla, non è mai stato semplice: “Dio ci ha dato i comandamenti, poi è arrivato un redentore che li ha reinterpretati, infine se ne è andato, lasciando lo Spirito Santo come spettrale presenza divina. Ma non è mai stato chiaro quali lezioni politiche si dovessero trarre da tutto questo: i cristiani si devono ritirare dal corrotto mondo abbandonato dal suo redentore? Sono stati chiamati a governare una città terrestre con la chiesa e lo stato, animati dallo Spirito Santo? Oppure da loro ci si aspetta che costruiscano la nuova Gerusalemme per accelerare il ritorno del messia?”.
I pensatori cristiani si sono dannati l’anima su questi punti, la Città dell’Uomo contro la Città di Dio, l’Inquisizione e i martiri, la legge canonica e il diritto divino, i Papi e gli imperatori. Sono seguite guerre di religione, scismi, Lutero e Calvino. “Era il caos – dice Lilla – In questo labirinto ha provato a trovare una via d’uscita il filosofo inglese Thomas Hobbes”. Nel suo trattato “Il Leviatano” del 1651, Hobbes ha spostato l’attenzione da Dio e i suoi precetti all’uomo e la sua fede, ritraendo la religione come un’espressione della natura umana, non come un dono di Dio.
L’essere umano, secondo Hobbes, è troppo debole e passionale per essere a conoscenza del divino. Quando l’uomo parla di Dio, in realtà parla della sua esperienza, l’unica che è in grado di conoscere. Un’esperienza caratterizzata dalla paura, perché dopo aver immaginato un Dio onnipotente e protettore, l’uomo finisce con l’averne paura e si chiede che cosa potrebbe succedere se Dio si arrabbiasse e che cosa ci sarebbe da fare per pacificarlo. Queste paure, scrive Lilla, hanno creato un enorme mercato per preti e profeti che sostenevano di sapere quali fossero le vere richieste di Dio. Cristiani, luterani, calvinisti, quaccheri e tutti gli altri, però, non erano affatto d’accordo e, ricorda Lilla, “visto che in gioco c’era la salvezza delle anime, hanno cominciato a combattere”. La soluzione di Hobbes non era né democratica né liberale, piuttosto avrebbe voluto affidare il potere assoluto a un singolo uomo. Eppure la sua trovata di sostituire Dio con l’uomo ha consentito successivamente a John Locke di immaginare un nuovo ordine politico in cui il potere sarebbe stato limitato, separato e condiviso.
L’ordine liberal-democratico che in occidente consideriamo come l’unico legittimo nasce dalla liberazione della politica dall’autorità di Dio (cioè dal pensiero di Hobbes rivisto da Locke), una liberazione che “l’altra costa” non conosce: “Per sfuggire alle passioni distruttive della fede messianica, la teologia politica centrata su Dio è stata sostituita da una filosofia politica centrata sull’uomo. Questa è la Grande Separazione”. Oggi, sostiene Lilla nel punto cruciale della sua riflessione, diamo per scontato che questo ordine sia un fatto compiuto, in realtà la Grande Separazione non è mai stata scontata, nemmeno in occidente. A un certo punto, secondo Lilla, la minaccia è arrivata da una nuova teologia politica insieme moderna e liberale, elaborata da pensatori protestanti e da riformatori ebraici influenzati da Jean-Jacques Rousseau che detestavano la teocrazia, ma anche la visione umanistica della società.
Questa “teologia liberale” voleva comunque affidare alla religione, opportunamente riformata e modernizzata, un ruolo centrale nella vita sociale e politica. Mentre gli eredi di Hobbes sostenevano che la teologia politica cristiana non fosse in grado di garantire una vita politica decente, gli epigoni di Rousseau condividevano con Hobbes l’idea che la teologia politica medievale fosse da mettere da parte, ma rigettavano anche una filosofia politica che ignorasse la necessità umana e morale di porsi le domande su Dio e sull’aldilà.
In Gran Bretagna e in America si giunse alla conclusione costituzionale e intellettuale che separare il cristianesimo dalla politica avrebbe garantito benefici a entrambi, perché la religione sarebbe stata libera da influenze statali e lo stato non si sarebbe dovuto occupare di materie dottrinarie. In Europa, e in particolare in Germania, le cose sono andate in modo diverso. I teologi liberali hanno provato a seguire una specie di “terza via” tra l’ortodossia cristiana medievale e la Grande Separazione anglosassone, consapevoli che il cristianesimo è stata una forza di progresso culturale, politico e sociale che ha dato vita a quei valori su cui si basava la vita sociale tedesca dell’epoca. Ai loro occhi non c’era alcun motivo di tensione possibile tra la religione e lo stato. La “terza via”, spiega Lilla, non ha funzionato. Il suo catechismo non è riuscito a ispirare le giovani generazioni e non ha fornito soluzioni confortevoli a chi era intento a ricercare il significato della vita, specie dopo i massacri senza senso della Prima guerra mondiale. Il risultato è stato catastrofico, anche per il sostegno che molti di questi teologi liberal diedero alla Prima guerra mondiale. La reazione a questo fallimento modernizzatore è stata uno sviluppo ancora più robusto della fede, la comparsa di “una sete di redenzione”, come scrive Lilla, che si è presto trasformata in una “speranza di apocalisse messianica” che avrebbe finalmente condotto “i credenti o la Germania o il proletariato nella giusta relazione con il divino”. La teologia messianica, insomma, è diventata politica messianica: “Nelle società toccate dalla tradizione biblica – scrive Lilla – l’idea della redenzione è una delle forze più potenti e capaci di modellare l’esistenza umana. Ha ispirato i popoli a sopportare le sofferenze, a superarle e a infliggerle agli altri. Ha offerto speranza e ispirazione in tempi bui e ha anche sollevato aspettative non realistiche e poi giustificato coloro che, per soddisfarle, spargevano sangue”. La Grande Separazione è sparita e, improvvisamente, all’inizio del Novecento l’occidente è tornato all’epoca precedente ad Hobbes, come se non fosse cambiato nulla rispetto al Seicento. La teologia si è liberata dell’atteggiamento mentale medievale e, tre secoli dopo, ha trovato ragioni più moderne per cercare un’ispirazione politica nella Bibbia.
Da questo lungo e complesso excursus filosofico, religioso e politico, Lilla trae varie lezioni. La prima è quella che la teologia politica resta comunque una minaccia possibile. La seconda è che la Grande Separazione non è affatto inevitabile, ma soltanto un esperimento nella storia umana. Entrambi i punti impongono vigilanza e, soprattutto, piena presa di coscienza. La terza lezione è più direttamente legata allo scontro in corso con l’islamismo radicale, l’attuale e più potente forma di teologia politica applicata a una società. Secondo Lilla, è profondamente sbagliato pensare che il miglioramento delle condizioni sociali o, magari, il cambiamento dei confini di una nazione possano automaticamente far svanire il fondamentalismo e il messianesimo politico e quindi condurre a una nuova Grande Separazione anche in quelle società. La nostra secolare esperienza, ricorda Lilla, non conferma nulla di tutto questo. Ci impone, anzi, di evitare l’errore di trattare l’islam come una ideologia politico-religiosa che prima o poi verrà superata grazie alla modernizzazione e al laicismo, ma anche di non considerare l’islam come una semplice minaccia “fascista” alla nostra esistenza. Qui Lilla è un po’ più ambiguo, perché sostiene che sia sbagliato giudicare gli islamisti come “fascisti”, cioè con un termine della nostra tradizione politica, quando è lui stesso ad aver perfettamente collegato la nascita di quei movimenti messianici e totalitari del Ventesimo secolo con la crisi della Grande Separazione e il rilancio in grande stile della teologia politica. “Quelli che usano il termine ‘islamofascismo’ – dice al Foglio Mark Lilla – vogliono tenere la teologia fuori dall’islam politico e credono che si tratti soltanto di un’altra forma di fascismo, nascosto dietro una foglia di fico religiosa. Questa è la tesi di Paul Berman in ‘Terrore e Liberalismo’ e nei suoi scritti successivi. Non comprendono le ben distinte motivazioni e passioni religiose, le stesse che hanno guidato i personaggi di cui scrivo ad abbracciare fascismo e comunismo”.
Il mondo musulmano, spiega Lilla, crede che Dio abbia rivelato all’uomo la legge divina con cui si governano gli affari del mondo, non solo la sfera privata: “Fintanto che così tanta gente crederà in una teologia politica omnicomprensiva, non ci potremo aspettare una piena riconciliazione con la democracia moderna e liberale”. Questo, secondo Lilla, non vuol dire che le altre civiltà non abbiano le risorse necessarie per creare un ordine politico accettabile, vuol dire che devono trovare al loro interno e dentro le loro tradizioni la via più adatta. Lilla distingue tra “liberalizzatori” e “rinnovatori” del mondo islamico odierno. I primi sono quelli, rari, che condividono le tesi occidentali della Grande Separazione, i secondi (come Tariq Ramadan) provano a riformare dentro la cornice della teologia politica. Lilla riconosce una tendenza a voler parlare con i liberalizzatori, ma sostiene che sia necessario parlare con chiunque: “Mi preoccupa – dice – la demonizzazione dei rinnovatori, anche perché credo che abbiano maggiori possibilità di successo”. Qui pare esserci una contraddizione, rafforzata da un elemento curioso: Lilla difende Tariq Ramadan e critica “gli intellettuali occidentali” che lo attaccano, cioè Paul Berman, soltanto nell’articolo uscito sul New York Times, ma stranamente non ne fa cenno nel libro. La contraddizione è questa: in “The Stillborn God” Lilla ha spiegato che in occidente la “terza via”, ovvero il tentativo di conciliare alcuni aspetti della teologia cristiana con la Grande Separazione, è stato un fallimento che ha addirittura provocato il ritorno in grande stile delle teorie politiche messianiche e apocalittiche, come il nazismo e il comunismo. Per quale motivo, dunque, un’equivalente terza via dovrebbe funzionare nell’islam? Alla domanda posta dal Foglio, Lilla risponde che nel libro lui parla “della ‘terza via’ liberal e della disastrosa reazione che ne è seguita, anche per gli errori commessi dagli stessi liberal”. E, infine, ammette che “rinnovare è rischioso”, ma ricorda che “l’obiettivo resta prevenire la medesima folle reazione di allora”.

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